giovedì 25 dicembre 2008

Appunti per una fenomenologa di FaceBook



Qualche decennio fa ci si scambiava l’indirizzo. Poi venne il telefono di casa, cui da giovani si telefonava con la certezza di passare attraverso il controllo burbero dei genitori. Poi il telefono personale e mobile: reperibilità in qualsiasi minuto e gli sms come strategia per manifestare in maniera meditata interessi, intenzioni, sentimenti. Oggi si chiede: sei su FaceBook? Ma cosa offriamo agli altri di noi su FB?
Certo, si sa: offriamo foto, pensieri, riflessioni, mettiamo addirittura la nostra rete di amici a disposizione dell’amica che ci ha appena chiesto di entrare in essa.
Eppure io mi riferisco ad altro. Come cambia la rappresentazione del proprio sé all’evolversi degli strumenti di comunicazione e di relazione con gli altri? La rete di FB è piatta: gli “amici” stanno tutti sullo stesso piano. Una persona che ci conosce per sentito dire si ritrova nella medesima lista del nostro amico del cuore. I sociologi direbbero che, per ora, FB, è indifferente al tipo di legame sociale, debole o forte che sia. Non solo. Mi ritrovo in contatto con persone che hanno oltre 2.000 amici: solo a ricordarli ci vorrebbe una segreteria efficiente come quella del più clientelare dei politici. Quindi la forza di FB non è (solo) nella moltiplicazione delle proprie reti sociali. E non penso sia solo in un mini website personale dove l’album delle foto, le proprie passioni, i post degli amici, un sistema di messaggistica personale e forum, i giochini con cui sfidarsi, e tutto il resto trovano uno spazio ben organizzato e intuitivo.
Io propongo di interpretare FB come uno strumento di racconto del proprio Io estremamente potente, il più potente e immediato che finora la tecnologia digitale ci abbia offerto.
L’ansia di autonarrazione del nostro tempo ha trovato uno sbocco nel social network. La socializzazione è importante almeno quanto il fatto che in ogni relazione noi cerchiamo un’occasione di racconto di noi stessi. Il racconto che offre FB ha una caratteristica: mentre quando conosciamo e rincontriamo una persona lasciamo in lui o lei delle impressioni frutto anche del suo lavoro soggettivo di interpretazione che vanno progressivamente a sovrapporsi per formare l’immagine che si avrà di noi, con FB possiamo presidiare un nucleo della nostra identità (foto, interessi, cause sostenute, ecc.) che vale per tutti, su cui vi può essere una certa inequivocabilità e un relativo controllo.
Non vedo d’altronde rischi per la privacy. O meglio: chi vuol far sapere agli altri il dettaglio della propria esistenza ritiene la privacy marginale rispetto all’obiettivo di sviluppare una identità quanto più ricca e sfaccettata da proporre alla comunità FB.
Resta centrale questa urgenza di cogliere l’attenzione altrui, di ricordare costantemente al mondo la nostra esistenza, di ricercare un’attenzione costante sulla propria vita minima.
Una bulimia di relazioni, di contatti, di informazioni, indizii di inquietudini ben più profonde e non risolvibili nel mondo digitale

lunedì 24 novembre 2008

Branding e imprese di nicchia: consonanza solo parziale



Possiamo definire il branding l'evoluzione in senso cognitivo-esperienziale della comunicazione di prodotto. Il brand sviluppa attorno al prodotto una costellazione di attributi che, per quel determinato mercato cui si rivolge, possono diventare dei valori, fattori di mobilitazione cognitiva. È bene sottolineare che, al contrario di quanto afferma Giampaolo Fabris in “Valore e valori della marca”, il brand non trasferisce valori in assoluto, ma solo in relazione agli orientamenti e alle persuasioni del suo target di riferimento. Il “Just do it” dello swoosh di Nike (lo slogan in questo caso è diventato a tutti gli effetti un attributo di marca sviluppando un positioning, nell'accezione classica di Al Ries e Jack Trout, ben definito) indica intraprendenza, energeticità, autostima, fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nelle capacità di Nike di esse un “enancer” di tutti questi attributi ma non significa nulla o poco per le clienti di Victoria Secrets, il cui interesse viene attivato da una costellazione di attributi quali seduttività, gioco allusivo, creatività erotica. Gli esempi sono infiniti. L'impacchettamento cognitivo che attua il brand attorno al prodotto consente di rivoluzionarne non solo la percezione, ma anche le occasioni di consumo e su questo argomento basti l'esempio classico dello jogurt che fa l'amore con il sapore. Eppure nel branding il prodotto resta sullo sfondo. Per dirla meglio: il prodotto deve senz'altro performare rispetto agli attributi del brand, i capi di Victoria Secrets devono essere davvero eroticamente creativi, le scarpe e gli indumenti Nike devono essere davvero capaci di sviluppare le potenzialità sportive di chi li indossa ma il dove e il come sono stati prodotti sono fattori pressoché indifferenti per i Global Brands, la cui strategia di produzione è spesso fondata sulla ricerca di fornitori del tutto fungibili, siano essi in Sri Lanka o Romania, in Tailandia come in Turchia.

Prevedo che il concetto di branding abbia già oltrepassato il suo acme e si trovi oggi in una fase di stasi che preannuncia un declino in cui molto inciderà la crisi globale dei consumi.

Al contrario dei brand, nelle nicchie di eccellenza il prodotto, la sua storia, le tecniche produttive, il rapporto con il territorio dove si è sviluppata quella specifica abilità o creatività, tornano a essere essenziali per la comunicazione.

Un prodotto di nicchia di eccellenza non è per forza di cose un prodotto artigianale. Non è per forza di cose prodotto su scale piccolissime. Non è per forza di cose costosissimo. Non è per forza di cose vincolato a un ambito limitato, anzi si parla di nicchie globali. Il prodotto di nicchia di eccellenza (PNE) sviluppa un legame estremamente forte tra i produttori, i clienti e il territorio. A tal riguardo parlo di prodotto denso, poiché è al contempo frutto di tecniche produttive di eccellenza e sviluppa anche una mobilitazione cognitiva sul versante emozionale ed esperienziale. I produttori mettono in gioco la loro abilità e la loro creatività per realizzare un prodotto che unisce quasi sempre un sapere antico e la sperimentazione. I consumatori di questi pne sono veri esperti, per cui il prodotto è diventato occasione per appassionarsi ancora di più al settore. Il territorio viene qualificato dalla presenza di aziende che producono pne, non solo grazie a meccanismi mimetici tipici dell'economia di distretto ma anche attraverso una ridistribuzione dei segmenti di mercato, in cui si arriva a sviluppare e a lavorare per delle sottonicchie. Tutto il territorio è trainato verso l'eccellenza. Tuttavia al centro resta l'azienda di alta gamma, la quale è la motrice di questi fenomeni. Il territorio in sé non può essere sinonimo di eccellenza se non trova espressione in realtà aziendali vive e capaci di diventare riconoscibili. Altrimenti non si spiegherebbe perché, nonostante gli alti e bassi delle congiunture, Loro Piana, Zegna, Piacenza Cashmere hanno vinto e le eccellenti (ma misconosciute) realtà tessili di Prato hanno perso.

mercoledì 19 novembre 2008

Concorsi truccati, conoscenza fittizia

Ogni tanto su questo blog si parla di economia della conoscenza. Io sono persuaso che il principale motivo per cui l'Italia è tanto indietro in tutte le classifiche mondiali del settore (leggere a riguardo questo post) risieda nella sempre maggiore autoreferenzialità dei docenti universitari, i quali, artefici del provincialismo italiano, preferiscono farla da padrone nei loro piccoli feudi di ateneo, di facoltà o di dipartimento, piuttosto che affrontare i rischi di un confronto e di una legittimazione internazionale.
La proposta provocatoria di abolire Scienze della Comunicazione nasce appunto per evidenziare come la nascita di un corso di laurea (figuriamoci i singoli insegnamenti) abbia risposto più a logiche interne alle baronìe universitarie e poco o punto ai bisogni di sapere dei giovani e alla domanda di professionalità che veniva dal mondo del lavoro.
Aggiungo al dibattito parte di questa email, apparsa sul Corriere della Sera, di una ricercatrice che ha avuto la dignità di andare all'estero pur di fare vera ricerca, piuttosto che adattarsi alla mediocrità dei concorsi truccati con cui si reclutano oggi in Italia i docenti e i ricercatori universitari.
“Sono passati tanti anni e quel che vorrei dirle in sostanza è questo: il cambiamento vero partirà dalla volontà e dal senso di dignità dei singoli di non accettare il compromesso cui le università italiane chiamano la nostra coscienza. Essere un buon ricercatore significa avere gli standard per lavorare non in quell'ateneo o quel dipartimento, ma nel mondo. La conoscenza appartiene al mondo; e quindi, a cosa serve avere il posticino messo in palio da papà, senza poi il rispetto della comunità scientifica internazionale, che è l'unico vero giudice dell'operato di un ricercatore? Mi rendo conto che è molto banale quanto le scrivo. Ma è tutto quel di cui mi sento di far da tramite e testimone, nel mio immensamente piccolo. Cordialmente, Lucia”

martedì 18 novembre 2008

A cosa serve il sapere...

A cosa serve il sapere a fronte dell'irridenza dello stolto?

sabato 15 novembre 2008

Aboliamo Scienze della Comunicazione!



Non entro nel merito delle polemiche suscitate dal famigerato “decreto Gelmini”. Mi limito a constatare che non si tratta di una riforma ma di semplici tagli agli investimenti in formazione. Peggio che in crisi, l'Università italiana non ha più legittimità, autorevolezza, contenuti. Togliere in maniera indiscriminata altri soldi a questa istituzione disastrata è come togliere l'ossigeno a un malato terminale: anche se alla fine sarebbe finita comunque, nessuno crede sia giusto farlo così.

I comunicatori di tutta Italia potrebbero fare la loro parte proponendo l'abolizione delle facoltà di Scienze della Comunicazione per manifesta inutilità. Ora qualcuno dei quattro lettori di questo blog deve dirmi se qualche volta, dovendo scegliere tra una rosa di candidati, ha considerato la laurea in SdC un titolo preferenziale. Sono certo: mai.

Scienze della Comunicazione è nata per creare nuove cattedre e incarichi a un coacervo di ricercatori, associati e docenti associati (quasi sempre sinistrorsi) i quali a inizio degli anni Novanta hanno visto questa nuova facoltà come una specie di sanatoria dopo anni di frustranti attese e concorsi truccati (ma dopotutto esiste nell'Università italiana un concorso non truccato?). E gli studenti? Semplici strumenti per moltiplicare le cattedre grazie al boom di iscrizioni. E i contenuti? Un coacervo di insegnamenti senza logica: dal marketing delle imprese editoriali alla metodologia della ricerca sociale, dalla semiotica alla storia del fumetto. E agli esami promuovere promuovere promuovere, “così ce li togliamo davanti” (testuali parole di un docente di linguistica a Salerno, il professor Emilio D'Agostino) e poi la facilità del corso di laurea fa aumentare le iscrizioni e il potere dei docenti.

La Ferpi e tutti coloro che vivono quotidianamente le problematiche concrete della comunicazione e del marketing dovrebbero promuovere un dibattito per una vera riforma della formazione nel settore. Nel confronto polemico tra politici, studenti e baroni universitari, i grandi assenti finora sono stati proprio coloro che la comunicazione professionale la conoscono davvero.

mercoledì 5 novembre 2008

The dream comes true



45 anni dopo il sogno di Martin Luther King è diventato realtà.

(...)

I say to you today, my friends, so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal."

I have a dream that one day on the red hills of Georgia the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today.

I have a dream that one day, down in Alabama, with its vicious racists, with its governor having his lips dripping with the words of interposition and nullification; one day right there in Alabama, little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls as sisters and brothers.

I have a dream today.

I have a dream that one day every valley shall be exalted, every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight, and the glory of the Lord shall be revealed, and all flesh shall see it together.

This is our hope. This is the faith that I go back to the South with. With this faith we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day.

(Rev. Martin Luther King)

domenica 2 novembre 2008

Conoscenza giusta e conoscenze sbagliate

In un momento deprimente per l'economia e la società italiana si sente in giro il desiderio di essere rassicurati. Anche se gli incrementi dei prezzi finali di pasta e pane in Italia negli ultimi sei mesi sono stati maggiori di quelli di oro e platino (e non si tratta né di un'iperbole né di un'ironia), tanti sperano comunque di trovare motivi di speranza, se non di fiducia. Spiacente, non è il caso di questo post.

La più recente conferma della crisi italiana è data dalla pubblicazione della quinta edizione del World Knowledge Competitiveness Index, il rapporto che dal 2002 misura la competitività delle 145 regioni più sviluppate del mondo sulla base di creatività, innovazione, conoscenza diffusa e condizioni ambientali piuttosto che solo sulla mera ricchezza accumulata. Il rapporto parte dall'assunto che le regioni con un forte capitale in termini di conoscenza sanno e sapranno rispondere meglio alle sfide della competizione internazionale, ovvero, prendendo alla lettera il testo, posseggono “la capacità diffusa di creare e innovare nuove idee, riflessioni, processi e prodotti, e di trasferirle in valori economici e benessere”. L'intero testo può essere scaricato cliccando su questo link , ma nello spazio di questo post mi soffermerò solo su alcuni spunti.

Sei regioni italiane sono rientrate nella ricerca: Lombardia, Nord Ovest, Emilia-Romagna, Nord Est, Lazio, Italia Centrale, le quali si sono piazzate in questa graduatoria mondiale rispettivamente al 96esimo, al 100esimo, al 117esimo, al 119esimo, al 123esimo, al 126esimo posto. La ricerca dimostra, modelli di regressione alla mano, che la ricchezza degli abitanti delle regioni è strettamente correlata alla posizione in graduatoria, e osa addirittura ricordare (al ministro Gelmini, tra i tanti) che il capitale umano e intellettuale futuro di ogni regione è incorporato in coloro che adesso stanno studiando e in quanto si investe su di essi. Il rapporto evidenzia come tutte le regioni italiane hanno perso rispetto alla rilevazione del 2005 tra i 12 e le 17 posizioni in graduatoria, tranne il Nord Ovest, che guadagna una posizione. Tutto questo in uno scenario dove negli ultimi tre anni l'Europa è riuscita a migliorare le sue performances. Le regioni italiane considerate ricche (Lombardia e Nord Est) non entrano nella classifica delle prime cinquanta che negli ultimi cinque anni hanno avuto la maggior crescita della ricchezza per abitante, dove invece troviamo il Lazio con un +18% e il Nord Ovest con un +14,5%. Peggio va nella graduatoria che misura l'intensità della conoscenza nelle varie regioni, in cui nessun'area italiana figura nelle prime cinquanta. Vi sono naturalmente delle eccellenze italiane, come il settimo posto per occupati nel settore biotecnologico e chimico e il dodicesimo nell'elettromeccanico della Lombardia o l'undicesimo dell'Emilia-Romagna per l'ingegneria meccanica e automobilistica, ma siamo fuori da tutti i posti di testa per quanto riguarda gli investimenti in R&D sia pubblici che privati. A fronte di questi fatti, risulta quasi miracoloso che Lazio e Nord Ovest siano al 15esimo e al 16esimo posto per produttività, e quando tante vocette confindustriali parlano di miglioramento della produttività mi chiedo dove sono le imprese italiane quando si tratta di investire in formazione e ricerca. Senza investimenti in formazione non c'è competitività e non c'è futuro, può essere uno slogan utilizzabile da tutti (certo, non dall'attuale Governo), ma il WKCI 2008 evidenzia un legame di regressione (R²) tra investimenti totali in educazione e competitività nell'economia della conoscenza delle regioni pari a un notevolissimo 0,3988!

Un'ultima nota: in Italia, grazie anche ai recenti scandali, c'è ancora chi si balocca con l'idea che tanto la Cina continua a produrre beni dal basso costo e dal basso valore aggiunto e ci vorranno decenni prima che arrivino da quella parte del mondo prodotti realmente innovativi e di qualità. Il WKCI 2008 dimostra esattamente il contrario, prendendo in esame le tre regioni più importanti della Cina (quella del golfo di Bohai, intorno a Beijing; quella del delta del fiume Yangtze, intorno a Shanghai; quella del delta del fiume delle Perle, intorno a Guangdong), e dimostrando che attraverso fortissimi investimenti statali o esteri oppure grazie al network tecnologico ed economico sviluppato e alimentato da Shanghai la Cina sarà il nuovo attore mondiale dell'economia della conoscenza.

Forse in Italia più che di investimenti in conoscenza si continuerà ancora a lungo a parlare di “conoscenze”, unico strumento che tanti, troppi, hanno per cercare di affrontare individualmente la crisi.


lunedì 27 ottobre 2008

Cercasi legittimità disperatamente

Una domanda semplice e non banale per i quattro lettori di questo blog: perché quando in una grande azienda viene sostituito l'amministratore delegato spesso cambia anche il direttore della comunicazione/relazioni esterne, mentre restano al loro posto, per esempio, il direttore della produzione, il direttore della finanza o il direttore del personale?

La mia personale risposta è che questa situazione, alquanto frequente, rispecchia il fatto che in Italia (e non solo) la comunicazione non viene considerata un asset dell'impresa come altre sue funzioni ma una componente quasi esterna, legata alla legittimazione e al rapporto fiduciario che sa stabilire con i vertici.

Tante aziende hanno proprie politiche nella selezione del personale, propri modelli finanziari, brevetti e linee di produzione proprietarie e quindi persone che nelle varie funzioni portano avanti negli anni questi approcci specifici. Invece la comunicazione non viene vista come parte della cultura, della storia e del modello aziendale.

E spesso, da parte loro, i comunicatori sono più attenti a gestire le relazioni con i vari pezzi del potere aziendale che a sviluppare un patrimonio comunicativo che possa diventare parte di quella realtà dove lavorano.

E poi ci si domanda perché il lavoro del comunicatore è ancora poco legittimato?

Fermi a 30 anni fa?



La nuova pubblicità di Oliviero Toscani per L'Unità di Concita De Gregorio fa sorgere una conferma e un dubbio. La conferma riguarda il fatto che la comunicazione di Toscani è rimasta ferma a trent'anni fa, quando utilizzava lo stesso stilema per pubblicizzare una marca di jeans. Il dubbio riguarda se la cultura politica dei Democratici di Veltroni sia anch'essa ferma a trent'anni fa oppure se esista ancora.

giovedì 16 ottobre 2008

Comunicazione e Marketing cognitivo/esperienziale


L'altro giorno ragionavo con un potenziale cliente, produttore di vini italiani di qualità, su come entrare in alcuni mercati dell'Europa dell'Est. “Insomma – dicevo - una pagina di pubblicità su una rivista locale in carta patinata specializzata sui vini, che dichiara una circulation di 10.000 copie, ti costa 1.500 euro. È vero che la rivista va in tutte le enoteche, i ristoranti, i locali più importanti di quella nazione, e aggiungiamoci pure che viene letta da tutti gli addetti ai lavori (sommelier, enologi, semplici appassionati). Eppure dopo che avranno conosciuto sulla rivista i vini da te prodotti, la storia della tua cantina e anche le caratteristiche dei vigneti, quale tipo di esperienza diretta del tuo vino avranno avuto i lettori? Nessuna.

Allora non è forse meglio organizzare a un costo cinque volte inferiore una serie di incontri mirati one-to-one con i ristoranti, le enoteche, i sommelier, offrendo loro gratuitamente una selezione di vini e raccontandogli di persona, mentre si degustano assieme i vini, caratteristiche, accoppiamenti, tecniche produttive, e (soprattutto) prezzi?”

Il marketing e la comunicazione delle nicchie ad alta qualità e/o ad alta specializzazione non può risolversi nella declinazione per pubblici specializzati del vecchio approccio sviluppato per pubblici di massa. Non si tratta né di fare pubblicità né di fare sampling limitandosi a numeri piu' piccoli.

Nei mercati dove la qualità è la discriminante bisogna prima di tutto stabilire tra chi produce e chi fruisce un riconoscimento condiviso del valore e dell'eccellenza di quel prodotto. Quando entrambi gli interlocutori sono persuasi dell'eccellenza di quel prodotto avviene un fenomeno tipico dell'economia della conoscenza: all'aumentare della platea di persone che considerano eccellente un prodotto, il suo prezzo si svincola sempre più da qualsiasi parametro oggettivo per indirizzarsi verso considerazioni intersoggettive legate al contenuto esperienziale, allo status, alla memoria condivisa relativa al prodotto, dimensioni travalicano le qualità pur altissime del prodotto.

Una Ferrari è una macchina eccellente per milioni di persone nel mondo e la casa di Maranello troverà acquirenti per i suoi bolidi qualsiasi prezzo proporra'. Il Sassicaia è un vino eccellente e si trova in vendita tra i 100 e i 350 euro. Molti possessori della Ferrari non hanno tutte le competenze per apprezzare al 100% le qualità della macchina, così come molti bevitori di Sassicaia riconoscono solo parte delle note organolettiche e degustative del prodotto. Eppure nessun prezzo verrà più ritenuto eccessivo per prodotti considerati eccellenti da una platea significativa di consumatori esperti. Non siamo più nel territorio del branding. Siamo nell'ambito di una economia e di un marketing basati su una comune base cognitiva e valoriale tra produtttore e consumatore. Pensare che si possa costruire questa comunanza cognitiva e valoriale con la pubblicità è semplicemente ridicolo. (Dopotutto, qualcuno ha mai visto una pubblicità tradizionale della Ferrari?)

domenica 5 ottobre 2008

Verso la comunicazione contestuale e relazionale


I prossimi passi della comunicazione di impresa e di prodotto dovranno indirizzarsi verso lo sviluppo nel mondo fisico di due innovazioni concettuali introdotte su internet da Google e dal web 2.0: rispettivamente, la pubblicità (comunicazione) contestuale e la comunicazione come relazione e mutuo trasferimento di contenuti.

Come Google ha trasformato, grazie ad AdSense, gli annunci pubblicitari in un aiuto alle ricerche di informazione che sta effettuando l'utente, allo stesso modo la comunicazione di prodotto dovrebbe riuscire a costruire modelli contestuali e sincronici con le necessità e le possibilità di accesso mediatico del potenziale utente. Mi chiedo ad esempio a cosa serve proporre l'indirizzo internet di un'azienda su un cartellone 6x3 che magari verrà scorto da un guidatore concentrato sul traffico di una tangenziale. Il guidatore dovrebbe memorizzare quel sito e poi correre davanti al primo pc che trova per visitarlo? Oppure lasciare i comandi dell'auto e appuntarselo su un bloc notes?

Perché i pubblicitari, seguiti a ruota dai comunicatori, non si domandano (quasi) mai quando e come quel nostro cliente ipotetico avrebbe bisogno della comunicazione che vogliamo offrirgli, quasi sempre in momenti sbagliati o inutili?

Veniamo al secondo spunto. Tanti comunicatori aziendali hanno paura di sviluppare contatti diretti con i clienti, i fornitori, le associazioni dei consumatori, a volte anche con i dipendenti, insomma con tutti i soggetti che quotidianamente interagiscono con i prodotti e i servizi dell'impresa o dell'organizzazione che paga loro lo stipendio. Si sentono a loro agio solo con i pubblicitari e i giornalisti, rassicurati dall'idea di poterli gestire grazie alle promesse di qualche notizia nuovo o di un sostanzioso incarico, grazie ai rapporti amicali, ai pranzi passati assieme, ai regali di fine anno. Le imprese più evolute provano a creare un numero verde, solo che i contatti (visto che si pensa saranno quasi solo lamentele) verranno poi smistati all'assistenza clienti o al servizio qualità e non al dipartimento comunicazione.

Insomma, i comunicatori spesso non escono dal circuito azienda-media-pubblicità e non si confrontano con tutti gli altri stakeholders dell'impresa o dell'organizzazione.

Naturalmente qualcuno dirà: e tu cosa proponi?

Eccovi serviti, sempre a costi contenuti, a maggior ragione in tempi di crisi montante.

Un blog aziendale in cui presentare e commentare con i clienti e i fornitori iniziative e avvenimenti aziendali che i media non riterrebbero notiziabili;

Una newsletter per i fornitori in cui si presentino innovazioni, accordi, acquisizioni e tutto quello che per un fornitore può risultare utile sapere per rendersi conto che l'azienda sua cliente si sviluppa e sa affrontare le complessità del nuovo contesto;

la possibilità di lasciare commenti su tutti i comunicati della newsroom del sito web;

Creare concorsi per i dipendenti a raccontare l'azienda in cui lavorano attraverso video e file musicali: la totale libertà di espressione di questa specie di YouTube aziendale potrebbe essere anche uno strumento di analisi del clima. Non bisognerebbe dimenticarsi di mettere in palio premi possibilmente in denaro o vacanze e non fantozziane medaglie di cartone.

Insomma, la lista potenziale è molto più lunga e penso che i comunicatori che leggeranno questo post potrebbero anche collaborarvi con i loro commenti.

Si comunica a individui concreti, non ai media in astratto: prima o poi anche i comunicatori di professione se ne renderanno conto.

domenica 14 settembre 2008

Marketing e comunicazione delle imprese di nicchia

L'Italia è punteggiata di aziende di altissima qualità che operano a livello internazionale in nicchie ad altissima specializzazione. Molto spesso comprendere esattamente il valore che trasferiscono al cliente richiede tempo e competenze specifiche. Dunque, pensare di applicare a queste aziende i principi generali del marketing e della comunicazione anche se su scala ridotta è un errore madornale. Insomma, non si tratta affatto di realizzare per queste aziende un depliant molto curato ma a tiratura ridotta e nemmeno di impostare una strategia di media relations per uscire sulle testate di settore (almeno non solo queste attività). Al di là delle motivazioni di ordine strategico, i vincoli dei bilanci di queste aziende ci chiedono di seguire strade meno comuni e anche più economiche.

Il prodotto di nicchia parla, ha una storia da raccontare, suscita ammirazione ed emozioni nelle menti dei suoi appassionati. Il cliente può riconoscere un valore e pagare un extramargine che queste aziende ad altissima specializzazione spesso riescono a spuntare solo se questi è pienamente cosciente del valore che gli viene trasferito.

Mentre in molte aziende mass market il processo produttivo è un momento imbarazzante del prodotto (tutto sicuro e garantito certo, ma veder produrre i wurstel non fa venire la voglia di mangiarli), nelle aziende di nicchia ad alta qualità far conoscere e far comprendere al cliente il processo produttivo è un momento essenziale della strategia di marketing e comunicazione.

Per definizione le aziende di nicchia producono per piccoli numeri. Molto spesso i loro clienti hanno una conoscenza del settore superiore alla media. Ci sarebbero pertanto tutte le condizioni per sviluppare una comunicazione e un marketing basati su relazioni e contenuti. Sono di certo attività che richiedono molto tempo e denaro, visto che l'ideale sarebbe costruire un dialogo costante e sempre rinnovato con ogni singolo cliente. Eppure questa impostazione potrebbe garantire una fedeltà altissima, con gli stessi clienti che attiverebbero essi stessi un meccanismo di passaparola e accreditamento dell'azienda presso i loro conoscenti. Parte del lavoro di individuazione di ulteriori pubblici e target verrebbe fatto quindi dai clienti.

Per quanto riguarda l'impegno economico si tratta di calcolare quanto costerebbero le attività di dialogo messe in campo, quanti clienti acquisiti si perderanno dopo il primo acquisto e quanti ne arrivano grazie alle attività di comunicazione e marketing gestite direttamente e a seguito delle azioni di accreditamento attivate dai clienti attuali.

Un modello che cercherò di sviluppare in un secondo post parlando degli strumenti che possono essere utilizzati.


lunedì 8 settembre 2008

Compromessi

Certe persone per anni non accettano compromessi, finquando non ne accettano uno, il peggiore.

martedì 2 settembre 2008

33 Variazioni su un valzer di Diabelli

Da poche banali note proposte dall'editore Anton Diabelli il genio di Ludvig van Beethoven trasse la richezza caleidoscopica delle 33 variazioni.
Per chi sa scorgerlo, l'infinito si nasconde in dettagli banali e, a prima vista, insignificanti.
L'interpretazione è di Glenn Gould.



sabato 30 agosto 2008

Gramsci letto da Berlusconi

Tutti dovrebbero sapere che le parole non sono neutre. Quando descriviamo un fatto in un modo o in un altro non ne diamo solo un giudizio differente ma operiamo una riorganizzazione semantica del mondo. In Italia Berlusconi, al di là degli aspetti folcloristici del suo approccio al potere, ha sviluppato una narrazione della società di cui lui si proponeva come la soluzione e la sintesi.

Per tanti versi, a interpretare in maniera più efficace (per quanto distorta ed immiserita) la lezione di Gramsci sull'egemonia culturale è stato proprio SB negli ultimi venti anni.

Alla perdita dell'egemonia la sinistra ha reagito in tre modi: o facendosi colonizzare dalla proposta di lettura valoriale che della politica come della società faceva SB (vedi il Partito Democratico); o restando ancorata per lo più a schemi iperrealistici più leninisti (del Lenin, per intenderci, di “Materialismo ed empiriocriticismo”) che marxisti (vedi le varie sinistrette radicaleggianti); o incazzandosi senza tentare di capire (ancora parte delle sinistrette e i girotondini).

Un Paese dove la lettura più efficace della trasformazione in senso cognitivo dell'economia è stata data dalle televisioni di intrattenimento godereccio e di informazione ansiogena di Berlusconi, questo è oggi l'Italia, dove una percentuale prossima all'80% dei cittadini fruisce esclusivamente del media televisivo, per cui la televisione diventa al tempo stesso la realtà e la chiave unica per capire la realtà.

Un'egemonia può durare fino a quando offre strumenti cognitivi e interpretativi che funzionano, che persuadono, che mobilitano, che non vengono smentiti dall'esperienza immediata di chi li introietta. I prossimi mesi saranno uno straordinario banco di prova per l'egemonia televisiva berlusconiana: se i suoi esperti riusciranno a proporre chiavi interpretative capaci di spiegare la crisi economica e sociale che vivrà il Paese senza addebitarne le colpe al Governo si getteranno le basi per un consolidamento ulteriore e a lungo termine del consenso.

E a questa strategia cognitiva come risponde l'opposizione? Ma con i girotondi e le petizioni, ça va sans dire!



lunedì 18 agosto 2008

La spiritualita' di Barack Obama


Penso che il pensiero lasciato da Barack Obama al Muro del Pianto durante la sua prima visita in Israele valga per tutti, credenti e non.
“Signore, proteggi me e la mia famiglia. Perdona i miei peccati e aiutami a rimanere al riparo dall’orgoglio e dalla disperazione. Dammi la saggezza per fare ciò che è giusto. E rendimi uno strumento della tua volontà”

mercoledì 13 agosto 2008

Chi se ne frega dei blog?


Davvero non capisco perche' alcuni manager o responsabili della comunicazione si iscrivono ai corsi per professionisti della business school de Il Sole 24 ORE. Arrivano in aula con la spocchia di chi crede di saperla lunga, e mica li convinci che si possono guardare le cose in maniera piu' moderna, noooo, per carita', peccato di lesa maesta', come accadrebbe ai loro collaboratori se proponessero un'idea oltre le solite routine.

Mesi fa spiegavo il potere dei blog e la moltiplicazione dei canali di comunicazione di cui un responsabile della comunicazione e del marketing aziendale tenere conto nell'epoca del web relazionale. C'era in aula la responsabile comunicazione di una societa' quotata a piazza Affari la quale sosteneva press'a poco: “Ma chi se ne frega di quattro sfigati che si fanno un bloggino a uso e consumo dei loro amici. Noi dobbiamo tenere conto dei grandi stakeholders, le banche, gli investitori, I grandi media, i top managers: quello e' il lavoro che giustifica il nostro stipendio”. Mi trattava come un illuso dal cuore d'oro. La maggioranza dell'aula, d'altra parte, era con me.

A questa saccentela dedico l'articolo che oggi Repubblica pubblica sul blog (aviatorAZ) di un assistente di volo Alitalia sulle tragicomiche avventure che vive chiunque lavora a bordo degli aerei della compagnia aerea piu' pazza del mondo (ecco l'idea per un film grottesco). Non penso che sapere tante cose dall'interno di Alitalia aiutera' la compagnia di bandiera. E dopotutto chi si occupa della comunicazione di Alitalia? Mistero inglorioso.

Potrei ricordare anche casi americani, come il celeberrimo caso di Vincent Ferrari, un blogger di New York che carico' sul suo blog il file audio con la sua lotta con il personale di AmericaOnLine per disdire l'abbonamento, provocando prima un disastro di immagine per l'internet provider e subito dopo la fuga o la mancata stipula di migliaia di contratti. Ma anche al contrario il caso di studio di Channel 9, il blog creato da Robert Scoble, un insider Microsoft, che ha di molto migliorato l'immagine della casa di Seattle tra i tech-addicted.

Peccato che la manager della societa' milanese di “broadband solutions” non leggera' questo post, e neanche gli altri blog che ho citato.

Ma ai suoi capi va bene cosi'.

lunedì 4 agosto 2008

Dall'export all'internazionalizzazione

Circa due settimane fa ha avuto molta eco sui quotidiani l'elaborazione che la Fondazione Edison ha fatto dei dati del Trade Performance Index del UNCTAD/WTO relativi al 2006 dalla quale risultano gli ottimi risultati dell’export italiano (per scaricare il file in formato.pdf clicca qui). Concordo con Marco Fortis (direttore della Fondazione Edison) sulla competitività internazionale del sistema produttivo dell’Italia centro-settentrionale.

La mia considerazione riguarda non tanto l’export quanto la reale internazionalizzazione del sistema produttivo italiano, soprattutto delle piccole e medie imprese. Per tante imprese essere internazionali significa solamente essere presenti su un certo numero, più o meno ampio, di mercati esteri. In concreto: per ogni mercato si ha un accordo con un distributore locale, il quale paga le merci in anticipo e FOB e poi gestisce tutte le altre fasi, dallo sdoganamento alla scelta dei canali di commercializzazione fino alla definizione del prezzo. Possiamo definire questo approccio davvero un’internazionalizzazione? Per nulla. L’azienda che opera in questo modo non conosce niente dei mercati in cui arrivano i suoi prodotti; quando l’export manager va a trovare il distributore la sua conoscenza del paese si limita all’aeroporto, alla strada dall’aeroporto all’albergo e ai luoghi dove si svolgeranno le iniziative promozionali. Punto. Il distributore diventa il vero padrone del prodotto, decidendone posizionamento, pricing, distribuzione e immagine.

Naturalmente tante piccole e medie imprese risponderanno che sarebbe troppo oneroso creare delle sussidiarie in ogni paese dove si opera o inviare degli area manager in zone del mondo dove la domanda è comunque occasionale e limitata. E poi mettiamoci pure che è comodo avere un distributore che paga in anticipo, manda il mezzo di trasporto, carica e se ne va.

Eppure con questo approccio tante piccole e medie imprese non riusciranno mai a internazionalizzarsi davvero, ovvero a capire come la domanda si evolve nei mercati internazionali, quali prodotti sono più adatti a un determinato mercato, come si viene percepiti e quali strategie di marketing e di comunicazione adottare di conseguenza.

Internazionalizzazione significa innanzitutto una trasformazione della cultura aziendale, che vede il mondo come il suo mercato e chiede di avere al suo interno collaboratori con la medesima apertura.

Anche una piccola o media impresa può perseguire questo obiettivo. Basterebbe aprire delle sussidiarie solo nelle macroaree del mondo più forti o promettenti per la propria attività (Russia e Asia centrale, Nord Africa, Sud Est asiatico, Balcani, Peasi del Golfo Persico, Sud o Nord America, Cina e India) e continuare a seguire i mercati meno redditizi col vecchio e caro distributore locale. Così l'impresa piccola o media potrebbe davvero trasformarsi da realtà meramente esportatrice ad attore internazionale.

venerdì 1 agosto 2008

Lapide per il (deprimente) congresso di Rifondazione...

















"Ecco, finché la sinistra non si doterà degli strumenti necessari a comprendere il mondo che ci troviamo a vivere e finché non avrà la forza di spiegare che questo modello di vita andrà sempre più esaurendosi, non nascerà alcun progetto politico credibile"
.

Marco Revelli, intervista a Liberazione del 31 luglio 2008.

Mi ritrovo perfettamente. Altri commenti?

domenica 27 luglio 2008

Dal prodotto al brand


Qualche giorno fa mi sono ritrovato tra le mani il depliant di un potenziale cliente.
Il testo sgrammaticato, i concetti da decodificare con pazienza, l'impaginazione e i colori sgraziati. Ma non si può accusare il capoazienda, anzi.
L'Italia è piena di piccoli e medi imprenditori i quali, partiti da un approccio di alta artigianalità e grazie a grandi sacrifici economici, sopportati spesso da tutta la loro famiglia, sono riusciti a produrre prodotti migliori con una gamma più ampia, a ingrandire la rete di vendita, a moltiplicare il numero di dipendenti, spesso considerati quasi come allievi.
Chiedere a questi imprenditori di avere competenze di comunicazione, di branding, di marketing evoluto, sarebbe troppo, eppure la sfida della piccola e media impresa italiana si gioca proprio lì, sulla capacità di raccontare, narrare i prodotti di eccellenza nascosti in tante parti d'Italia, di "impacchettare" semanticamente le produzioni locali per trasferire ai consumatori i significati stratificati in un territorio su un prodotto nel corso di decenni o secoli di esperienza. Ma chi dovrebbe aiutare in questa sfida i piccoli imprenditori? Per un singolo imprenditore ingaggiare le società di consulenza costa troppo e non saprebbe neanche cosa chiedere. Le Università sono distantissime dalle piccole imprese. E chi altri poi? Lo Stato? Le Regioni? Le Provincie? Le associazioni di categoria?

Ci vorrebbe un grande sforzo condiviso da parte degli enti e delle associazioni locali per creare dei bandi a livello di distretto o di provincia al fine di offrire a costo zero o quasi servizi di marketing, comunicazione e branding. A questi bandi potrebbero partecipare non solo grandi società di consulenza ma anche singoli professionisti associati. Nel contempo si potrebbe anche pensare alla costituzione di agenzie legate ai territori che si occupino specificatamente di questo aspetto dello sviluppo aziendale. Si tratterebbe di erogare un costante servizio a disposizione di tutti gli associati o delle aziende sul territorio. Questi servizi potrebbero essere finanziati da un insieme di attori istituzionali ed economici del territorio ma la stessa agenzia potrebbe provare a concorrere per ottenere fondi europei o assistere le imprese clienti nelle pratiche per ottenere finanziamenti per sviluppare gli aspetti immateriali della sua offerta.
D'altra parte abbiamo aziende di promozione per l'internazionalizzazione, società per la innovazione tecnologica, strutture di consulenza per la raccolta di capitali, agenzie di per lo sviluppo del territorio ma nessuna, davvero nessuna realtà consortile o associativa o simili che offra assistenza nellìevoluzione delle piccole imprese sotto il lato della loro comunicazione e di tutti gli aspetti immateriali della loro produzione.

Sarebbe il caso che anche la FERPI aprisse un dibattito al riguardo. O no?

(sarebbe anche bello ricevere al riguardo commenti da parte di qualche iscritto alla FERPI)

sabato 19 luglio 2008

La laicità è come un prato



La laicità è come un prato destinato ai giochi dei bambini.

Alcuni preferiscono divertirsi con il calcio, e saranno la maggioranza. Altri, sempre più, vorranno organizzare partite di rugby. Forse qualcuno vorrà impegnarsi in una specie di hockey su prato. Ci saranno certamente coloro che vorranno giocare come una volta a mosca cieca o a nascondino. E ci saranno anche i bambini che vorranno usare il prato per sdraiarsi a leggere un libro o che si lasceranno già incantare ad ammirare la natura.

Chiunque capisce che sarebbe ingiusto destinare quel prato solo al gioco del calcio, anche se la loro numerosità illude i calciatori di avere qualche diritto in più degli altri. E così per tutti gli altri sport e per tutte le attività che liberamente possono svolgersi sul prato, ognuna degna di utilizzarlo finquando ci sarà qualcuno che proverà entusiasmo e piacere in esse.

A me piacerebbe stare dalla parte di coloro che curano il prato, lo tengono in buone condizioni e consentono a tutti di giocarci, senza che nessuno se ne appropri.

mercoledì 16 luglio 2008

Italia: grande svendita talenti (fino ad esaurimento scorte)



Questo libro aiuta a capire meglio di tante analisi strettamente economiche perché l'Italia si è inoltrata in un declino che non vede al momento barlumi di svolta.
Un modello sociale in cui le classi dirigenti badano esclusivamente alla tutela delle proprie rendite di posizione, in cui il declinante numero di chances lavorative ed esistenziali di qualità viene ripartito esclusivamente tra i pargoli dei privilegiati, dove avere giovani di talento in azienda diventa un problema dato che non si sa come utilizzarli.
Un paese le cui elites hanno abdicato all'impegno di elaborare una qualsiasi idea di futuro e di sperimentare nuovi modelli di convivenza e di sviluppo adeguati al nuovo contesto internazionale.
Irene Tinagli (una ricercatrice emigrata, ça va sans dire) analizza nel dettaglio tutti gli ambiti, dalle Università alle imprese passando per la politica, dove i talentuosi si devono inchinare umiliati al servilismo dei mediocri verso i capetti di turno.
L'autrice nutre speranze che si possa ripartire proprio dalla voglia di farcela di tanti talenti che ancora non riescono ad esprimersi. Chi scrive ne ha meno.

Irene Tinagli, Talento da svendere, Einaudi 2008

domenica 29 giugno 2008

I peggiori posti dove lavorare


Per parafrasare Marx: siamo passati dall’esercito industriale di riserva dei contadini dell’Ottocento, disposti a farsi sfruttare nelle fabbriche per pochi soldi certi piuttosto che vivere gli stenti delle campagne, all’esercito intellettuale di riserva, ovvero i giovani laureati e “masterizzati”, disposti a farsi sfruttare in aziende e in agenzie di pubblicità o di comunicazione pur di fare esperienza e non rimanere a spasso.

I tassi di sostituzione degli stagisti sono altissimi e spesso bisogna attivare intricate reti di conoscenze per sapere se quell’agenzia ha una buona reputazione o se quel dirigente con cui si andrà a lavorare non è prossimo allo schizofrenia.

Propongo allora ai quattro lettori del mio blog un gioco di società: perché non evidenziare nei vostri commenti, in modalità anonima se volete, le peggiori agenzie e aziende dove lavorare, quelle insomma, per esperienza diretta o di amici a voi vicini, dove la convivenza è pari a quella di un lager, dove il grande capo è un cialtrone amante dei leccapiedi, dove gli stagisti dovrebbero chiamare in soccorso la lega anti vivisezione.

Un giochino con il quale parecchi di voi potrebbero togliersi qualche sassolino dalle scarpe…


lunedì 16 giugno 2008

Pigrizie mentali 3

(un'immagine dallo spot dell'incomprensibile campagna di Capitalia "Tutto puo' cambiare")

Pongo la domanda ai miei amici ed ex studenti comunicatori: perche' i direttori della comunicazione di tante aziende spendono milioni di euro in pubblicita' poco efficaci e spesso brutte e poi nemmeno pensano di assumere qualche giovane professionista per fare media monitoring? Nell'epoca delle community web, dei canali televisivi all news, dei blogger con visibilita' mondiale, questi grandi comunicatori nazionali restano legati alla loro buona e tranquillizzante agendina con i telefoni dei giornalisti della carta stampata o, al massimo, dei principali telegiornali.
Il monolitico, monotono, monoteistico culto della rassegna stampa mattutina, oramai solo la punta dell' iceberg di tutto quello che il mondo dice della tua azienda, resiste grazie alla pigrizia annoiata di persone che temono di perdere il controllo (piu' presunto che reale) della comunicazione, avventurandosi a dialogare con attori e territori che non sono condizionabili dai regali natalizi o da do ut des meno confessabili.
Si potrebbe almeno iniziare ad osservare questi nuovi mondi della comunicazione e delle communities, offrendoli allo sguardo di occhi giovani e motivati. Invece no. Meglio un'altra campagna pubblicitaria per spalmare qualche milione di euro sulle testate da cui aspettarsi future benevolenze. E questo anche perche' non vi e' campagna pubblicitaria che non faccia rimbalzare parte dell'investimento pianificato nelle tasche del manager che l'ha commissionata.
Quanti posti di lavoro nel campo della comunicazione si potrebbero creare in Italia se vi fosse un nuovo approccio ai media da parte dei manager della comunicazione?

domenica 15 giugno 2008

Piu' notizie, meno infotainment



Adbuster (
www.adbuster.com) e' uno dei gruppi di analisi dei media e controinformazione (culture jamming) piu' importanti al mondo. Il gruppo di Vancouver ha lanciato una petizione online per chiedere una riforma dei modelli informativi globali oggi in auge. Al di la' dei risultati immediati, mi sembra importante sostenere e diffondere iniziative che dal basso facciano sentire ai grandi gruppi editoriali le esigenze emergenti tra coloro che fruiscono dei loro media. La petizione inizia cosi':

We, the undersigned, are troubled by the way information flows and the way meaning is produced in our society.

WE HAVE LOST CONFIDENCE in what we are seeing, hearing and reading: too much infotainment and not enough news; too many outlets telling the same stories; too much commercialism and too much hype. Every day, this commercial information system distorts our view of the world. (...)

Il link per firmare la petizione e' http://adbusters.org/campaigns/mediacarta/sign

venerdì 6 giugno 2008

Toni Negri e l'immateriale



Sull'ultimo numero del mensile di filosofia Diogene edito dalla Giunti si trova un'intervista a Toni Negri che parla anche del lavoro immateriale:


"(...) è necessario far riferimento al lavoro immateriale, o cognitivo. Questo è definibile come il lavoro in cui prevale l’elemento mentale-culturale sugli elementi materiali e di addestramento dei sensi. Il lavoro immateriale, utilizzando uno strumento tecnico-materiale (ad esempio, il computer) di solito in rete, si definisce come lavoro intellettuale e insieme come lavoro socializzato-comunicativo. Talora ci si illude di poter definire questo tipo di lavoro come “libero”, in realtà anch’esso è salarizzato e si riduce, per così dire, a lavoro “operaio”. Tuttavia, al di là di questa riduzione, emergono importanti e decisivi elementi di differenza. In realtà, in ogni tipo di lavoro, c’è sempre stata una componente cognitiva: nessun operaio è mai stato semplicemente “mani callose”, si è sempre anche costituito come forza intellettuale. Tuttavia, qualsiasi seria analisi del lavoro deve riconoscere che, prima, il lavoro (nella sua materialità) era assunto nella sua astrazione, cioè quantificato nella sua totalità o in unità discrete, che era ripetibile, che era calcolato su unità di tempo prefissate. Oggi, paradossalmente, il lavoro produttivo (immateriale) è invece sempre più concreto, nel senso che esso vuole singolarizzare un bagaglio di conoscenze nell’atto del lavoro. Ricordo, ad esempio, durante le mie prime esperienze come sociologo qui a Parigi, che, già quarant’anni fa, nelle officine dei TGV di Saint Denis non c’erano più operai tradizionali, ma solamente tecnici che “auscultavano” il treno come fossero medici. Le vecchie leggi di regolazione del lavoro, basate su criteri di astrazione e controllo dei tempi, sono quindi venute meno. Non è concepibile, in altre parole, racchiudere il lavoro attuale (che ha una figura singolare) in limiti di tempo che ne definiscano il valore: se si lavora a un progetto, ad esempio, questo può occupare mentalmente il soggetto molto più a lungo delle ore impiegate per la sua realizzazione. Il 3X8 (8 ore di lavoro, 8 ore di tempo libero, 8 ore di sonno), caratteristico della giornata lavorativa tipo, salta. Venendo meno l’orario della giornata di lavoro, è venuta meno anche la contrattualità classica, sindacale, e ciò lascia spazio a maggiori flessibilità (nel tempo) e mobilità (nello spazio) lavorativa: si può lavorare a casa, in macchina o di notte. Naturalmente, queste attuali forme di lavoro debbono essere attraversate da una nuova lotta di classe per combattere l’imporsi di nuove forme di divisione, sfruttamento e precarizzazione del lavoro."

Potete trovare tutta l'intervista al seguente link: http://dagospia.excite.it/articolo_index_41023.html

Ritengo che sfugga a Negri una trasformazione ulteriore, ovvero quella che parte dal lavoro immateriale e arriva a trasformare l'intera vita dei soggetti, in termini di racconto di sè, di prospettive di vita, di sistemi valoriali. In sintesi: l'identità si costruisce non più sul lavoro, sulla produzione, ma sul consumo, materiale e simbolico. Gli stessi legami sociali si rafforzano attraverso le occasioni di consumo.
Un redivivo Marx oggi visiterebbe con più interesse i centri commerciali che le fabbriche postfordiste.

mercoledì 4 giugno 2008

Rai, di pochi, di meno

La sinistra celebra da sempre la RAI come la più grande industria culturale del Paese. Potrebbe anche essere vero, solo che la sinistra (figuriamoci la destra) non ha mai proposto un piano strategico che coinvolgesse la RAI nello sviluppo culturale degli italiani. Ci si è sempre accontentati di dividersi scranni, poltrone, seggiole e strapuntini, senza dimenticare i posti in piedi. D’altra parte se c’è proprio un’azienda italiana che smentisce la presunta diversità della sinistra nella gestione della spartitocrazia questa è proprio la RAI.

Se fosse vero che la RAI è un’azienda culturale qualcuno dovrebbe proporre di arricchirla con giovani intelligenze e nuovi percorsi culturali. Insomma, un piano di assunzioni attraverso un concorso rigorosissimo (almeno più duro degli esami di ammissione alla Normale di Pisa) di cinquanta giovani all’anno per i prossimi dieci anni, aperto a giovani più colti e intelligenti d’Italia. Per ridurre il rischio di raccomandazioni si potrebbero mettere online i risultati e le prove di tutti i candidati, così la commissione di valutazione si troverebbe sotto il controllo dell’intera nazione.

Ma nessun politico potrebbe mai appoggiare una proposta del genere. Il signor Valter, che da sempre è attentissimo alla spartitocrazia televisiva, e Re (Viagra) Silvio si troverebbero troppe persone non più controllabili dentro un baraccone che fa comodo tenere nello stato da encefalogramma piatto in cui si trova.

Troppa poca competenza e troppa politica: la tradizionale pozione italiana per distruggere le aziende pubbliche.

lunedì 26 maggio 2008

Finzioni televisive


Tra i tanti argomenti che possono essere usati per evidenziare lo stato disastroso della creatività televisiva in Italia ne propongo uno che finora non ho sentito o letto.
Potremmo dire allora che mentre le fiction italiane danno una rappresentazione didascalica della realtà, quelle prodotte negli USA tendono a proporre metafore forti della medesima. Mentre una storia italiana ha un unico livello di interpretazione, quello del mero plot, dello svolgimento dei fatti, le storie televisive americane si offrono a molteplici interpretazioni, come ogni opera d'arte aperta al contributo interpretativo creativo del suo fruitore, come ha teorizzato il nostro Umberto Eco quasi 40 anni fa in Opera Aperta.
Prendiamo ad esempio delle fiction seriali di successo come "I Cesaroni" o "Don Matteo” o anche il celebratissimo e più cinematografico "Commissario Montalbano". A volte vi sono bravi attori altre volte meno, a volte la regia è curata altre volte è più approssimativa ma comunque la storia è nulla più che un racconto, a volte avvincente. Da parte loro i serial americani affiancano al plot una proposta metaforica della realtà. “Sex and the city” non racconta solo degli incontri erotici delle quattro protagoniste ma soprattutto la solitudine delle stesse. “Lost” non racconta solo di un gruppo di superstiti ma di un sentimento di smarrimento collettivo. “Prison break” non racconta solo le storie di un gruppo di detenuti ma della ricerca di vie di fuga di esistenze che si sentono senza scampo.
Potremmo continuare a lungo, e ogni lettore di questo post potrebbe aggiungere le sue proposte. Potremmo anche chiederci il perché di queste differenze. Certo, la televisione in Italia è considerata ancora come uno svago e non come una forma d'arte ma il sospetto è anche un altro: che in Italia la fiction televisiva venga utilizzata meno per comprendere e raccontare l'esistenza che per edulcorarla o addirittura mistificarla.

giovedì 22 maggio 2008

Di passaggio

[È la stessa cosa, che è viva e morta,
che è desta e dormiente, che è giovane
e vecchia. Queste cose infatti,
ricadono nel mutamento in quelle,
e quelle viceversa in queste.]



In questo periodo della mia vita questo capolavoro di Manlio Sgalambro e Franco Battiato mi sembra una perfetta rappresentazione dei miei pensieri.

domenica 4 maggio 2008

La sinistra smentita dall'economia della conoscenza

Con questo post chiudo quelli politico-elettorali di questa fase e ritorno ai temi piu' specifici del blog.
Diciamo subito che non ha perso (solo) l'idea della Sinistra Arcobaleno. E' finita l'ipotesi politico sociale di rifondare-rielaborare l'esperienza storica del Partito Comunista Italiano. I risultati amministrativi ottenuti in centro Italia per decenni, una certa, storica, faticosa autonomia rispetto a Mosca, l'essere stato per decenni il partito che si definiva comunista (a mio avviso era assolutamente socialdemocratico) piu' votato al mondo in elezioni libere erano tutti fattori che potevano far immaginare una rielaborazione innovativa del fallimento storico dei regimi sovietici. Purtroppo, i politici che si erano chiamati a questo compito ambizioso erano ben poco attrezzati. Nelle rapide righe di un blog non entro in dettagli che chiederebbero volumi densi e pesanti, tuttavia ritengo che l'idea di qualsiasi forma di Rifondazione sia del tutto naufragata, smentita questa volta non dalla Storia ma piu' banalmente dagli elettori. Quelli che a sinistra continuano ad azzannarsi su questo tema sono come quegli eredi che litigano per come spartirsi la casa senza sapere che essa e' stata distrutta da un terremoto.
La questione politica del presente e' il lavoro cognitivo-simbolico-relazionale, di cui gran parte dei politici di sinistra non ha capito un cazzo.
Quindi la scomparsa in Italia della sinistra storica non e' un fenomeno passeggero, ma e' la conseguenza di una profonda trasformazione nelle modalita' e nell'idea stessa di lavoro. Resteranno ancora dei partiti che si considereranno addirittura comunisti ma saranno folclore colorato come quei papagalli domestici che ripetono le stesse parole da decenni.
Le sfide poste dall'economia della conoscenza attendono ben altre risposte.

domenica 27 aprile 2008

Consigli di lettura per top managers e non...


Insomma, per quelli che parlano di patria e di italianità (e usano in modo poco patriottico le casse dello Stato), per coloro che fanno risalire la fondazione di Roma a Romolo e Remolo, per i tanti che pensano che l’identità nazionale sia fatta di pizza, spaghetti e mandolino, e mettiamoci pure per i troppi che semplicemente se ne fregano dell’Italia visto che gli basta il loro paesello, già troppo esteso per le loro facoltà mentali, è uscito il libro della mia amica Amelia Italia Italia! Il piccolo libro della nostra Patria.

Costa meno di una pizza da asporto (oramai per le pizze a tavolino il parametro di costo sono i manuali universitari), e vi offre la possibilità di conoscere date, aneddoti, invenzioni che sono parte del nostro essere italiani e anche di ricordare tante cose imparate alle elementari o al liceo e poi disperse nella nostra memoria satura di troppi impegni e urgenze.

Quindi un ripasso che serve a tutti, non solo agli strapagati manager che non conoscono le date basilari della storia, ma a chiunque voglia riflettere su un Paese comunque ammirato nel mondo e migliore della stima che troppi suoi cittadini hanno di esso.

domenica 20 aprile 2008

Game over



Lo dico semplice e diretto: la piu' grave colpa che bisogna imputare al regno di Bertinotti I su Rifondazione (Bertinotti II, gia' in attesa scalpitante di raccoglierne l'eredita' sarebbe Gennaro Migliore ma rischia di fare la fine di Carlo di Inghilterra) e' stata quella di voler supplire mediaticamente alla carenza di insediamento sociale e alle evidenti inadeguatezze del gruppo dirigente.
Rifondazione, al di la' delle chiacchiere e degli slogan, e' stato uno dei partiti piu' mediatizzati della cosidetta Seconda Repubblica. Questo meccanismo di supplenza mediatica ha funzionato fino a quando la realta', ovvero il peggioramento delle condizioni di vita delle classi piu' povere e non solo, non ha messo a nudo l'inadeguatezza delle risposte (leggi slogan) di Rifondazione rispetto alle urgenze quotidiane del suo elettorato di riferimento.
In questo quadro il fallimento dell'esperienza di governo e' solo una conseguenza di un progressivo scollamento tra Rifondazione e il suo insediamento sociale. L'autoreferenzialita' dei gruppi dirigenti del partito, il rifiuto supponente di questi a un dialogo o almeno alla comprensione del malessere che emergeva tra i sostenitori, i tesserati o addirittura ex dirigenti o eletti avrebbe dovuto far presagire i rischi della catastrofe, se solo ci fosse stato qualcuno dei dirigenti capace di andare tra la gente comune e non soltanto tra quelli gia' "del giro".
Aldo Cazzullo da Santoro ha giustamente evidenziato che in questi anni la sinistra, e in primis Rifondazione, ha pensato piu' alla rappresentazione di se' che a rappresentare gli interessi e i bisogni del suo elettorato. Filippo Ceccarelli su Repubblica ha evidenziato che
" non si puo' dire che Bertinotti non abbia vissuto al massimo i suoi anni d'oro".
Peccato che per i suoi elettori questi sono stati e continuano ad essere anni di latta.

lunedì 7 aprile 2008

Luca Luciani, un manager adatto all'Italia



Poi, in tempo di elezioni, ce la prendiamo con i politici... Prima o poi capiremo che la crisi del nostro paese dipende non solo dalla politica ma dalle classi dirigenti nel loro complesso.
Un manager che prende oltre 800 mila euro all'anno, da cui dipendono i destini di lavoratori, risparmiatori, fornitori, collaboratori, ha avuto solo la sfortuna di essere ripreso dalle telecamere mentre mette in mostra la sua incultura. Quanti altri dirigenti, in quante altre aziende e in quanti altri settori, sono altrettanto incolti e incapaci in questo paese in cui gli unici meriti sono le appartenenze e le fedeltà incondizionate a capi mediocri, che scelgono collaboratori e vice ancora più mediocri?
Non mi piacciono i capri espiatori. Se il paese è in declino da quindici anni non è colpa solo dei politici, se Telecom è oramai un'azienda senza prospettive non è solo colpa di Luciani, se le Università di presunta eccellenza come la Luiss producono questi personaggi non è colpa solo di chi le dirige e di chi vi insegna.
Ma nessuno in questa campagna elettorale si pone il problema di come affrontare una crisi di cui l'aspetto economico è una conseguenza drammatica ma non l'elemento più rilevante.
Quando parlo delle reciproche difficoltà nazionali con i miei amici dell'Europa orientale paragono i loro paesi ad adolescenti con un grande potenziale che proprio per questo faticano a trovare una loro stabilità e l'Italia a un cinquantenne in crisi di identità e senza prospettive.
Di solito molti cinquantenni in queste condizioni si suicidano.

sabato 29 marzo 2008

Sempre sul diritto al non voto

Ebbene, qualche riflessione sul diritto al non voto e su un post precedente l'ho fatta nei giorni scorsi. Risultato: votare per questa politica e per questa sinistra che chiede gli atti di fede e reagisce stizzita alle critiche di chi come chi scrive si e' esposto per anni (pagandone anche qualche prezzo personale) nemmeno a parlarne, resto fermo nel mio intento, fortemente politico, non antipolitico.
Ma esplicitare il diritto al non voto con la procedura che presento di seguito e' un'idea da prendere in considerazione...

Non ti senti rappresentato? Vuoi andare a votare ma non sai chi votare? perchè le liste e i candidati non ti piacciono? Siamo in tanti lo sai, non sei il solo. Non fare l'errore di dare il voto "ai meno peggio" o di votare "tappando naso e occhi". Vota di non votare.
Vai al seggio e fai scrivere a verbale le ragioni del tuo dissenso. Puoi farlo, fallo e fatti valere.
Hai il diritto di esprimere il tuo disagio. Hai il diritto di far sapere che manca una vera rappresentanza democratica. E' semplicissimo ed è un tuo diritto riconosciuto dalla legge elettorale.
Se resti a casa e non voti non sarai considerato. Se annulli o lasci scheda bianca verranno conteggiate a favore della lista che ha preso più voti (vedere l'assurdo calcolo per il premio di maggioranza). Non avere paura, non vergognarti. Chi sarà eletto non si vergognerà di tassarti, di creare più burocrazia, di darti una pensione da fame, di mandare te e i tuoi figli in scuole e ospedali fatiscenti.

Invece c'è un'altra soluzione semplice:
1) ANDARE A VOTARE, PRESENTARSI CON I DOCUMENTI + TESSERA ELETTORALE E FARSI VIDIMARE LA SCHEDA (portate con voi il documento allegato, facendo attenzione al punto 5 dell'art. 104, la parte in grassetto).

2) ESERCITARE IL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA (DOPO LA VIDIMAZIONE), dicendo: "Rifiuto la scheda per protesta, e chiedo che sia verbalizzato!"

3) PRETENDERE CHE VENGA VERBALIZZATO IL RIFIUTO DELLA SCHEDA. SE IL COMMISSARIO SI RIFIUTA MOSTRATE IL PUNTO 5 DELL'ART. 104 DEL D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (in grassetto del documento allegato)

4) ESERCITARE IL PROPRIO DIRITTO DI AGGIUNGERE, IN CALCE AL VERBALE, UN COMMENTO CHE GIUSTIFICHI IL RIFIUTO (ad esempio, ma ognuno decida il suo motivo: "Nessuno dei politici inseriti nelle liste mi rappresenta")(D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 - Art. 104, GIÀ citato)

COSÌ FACENDO NON VOTERETE, ED EVITERETE CHE IL VOTO, NULLO O BIANCO, SIA CONTEGGIATO COME QUOTA PREMIO PER IL PARTITO CON PIÙ VOTI!!

Non cedere alla retorica, alle promesse, se vuoi veramente cambiare, se vuoi veramente facce nuove, se vuoi veramente persone che non ti prendano più in giro, esercita il non voto.
VOTA DI NON VOTARE

mercoledì 19 marzo 2008

Indifferenze quotidiane

Nel frastuono degli impegni quotidiani, delle ansie presenti e future, un dramma globale o nazionale diventa solo una notizia di un telegiornale con cui accompagnare un pasto o una chiacchiera con gli amici. La reazione alle notizie oscilla tra il "non mi importa" e il "grave ma non ho tempo", oppure, al massimo, l'indignazione resta frenata dalla considerazione della nostra inanità.
Al riguardo il maestro Gabriele Mandel Khan,vicario generale della Confraternita sufi Jerrani-Halveti, scrive parole illuminanti, su cui vale la pena riflettere:
"Contro la forza la ragion non vale. Che cosa possiamo fare mai? Le prevaricazioni dettate dalla sete di potere, dall’egoismo economico, dall’interesse personale sono molte e molte, e le dimostrazioni lampanti che la Natura si ribella a questo stato di cose sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Ciò dipende in parte anche dall’egoismo personale che si annida in ciascuno di noi, e dalla neghittosità che ci fa dire: «Tanto tocca agli altri e non a me.»

E’ pur vero: una marcia e una fiaccolata ci sistemano la nostra coscienza, ma non toccano gli interessi dei potenti malvagi; le molte e molte lettere rimangono carta straccia e vengono cestinate con una risata; l’opinione pubblica suscita in loro, nel maggior numero di casi, una semplice scrollatina di spalle.

Che fare? Non demordere, non spegnere la fiamma della speranza che brilla in ciascuno di noi. Anzitutto i potenti sono tali perché si appoggiano sull’egoismo e l’indifferenza dei molti, ma soprattutto sulla loro ignoranza. Smetterla allora anzitutto di pensare che l’altro non è noi e quindi che ogni prevaricazione malvagia sull’altro non ci tocca; nutrire un amore per i valori umani e rispettarli ad ogni costo in prima persona, anche se ci costa fatica; e vincere la nostra e l’altrui ignoranza imparando e insegnando, insegnando e insegnando. “Tutto conoscere per tutto amare”. Lettere, comunicazioni, conferenze opuscoli; leggere, imparare, tenerci per mano nella via della Conoscenza. E continuare, continuare, continuare a far sentire la nostra voce, tenendo presente questa semplice novelletta sufi:

Un grande incendio iniziò a divorare la foresta. Il possente capobranco degli elefanti corse al lago, empì la proboscide di acqua e andò a buttarla sulle fiamme. Così continuò, corsa dopo corsa, sotto gli occhi ammirati del suo branco che acclamava all’impresa. Un passerotto pensò di collaborare anche lui, con le sue poche risorse: corse al lago, prese una goccia d’acqua nel becco e sorvolando la foresta la lasciò cadere. Ripeté il volo più volte, ma il branco degli elefanti si mise a ridere e a schernirlo gridando: «Che credi mai di fare? Guarda quanta acqua porta il nostro capobranco. Che è mai la goccia che porti nel tuo becco?» Al che il passerotto rispose: «Ognuno secondo la sua possibilità. Posso portare una sola goccia, ed è bene che porti anche una sola minuscola goccia anziché restarmene a guardare senza far nulla.» Lo sentirono anche tutti gli altri uccellini dell’aria, e rincuorati da quella affermazione esclamarono: «Ma allora anche noi possiamo fare qualcosa, anche noi siamo utili.» Volarono tutti al lago, presero ciascuno una goccia nel beccuccio e lasciarono cadere sopra la foresta in fiamme una gran pioggia di gocce minute, e così volo dopo volo la foresta in fiamme fu di continua bombardata da una pioggia di gocce minute e l’incendio fu spento.

E chi ha orecchie per intendere intenda.

Gabriele Mandel khân, vicario per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

sabato 15 marzo 2008

Saviano e la vita di scambio

Saviano su Repubblica di oggi non dice nulla di nuovo per chi ha vissuto e ha fatto politica al Sud (o continua a farla). La differenza e' che Saviano ha ancora l'indignazione per raccontare quanto i media e i partiti tentano di rimuovere e di far dimenticare: senza la criminalita' organizzata non solo crollerebbero gli equilibri sociali ed economici del Sud ma verrebbero meno anche tante risorse della finanza italiana.
Alle considerazioni di Saviano aggiungerei solo che la situazione e' peggio di quella che descrive: alle ultime elezioni cui ho partecipato ho visto ragazzi provenienti da famiglie senza problemi economici che avevano scelto chi votare solo perche' il candidato gli aveva offerto una pizza.

martedì 4 marzo 2008

Non cambiate Governo. Cambiate Paese.


Il manifesto mi sembra meno una boutade che un invito realistico, soprattutto ai giovani.
Non andrò a votare alle prossime elezioni per non legittimare con il mio voto una classe dirigente di sinistra assolutamente inadeguata. Mentre il Partito Democratico candida insulse parioline di buone relazioni che dovrebbero rappresentare i tanti giovani che fanno tutti i giorni una fatica frustrante a trovare una propria strada, la Sinistra Arcobaleno è oggi composta solo da persone di apparato che hanno trovato nei vari partiti, in particolare in Rifondazione, un rifugio e uno stipendio che nessun altro riconoscerebbe alla loro incapacità, quasi esistenziale. Gente che mai hanno vissuto le fatiche del vivere che attraversa oggi l'Italia, ragazzotti che sono arrivati in Parlamento o in Direzione nazionale grazie ai pomeriggi passati a bighellonare nelle varie Federazioni, un leader nazionale che lancia slogan sociali in televisione per poi passare le serate nei salotti più reazionari di Roma: no, questi non possono meritare il voto di chi crede nell'uguaglianza della dignità e delle opportunità per le persone.
Questa presunta Sinistra merita di crollare, questi presunti dirigenti meritano di vedersi ridurre fortemente il contributo pubblico ai loro partiti che consente loro di parassitare con i loro accoliti sulle attese dei tanti che si trovano nella parte infera della società italiana.
Vi sono momenti nella storia in cui una sconfitta può essere l'unico modo per togliere di mezzo una classe dirigente inadeguata ed essa stessa artefice della sconfitta.
Non per rinunciare ma per ricominciare.

domenica 24 febbraio 2008

La rabbia e la speranza

Visto che ero proprio li', un amico giornalista mi ha chiesto un articolo sugli scontri che sono capitati a Belgrado giovedi' scorso a seguito della proclamazione di indipendenza del Kosovo. Ecco di seguito il mio "reportage".
Buona lettura!

LA RABBIA E LA SPERANZA
A seguito dell'autoproclamata indipendenza del Kosovo il 21 febbraio Belgrado ha vissuto una notte di devastazioni. Un rigurgito del peggior nazionalismo che non deve far dimenticare il desiderio della maggioranza dei Serbi di essere parte dell'Unione Europea.

È sempre pericoloso giocare con le frustrazioni, dovrebbe saperlo ognuno e ancor di più i politici. Quando invece questi ultimi decidono di usare le frustrazioni di un popolo per la loro battaglia politica le conseguenze sono quasi sempre tragiche.
Giovedì scorso in piazza Nicola Pasić c'era almeno mezzo milione di persone. La prima cosa che colpiva era il grande numero di giovani, provenienti in maggioranza dalle province. La seconda era la presenza relativamente limitata dei trenta-quarantenni, ovvero di coloro che oggi fanno funzionare il paese e che sono stati in prima fila nelle manifestazioni degli anni Novanta contro Slobodan Milosević.
Annunciata da tutti i media come unitaria e nazionale, in realtà, senza la presenza di esponenti dei partiti filoccidentali (DS del presidente della Repubblica Tadic, G17plus e LDP), la manifestazione diventa subito una grande occasione per dar sfogo al nazionalismo estremo dei radicali di Tomislav Nikolić e a quello “governativo” del primo ministro Vojislav Koštunica. Nazionalismo sconfitto di nuovo dalla scelta della maggioranza dei serbi di confermare il 3 febbraio scorso il democratico Boris Tadić alla presidenza della Repubblica per un secondo mandato, al ballottaggio proprio contro Nikolić. Ecco che seguendo i discorsi degli oratori si venivano ad addensare assieme molteplici frustrazioni. La perdita del Kosovo innanzitutto, imposta alla Serbia come una postuma umiliazione per i massacri del regime di Milosević calpestando il diritto internazionale, tant'è che ancora oggi l'unica Risoluzione Onu al riguardo, la 1244, ancora attribuisce alla Serbia la sovranità di quel territorio. La recente sconfitta elettorale dei nazionalisti e dello stesso primo ministro Koštunica, il quale non volle sostenere al ballottaggio il suo alleato di governo Tadić. La rabbia delle province, ancora in gran parte escluse da uno sviluppo economico poderoso che ha migliorato quasi solo la vita degli abitanti di Belgrado.
Una sensazione collettiva di impotenza mista all'orgoglio di un popolo la cui identità si è costruita per secoli in antitesi al dominio turco e all'islam. Una tensione trattenuta a stento e di malavoglia, a cui la birra forniva un buon alibi per esplodere. La voglia di trovare qualcuno con cui prendersela traspariva dalle facce di tanti. Gli oratori, d'altra parte, non avevano detto nulla per stemperare gli animi. Gli slogan sul Kosovo parte della Serbia, ripetuti ossessivamente come un mantra per esaltare la rabbia. Le dichiarazioni di odio verso gli Stati Uniti, gli albanesi, la Turchia, l'Unione Europea. D'altronde chiedere aiuto alla piazza è sempre segno di debolezza, a maggior ragione se lo fa un Primo Ministro.
Quando terminano i comizi un corteo di alcune centinaia di migliaia di persone si dirige verso il santuario di San Sava, dove la manifestazione ufficiale si concluderà con una preghiera collettiva. La manifestazione di migliaia di facinorosi si concluderà ore dopo, con il rogo dell'ambasciata americana, la distruzione e il saccheggio di decine di negozi, l'attacco a edifici pubblici, e il sacrificio di una vita umana. La polizia ha lasciato che migliaia di dimostranti si dirigessero verso Kneza Milosa, il vialone delle ambasciate. Nessun sbarramento al primo incrocio tra questa strada e Kralija Milana, nessun sbarramento di polizia nemmeno oltre, tra la medesima strada e Njemanina. Eppure tre giorni prima per un'altra manifestazione lo schieramento di polizia a protezione delle ambasciate era stato imponente. A questo punto l'ambasciata americana è a un passo, e poi di seguito quella tedesca, quella croata, l'istituto Italiano di Cultura. Deserta l'ambasciata statunitense, sempre presidiatissima, in pochi minuti decine di facinorosi vi entrano, armati di bottiglie incendiarie e razzi iniziano ad appiccare i roghi. La bandiera a stelle e strisce viene sostituita dal tricolore russo. Attorno a loro centinaia di ragazzi assistono compiaciuti, facendosi fotografare davanti ai roghi come un souvenir da lasciare ai nipoti. Su quello sfondo qualche coppia si bacia, mentre gli assalitori ubriachi ballano dentro l'ambasciata in fiamme. Pochi minuti e sarà poi la volta dell'ambasciata croata e di quella tedesca, comunque con danni minori. Solo dopo almeno mezz'ora arrivano le truppe antisommossa. A questo punto gli assalitori scappano per le vie laterali e provano ad attaccare l'ambasciata inglese, ben presidiata questa volta. Il nuovo punto di raccolta diventa piazza Slavija. Devastazione. L'unico MacDonald's finora sopravvissuto in centro viene dato alle fiamme. Un negozio di telefonia mobile viene annichilito, non resteranno neanche gli arredi. Si forzano le serrande per rubare i computer. Negozi di alimentari, bar, panetterie si ritroveranno con le vetrine spaccate. Decine e decine impegnati a devastare ma migliaia i giovani presenti.
Alle 20.30 trovo finalmente un taxi per sfuggire alla devastazione, mi chiederà un prezzo spropositato ma fa parte del gioco. Ho appuntamento con alcuni amici serbi fuori dal centro e con la loro macchina andiamo in un locale sulle colline della città. Sono depressi e arrabbiati. Stanno per aprire un'impresa di acquacoltura con i risparmi delle loro famiglie e temono che gli investitori esteri si ritireranno dopo una tale serata di follia. È la Serbia che riconosco, ragazzi e ragazze che negli anni Novanta erano in piazza da adolescenti contro Milosević e non vogliono perdere la libertà e quel minimo di sicurezza economica costruite con tanti sacrifici. Meritano rispetto e aiuto. Chissà se l'Italia e l'Unione Europea si accorgeranno di loro.

domenica 17 febbraio 2008

Biocapitalismo

Il biocapitalismo può essere definito come la messa a valore della materia biologica e del vissuto psichico degli individui.
Mentre il pensiero critico ha studiato come il capitale morto "vampirizza" il lavoro vivo, il quale comunque accettava questo scambio solo all'interno delle otto ore di lavoro contrattualizzate del modello fordista, non si è colta la trasformazione avvenuta nell'ultimo ventennio quando il capitalismo ha oltrepassato l'ultima frontiera, quella del corpo dell'essere umano.
Il biocapitalismo oltrepassa l'idea dello sfruttamento del lavoratore salariato o precario per spingersi verso l'uso dell'essere umano come identità da manipolare a pagamento (chirurgia estetica), come vettore di mode monetizzabili (il fruitore di media e costrutti simbolici), come materia biologica da brevettare (ingegneria genetica), come vissuto da "riempire" e a cui trasferire senso (l'entertainment e l'industria culturale).
Il biocapitalismo ha scoperto che il valore risiede nelle identità, nei significati, nelle esperienze degli individui e nel loro desiderio di acquisire sempre nuove identità, nuovi significati, nuove esperienze. Grazie al fatto che oggi la materia biologica e il vissuto psichico sono brevettabili e manipolabili, essi diventano le vere fonti del valore.
L'esigenza del biocapitalismo diventa quella di trovare sempre nuovi modelli di utilizzo delle nuovi fonti di valore e di costruire un ambiente che alimenti costantemente il desiderio di identità, significati ed esperienze.
Il biocapitalismo non punta a contrattare un costo di acquisto o un prezzo finale, ma a persuadere verso l'accettazione di un modello di vita.

sabato 9 febbraio 2008

Prepararsi al naufragio

Nel 1961 il Presidente del Consiglio dei ministri Amintore Fanfani nominò il 39enne Ettore Bernabei direttore generale della Rai, il quale restò capoazienda per quasi 14 anni, fino al 1974.
Nell'Italia del 2008 la nomina di un 39enne a ruoli rilevanti ci appare impossibile. In effetti se un politico osasse fare una tale scelta verrebbe accusato di incoscienza a dare a un "bambino" tanto potere.
Ma perché e quando in Italia si è radicata una tale gerontocrazia?
Senza poter dare risposte definitive in poche righe di un blog, penso che vi sia un legame stretto tra debolezza della classe dirigente e gerontocrazia. Più una classe dirigente si considera legittimata, forte e ritiene di poter restare al potere sul medio-lungo periodo, tanto più potrà delegare potere alla generazione successiva senza temere di venirne scalzata dall'oggi al domani. Al contrario una classe dirigente cosciente dei propri limiti si circonderà di lacché e incapaci; nominerà in ruoli di responsabilità persone avanti con gli anni, più ricattabili e, per ragioni strettamente anagrafiche, poco aduse a ragionare sul lungo termine. Questo meccanismo garantisce la classe dirigente in sella ma paralizza il Paese, come accade oggi in Italia.
In realtà non sembra che al di sotto dell'attuale classe dirigente italiana non vi sia nessuno pronto e capace a prenderne il potere. I boss italiani sono screditati ma hanno ancora la forza per soffocare sul nascere ogni cambiamento. Questo è il vero dramma italiano. L'unica soluzione sembra essere quella di attendere il naufragio definitivo dell'Italia e di questa classe dirigente per lasciare ai sopravvissuti il compito della ricostruzione. E non è detto che sopravviveranno i migliori.