martedì 17 gennaio 2012

La politica del Like


Ti metto un Like, ti linko, ti quoto in toto, ti sharo (quest'ultimo stomachevole, ma ho ricevuto inviti per email a "sharare" i file), ti ritwitto: il linguaggio dei media sociali non è dei più eufonici ma ci sembra rapido e comodo per costruire un po' di consensi in rete. Ad un amico che ce lo chiede non si nega la propria partecipazione a un gruppo di sostegno su Facebook, un RT su twitter o almeno un Like.
E così qualche genio pensa: "quant'è bella la politica web 2.0! basta con riunioni fluviali, dibattiti astrusi, riflessioni tortuose, argomentazioni fumose come le stanze anguste in cui si svolgevano. Ora abbiamo i media sociali e allora usiamoli, no? Chiamiamo a raccolta tutti i Faruk e le Eve su Facebook e facciamo loro scoprire come è moderno il PD!".
Ancora storditi dalla scoperta del social media di Zuckerberg i dirigenti del PD hanno ordinato di tappezzare ogni spazio non autorizzato di Roma con i manifesti che annunciavano a tutti la loro epifania facebookiana.
Invece di un'impegnativa tessera un bel Like, invece della discussione defatigante con la compagna femminista incazzata una bella chattata allusiva con la studiosa di social media, invece di una campagna a sostegno dell'integrazione degli immigrati qualche bel video di musica etno da commentare in un thread in sequenza.
Insomma, il PD ci ha provato pure a mostrarsi social e viral. Però quando non sei vital c'è poco da fare.

martedì 27 dicembre 2011

I media sociali non son cosa da ragazzini, presidente Formigoni




Quando si critica gli esperti bisogna sempre essere cauti. Soprattutto quando l’esperto in questione è stato insignito della laurea honoris causa in Scienze e tecnologie della comunicazione dalla facoltà di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’Università IULM di Milano.
E dunque proprio di tecnologie della comunicazione si parla. Bisogna innanzittutto premettere che, vittima della sindrome del tempo che passa, il sessantaquattrenne quadripresidente della Regione Lombardia da tempo ha deciso di ringiovanire la sua immagine. Quindi ha preso a fare lo sbarazzino, di presentarsi al seggio elettorale con indosso una maglietta con Paperino sotto il giubbotto in pelle, di andare da Santoro con una camicia da figlio dei fiori che negli anni Settanta mai avrebbe indossato,  di farsi immortalare alla firma l’atto costitutivo della società che gestirà l’Expo 2015 con maglietta fucsia con drago stampato, giacca di velluttone blu psichedelico, orologio arancione in pendant con il fazzoletto al taschino da far orrore al più truzzo del truzzame che il sabato poeriggio dilaga in via Torino.  
Tramortiti i suoi critici con questo fantasmagorico look, il supergiovane Formigoni (non se ne voglia Elio per la citazione) ha dunque deciso di sfondare anche sui media sociali. E allora vai con facebook, twitter, flickR e YouTube, senza dimenticarsi delle suonerie registrate dal medesimo sotto la doccia. Per lanciare il suo “portale dinamico” è stato realizzato un video  in cui  il capolistino della Minetti  si esibisce in una serie di pantomime con le quali ci illumina sui media sociali. Il video mostra il Formiga-Fonzie che alza i pollici, il Formiga-dj che zompetta con l’agilità di un bradipo, il Formiga-lettore che legge un quotidiano fasullo. Questo capolavoro filmico vorrebbe essere rivolto a quegli smanettoni di giovanotti un po’ picchiatelli che frequentano i media sociali, e vorrebbe essere ammiccante, simpatico, irriverente, dinamico, appunto, anche se nel tentativo di tenere le “spalle alte” (come consiglia il regista nel backstage) Formigoni entra in scena ogni volta con la rigidità di uno che ha urgente bisogno di un bagno.
Ora, premesso che dubito non più della competenza ma della sua sanità mentale se qualche sedicente esperto di comunicazione presume che uno dovrebbe sorbirsi oltre 5 minuti di video senza capo né coda  per sapere che Formigoni comunica su twitter o su facebook, questa storia mi fa capire che la classe dirigente della più importante regione d’Italia e della capitale della comunicazione nel paese non capisce un tubo di comunicazione digitale. C’è tanto da ridere ma ancor più da riflettere. Rimando all’articolo di Bertram Niessen su DoppioZero per una serie di considerazioni sulla struttura narrativa e le reazioni a questo video.  Da parte mia evidenzio  come l’errore più grave che può commettere un politico o un’azienda è pensare che i media sociali siano cose da ragazzini e non i più efficaci strumenti di comunicazione e informazione a disposizione dello strato più evoluto e colto della società.
Strategia  vecchia: sminuire, distorcere, denigrare quel che non si riesce a capire ed è quello che (consciamente o no) ha fatto Formigoni; svelando la sua idea riduttiva e banalizzata dei media sociali si è autodenigrato. Vuole proporsi come ipergiovane, il Formiga, ma si è rivelato arcaico e reazionario.
Guardatevi anche il backstage del video, dove col sottofondo della voce di Barry White si sente la voce di un regista che mi ricorda quello, impersonato da Walter Chiari, chenel film Gli Onorevoli (1963) riesce a distruggere la credibilità del candidato missino durante una trasmissione televisiva.  Almeno nel film il regista, comunista e gay, lo faceva apposta.

mercoledì 30 novembre 2011

Esselunga: mito tossico e realtà


Il sopra o il sotto; davanti o dietro: vi sono tanti modi di guardare o di pensare un’impresa. Preferiamo quasi sempre la prima opzione, forse perché è appunto la prima che conosciamo, quella più facile, quella che guardiamo più spesso, quella più curata e per questo più gradevole.
La comunicazione d’impresa (in tutte le sue varianti: dalla pubblicità alle variegate declinazioni del below the line) si è sempre occupata del davanti e del sopra. Funziona ancora oggi?
Due mesi fa Esselunga ha lanciato una campagna ambiziosa quanto esosa: produrre un filmato promozionale firmato da Giuseppe Tornatore e stamparne 5 milioni di copie per regalarne una a ogni cliente. Il regista premio Oscar a corto di idee riprende l’idea del ragazzino che scopre l’incanto non più del cinema ma del supermercato. Tornatore mette in scena lo spettacolo della merce (per citare un testo di Vanni Codeluppi), intuendo che esso è una categoria estetica prima ancora che sociologica. Ovvero ritengo che una parte della popolazione dei paesi cosiddetti avanzati abbia conformato la propria estetica sulla base di quella che assorbe passivamente frequentando i grandi centri commerciali e gli ipermercati. Tornatore racconta un mito tossico, quello del supermercato come epitome ultima dell’opulenza occidentale e a produrre il thauma non è più la scoperta del mondo ma la molteplicità cangiante di beni che accende il desiderio.
Dal punto di vista tecnico quella di Esselunga è un’operazione che si avvale di investimenti in produzione e postproduzione digitale notevoli. Il mito tossico è raccontato (invevitabilmente) con la patina glossy del racconto fantastico e il risultato sono immagini estremamente levigate. Appunto, cosa possiamo desiderare di più di un davanti e di un sopra levigato, senza sbrecciature, armonioso? Quella che noi chiamiamo bellezza è spesso il frutto del potere.
Ma il dietro? il sotto? Possiamo oggi credere che sia possibile nasconderli, renderli anonimi, afoni, a causa dell’imbarazzo che ci crea la loro bruttezza, la loro imperfezione, la violenza che l’immagine pacificante cela? No. Oggi basta una telecamera digitale da pochi euro per mostrare a tutti la violenza di ogni rapporto di potere. E così emergono dal web i lavoratori in sciopero della logistica di Esselunga, che non sono gli attori della famiglia italiana modello del film di Tornatore ma immigrati brutti, sgraziati, rabbiosi, con un linguaggio povero come la loro realtà.
Provate a vedere i video degli scioperi dopo aver visto il minifilm di Tornatore. Non noterete solo la radicale differenza estetica che passa tra essi. Forse capirete anche come l’accettazione di certi rapporti di potere (e, ovviamente, di indirizzo dei consumi) passi anche attraverso un’adesione estetica.

domenica 13 novembre 2011

Social media marketing and pr

Slides di una recente docenza sui principali strumenti e i concetti di base del marketing e della comunicazione attraverso i media sociali.
Enjoy it! :)

lunedì 31 ottobre 2011

Social media relations

A seguito di varie richieste segnalo che su Slideshare si possono trovare le mie slides di una recente docenza su come cambia l'attività di media relations nell'epoca dei media sociali.

lunedì 24 ottobre 2011

La televisione dei social media



Metto in fila tre fatti.
Il 7 ottobre Stefano Bonilli annuncia il suo addio a Facebook, denunciando (non il primo) l’invasività del social media.
Il 15 gennaio 2009 la Burger King chiude la sua iniziativa Whopper Sacrifice, che regalava un Whopper a ogni utente Facebook che cancellava 10 suoi amici, a seguito di un successo imprevisto che aveva provocato quasi 234mila cancellazioni di “amici”.
Finora (le 23.20 di domenica 23 ottobre 2011) 1457 persone su Facebook hanno messo un Like alvideo che su Repubblica.it mostra le ultime torture a Gheddafi prima del colpo finale.
Facebook è un luogo virtuale dove creare e coltivare relazioni con le persone, si dice. Ma relazioni di che tipo? Si tratta di relazioni lasche, che quasi sempre possono essere cancellate senza rimpianti, di scambi fortuiti e distratti di qualche riga di chat, di profili che si sfiorano e si allontanano subito dopo, di Like distribuiti senza pensarci, un gesto virtuale ambiguo che può significare approvazione, attenzione, sostegno, ringraziamento, e tanto altro senza soffermarsi molto su cosa e sul come di quel contenuto.    
Potrebbe sembrare un problema legato a certe particolari modalità di fruizione ma quando un social media è fruito da oltre 500 milioni di persone nel mondo, la sua pervasività finisce per imporre o almeno per insediare le sue modalità di comunicazione e i processi mentali  suoi propri nelle abitudini di chi ne fruisce. O almeno tra i fruitori più sguarniti.
Chi ha contenuti almeno parzialmente originali coltiva il suo blog o il suo twitter ( o anche meta-social media come Storify). Chi invece non ha altro che il suo privato da esporre e sul quale tentare di attrarre l’attenzione altrui finirà per utilizzare Facebook. Dunque, Facebook sta sempre più diventando la televisione dei social media: il suo enorme seguito ha banalizzato contenuti e relazioni che vi si possono trovare. E se in televisione il film erotico o soft-core ha sempre la sua audience la pornografia del proprio privato che tanti esibiscono su facebook non è da meno.
L’ho già evidenziato altrove: come in televisione puoi fare ottimi programmi ma sempre consapevoli delle caratteristiche del mezzo e del pubblico, così anche Facebook può consentire lo sviluppo di percorsi di comunicazione meno banalizzati. Ma non è questo il punto.
Bisogna semmai riflettere se la stragrande maggioranza degli utenti dei social media si avvierà a considerare normali dei livelli di relazione ridotti a poche convenzioni e poche frasi distratte, se l’abbassamento costante della capacità di attenzione porterà tanti ad accontentarsi di coriandoli di contenuto e di significato, se il flusso di informazioni e notifiche non implicherà una generale anestesia emozionale. Così, di fronte a un dolore privato o a uno strazio collettivo le reazioni si ridurranno a qualche emoticon triste o a un incomprensibile Like.

giovedì 6 ottobre 2011

L'uomo che trasformò il computer in un media


Nel profluvio di celebrazioni, rimpianti e retoriche che hanno accompagnato la notizia della morte di Steve Jobs non ho trovato riflessioni interessanti sulle trasformazioni profonde che l'uomo di Cupertino ha promosso o in alcuni casi imposto. I quotidiani per lo più si limitano a registrare l'emozione di politici, imprenditori e singoli fruitori della rete oppure elencano i prodotti che ha lanciato la Apple nell'ultimo decennio.
Da parte mia ritengo che la grande innovazione, davvero radicale, trainata dalla visionarietà di Steve Jobs sia stata quella di trasformare il computer in un media.
Da oggetto destinato a un pubblico di esperti informatici prima e poi inteso come strumento di produttività personale, il computer grazie a Jobs è diventato un media altamente flessibile, capace di trasferire all'utente tutte le funzioni dei vecchi media e di crearne di nuove.
Questa traslazione ha creato il mondo come lo conosciamo oggi, in cui il valore è frutto della capacità dei singoli di utilizzare, trasformare e distribuire i contenuti attraverso dei computer-media che possono prendere le forme di un laptop come di un cellulare, di un iPad come di uno smartphone. Chi si ferma al mero prodotto o alla mera applicazione tecnologica non coglie il senso di una profonda trasformazione antropologica, che condiziona le vite di qualsiasi soggetto che oggi fruisce i media.
E così siamo diventati tutti dei produttori di contenuti, tutti siamo dei media. Chi ha pochi contenuti finisce per mettere a disposizione il proprio privato, dato che sei nulla se non sei inserito e visibile nella catena produttiva dei contenuti mediatici.
Non è detto che questa trasformazione abbia solo effetti benefici. Di certo è quella più profonda, ed ingenui sono coloro che credono di star facendo una semplice telefonata quando usano il loro smartphone.