giovedì 16 luglio 2009

gdgt, il blog sociale


Paul Royas, il fondatore di Gizmodo ed Engadget è stato da tempo celebrato come uno dei più grandi blogger del mondo (sull'argomento leggere The New Influencers di Paul Gillin, ovviamente non tradotto in Italia)
Entrambi i blog trattano di quelli che in inglese sono i gadget, ovvero apparecchiature e dispositivi elettronici. Entrambi sono tra i primi 10 blog al mondo secondo Technorati.
gdgt è la nuova creatura di Royas. gdgt non è un blog, è una piattaforma di contenuti prodotti dagli utenti stessi. Insomma, è l'applicazione del web 2.0 (o web sociale che dir si voglia) a un determinato ambito di interessi.
È anche un social network che costruisce relazioni tra i suoi aderenti sulla base dei loro interessi. Ti interessano le consolle Wii? Allora sarai interessato a conoscere altre persone con il tuo stesso interesse, scambiarvi pareri e consigli sui dispositivi prodotti dalla Nintendo.
gdgt apre il mondo dei blog tematici verso una nuova frontiera: non più un unico blogger o una redazione a presidiare i contenuti ma l'integrazione del modello tradizionale con il concetto di content aggregator e quello di community.
L'autore del contenuto passa in secondo piano. Al centro vi è solo il contenuto e la sua capacità di generare relazioni tra gli utenti che genereranno altri contenut, in un processo ricorsivo.

martedì 14 luglio 2009

Oggi, 14 luglio, questo blog aderisce all'appello di Diritto alla Rete contro il Ddl Alfano che imbavaglia la Internet italiana.

lunedì 13 luglio 2009

Commento alla StRagista


Nel suo ironico, crudele, sarcastico, realistico e al contempo surreale blog Luce la StRagista ci offre racconti di quotidiano stagismo (mio neologismo: la condizione di stagista come ideologia delle aziende e vissuto dei giovani) che sono anche una biografia collettiva di una generazione usa-e-getta.
Ho lasciato un commento al suo ultimo post che pubblico di seguito.


cara Luce,
potremmo spendere lunghe analisi sociologiche sulla passività dei giovani italiani, sulla loro scarsa consapevolezza di farsi sfruttare pur di fare un lavoro "figo" (comunicazione, marketing, pubblicità, ecc.: guarda caso tutto quello che ha a che fare con un immaginario legato ai media, che non sono solo il messaggio, sono gli unici produttori di identità del nostro tempo), sulla loro incapacità di coordinarsi, di incontrarsi, di comunicare tra loro la condizione di subalternità cui sono costretti, e questo nonostante una enorme capacità tecnica che ognuno di essi ha ad usare media e dispositivi di comunicazione.
Ma a cosa servirebbe un'altra analisi?
Ad oggi, l'Italia è un paese irreversibilmente gerontocratico. E i vecchi, si sa, hanno poco futuro. L'Italia ha poco futuro.
Rinchiudersi nel proprio privato, nel tentativo di inseguire da soli un percorso di realizzazione umana e professionale, porta al fallimento nella quasi totalità delle esperienze.
Quando i giovani riscopriranno la socialità non come mera comunicazione ma come condivisione di un medesimo progetto di società forse, ma solo allora, potremo vedere un cambiamento di prospettiva.

domenica 5 luglio 2009

A ognuno la sua rappresentazione


Come l'Atene del V secolo avanti Cristo rappresentava se stessa e i suoi valori attraverso la tragedia classica e la società dell'Ottocento attraverso l'opera lirica, la società attuale rappresenta se stessa e i suoi valori con i reality show.

domenica 28 giugno 2009

Newsy

Se state cercando le ultime notizie in formato video sulla morte di Michael Jackson o sulla rivolta in Iran provate a fare un salto anche su www.newsy.com.

Newsy raccoglie i filmati dai principali canali televisivi all-news degli Stati Uniti e del resto del mondo, la sua redazione li riaggrega, offre la possibilità di comparare fonti diverse e propone i contenuti così ottenuti sul suo sito in modalità on demand, anche ad altri canali via cavo, a siti web oppure li distribuisce sui cellulari.

Al di là della mera estrapolazione di notizie o siti rilevanti, vi dovrà essere sempre un lavoro redazionale di rielaborazione dei contenuti. Stiamo passando dalla ricerca e selezione di contenuti alla loro rielaborazione. iGoogle punta a riordinare i contenuti estrapolati dal web sulla base delle preferenze del singolo utente. Ma il passo successivo è l’inevitabile riscoperta del lavoro umano, redazionale, capace di riscrivere i contenuti in funzione dei diversi modelli di distribuzione (stampa, internet, radio, tv via cavo, pda, blackberry, iPhone, podcast, ecc.), così come di commentare, analizzare ed inferire ulteriori informazioni dalle fonti primarie.

Di certo le news on demand sono una delle frontiere prossime del giornalismo: tante persone oggi preferiscono avere un’informazione di lunga durata e molto dettagliata su poche tematiche del momento, piuttosto che aspettare i cinque minuti dedicati ad esse nel corso dei telegiornali, anche dei canali all-news.

In questo senso l’esperimento di Newsy deve essere seguito attentamente: quante persone vorranno cercare le news on demand sul loro televisore digitale e cablato? quanto le immagini riprese da altri canali verranno arricchite dai contributi della redazione? il modello sarà capace di trovare una redditività, adesso che le fonti originarie di news non intendono più venir saccheggiate pretendono un pagamento?

Se il quotidiano deve profondamente ripensarsi perché non lo dovrebbe fare anche il classico telegiornale? Forse non sono lontani i tempi in cui anche i mezzobusti televisivi, impegnati più a leggere veline che a informare, saranno un risibile ricordo.

venerdì 26 giugno 2009

Un blogger alla Casa Bianca

Raramente inserisco sul blog contributi non originali ma questo articolo del New York Times di oggi racconta icasticamente il senso della trasformazione nel mondo dei media che Barack Obama sta cavalcando e non subendo come tutti gli altri leader mondiali (e non parlo di quelli impegnati a controbattere a signore che saranno pur mignotte, ma abilissime a usare i media).

How a Blogger’s News Conference Query Came About

By PETER BAKER

WASHINGTON — Here is the dirty little secret about White House news conferences: The president almost always knows the questions in advance.

But here is the rest of that secret: It is not because White House officials are planting questions or reporters are colluding with them.

In fact, despite widespread speculation to the contrary, the White House does not give reporters much if any notice that they will be called on, and reporters almost never tell the White House what they will ask. But everyone has a pretty good idea anyway. In the day leading up to a White House news conference, a president and his staff typically spend hours gaming out likely questions and rehearing responses.

The truth is, it is not all that hard for an administration to figure out what will be asked. The news of the day usually makes at least the opening queries pretty obvious. And the president’s press secretary spends an hour each day fielding questions on camera from the same reporters, so it becomes clear what lines of inquiry are on their minds. Veterans of the last several White Houses have always said that they were able to correctly forecast nearly all of the questions, though not necessarily the precise wording.

All this has come up again because President Obama called on Nico Pitney, a blogger for the left-leaning Huffington Post, in an orchestrated move during Tuesday’s news conference. As Kate Phillips outlined on The New York Times’s Caucus blog, Mr. Pitney has been writing extensively about the protests in Iran and soliciting questions from Iranians, so the White House asked him to come to the news conference so the president could call on him and address an inquiry forwarded from an Iranian.

The move generated complaints from Mr. Obama’s critics about the staging of an ostensibly unscripted news conference and deep consternation among White House reporters worried about the increasingly blurry line between traditional news organizations and ideological outlets. But it also generated plenty of scorn from new media representatives about how privileged old-line media types were whining about their turf while missing the profound changes of the information age.

The topic dominated Wednesday’s briefing by the press secretary, Robert Gibbs, who adamantly defended the move, noting that Mr. Pitney was not told that he would get a question for sure and did not tell the White House what it would be if he did. When reporters complained that it fueled the perception that they shared questions with the White House, Mr. Gibbs went around the room asking them if they had ever done that.

“Have you ever told us what your question is?” he asked one reporter.

“Certainly not,” the reporter responded.

“Have you?” he asked another.

“Of course not.”

“Have you?” he asked a third.

“Nope.”

Some of the reporters were not satisfied.

“My main feeling is they could have accomplished this without taking what in my experience is the unprecedented step of planting a designated hitter in the briefing room,” Peter Maer of CBS Radio, who has covered every president since Jimmy Carter, said after the briefing. “I can’t remember anybody ever doing something like this.”

Reached later, Mr. Gibbs said he had no regrets.

“I wouldn’t do it differently, and I would do it again,” he said. “We thought it was very important to get a question in from someone in Iran, to have somebody to be able to ask the president a question who’s living with this. There’s no other way to do this.”

He noted that the question — wouldn’t acceptance of Iran’s disputed election results be “a betrayal of what the demonstrators there are working toward”? — was “a very legitimate, tough question,” and hardly a softball.

Arianna Huffington, the founder of The Huffington Post, has dismissed the brouhaha as the braying of a dying but self-important news media establishment.

“He wasn’t sure he’d be called on,” she said of Mr. Pitney, the Web site's national editor. “The president had no idea what the question would be. So much for an orchestrated conspiracy. This was an exciting moment for new media and citizen engagement. It’s a pity so many in the traditional media didn’t get it.”

There has always been a certain amount of orchestration to White House news conferences. When Dwight D. Eisenhower became the first president to hold such a session on television, reporters in that era sometimes did tell the press secretary, James Hagerty, what they would ask, according to Martha Joynt Kumar, a professor at Towson University who has studied presidential communication.

She pointed to one news conference where a reporter asked Eisenhower a question and he replied, “I’m glad you asked that question,” prompting a round of knowing laughter.

That sort of collaboration fell out of favor as reporters took on a more adversarial approach. But presidents could manipulate a news conference by selecting reporters they knew would ask certain questions. Ronald Reagan, Bill Clinton and George W. Bush all had seating charts in front of them, and when they ran into trouble could pick a questioner they perceived to be friendlier or one they knew would change the topic.

Mr. Obama follows a list of reporters to call on that is prepared by his staff in advance.

“The current situation compromises both sides as reporters appear to be presidential tools even though very few are informed beforehand they will be called on,” Ms. Kumar said. “When a president works from a list prepared by his staff, it raises questions about his knowledge of the press corps that follows him and his confidence in his ability to respond to queries wherever they come from.”

Like other White House veterans, Dana Perino, who was Mr. Bush’s last White House press secretary, said she generally could predict what reporters would ask just by knowing their work, interests and patterns. But she said that if the Obama White House wanted to find a way to answer an Iranian’s question, it could have done so by giving Mr. Pitney an exclusive interview.

“People overseas watch these press conferences closely — and I can guarantee that the story they’ll walk away with is that it’s perfectly appropriate to orchestrate a press question,” she said. “Are we, as Americans, ready to agree with that? No, I don’t think so.”

Joe Lockhart, who was a press secretary for Mr. Clinton, said the problem with the tactic involving Mr. Pitney was that it created a distraction from the more important issue, namely Mr. Obama’s response to the crisis in Iran.

“The idea was a good one,” he said, “but it would have worked better if they told everyone in advance what they were planning. They’re now getting an object lesson that the most interesting story in the briefing room to reporters is a story about themselves.”

lunedì 22 giugno 2009

Il lavoro cognitivo/2



Possiamo dunque affermare che tutti i lavori sono cognitivi. E questo non implica che se tutti lo sono, nessuno lo è davvero, perché ogni lavoro è inserito in una filiera cognitiva a intensità maggiore o minore. Ma la domanda da porsi diventa: chi sono i soggetti e i processi che producono maggiormente innovazione, ovvero valore? Enzo Rullani, nel saggio “L’economia della conoscenza e il lavoro che innova” sempre nel volume “Knowledge working” distingue tra conoscenza e innovazione. L’innovazione rompe un equilibrio (o stasi) cognitiva, la conoscenza alterna propagazione (l’insegnamento, ad esempio) e nuove conoscenze.

Come nasce e come si afferma un’innovazione? Ancora manca un saggio che provi a fare la biografia di alcune innovazioni, a capire come, dopo aver avuto l’intuizione giusta, i vari innovatori hanno difeso e diffuso le loro acquisizioni, e quali contesti sono stati più recettivi o più ostativi verso l’innovazione.

Come una società promuove modelli di innovazione? L’insieme di variabili è ampio: tra i quali di certo contano l’educazione diffusa, gli investimenti in ricerca pura ed applicata, l’anticonformismo (Richard Florida la chiama Tolleranza) inteso come capacità di accettare e sostenere percorsi e approcci eterodossi negli ambiti più vari. Rullani evidenzia la triade accesso-uso-moltiplicazione: non si innova se non c’è accesso diffuso alle conoscenze, capacità di utilizzarle e di moltiplicarne gli ambiti e le occasioni di applicazione. Ma nello scenario attuale l’Italia ha troppe imprese che hanno sfruttato il capitale sociale circostante senza investire in capitale intellettuale.

Vi sono dei meccanismi di innovazione riconosciuti e valorizzati da secoli, come i brevetti. Certo, non tutti i brevetti producono un valore capace di ripagare la lunga filiera cognitiva, relazionale e sociale che li ha resi possibili., Ma di certo all’incrementare del numero dei brevetti aumenta anche la probabilità che essi producano un valore significativo e prolungato nel tempo. Accanto ai brevetti vi sono tantissime altre innovazioni meno definite, più fluide che attraversano tutti gli ambiti professionali. L’innovazione di un idraulico può dargli un vantaggio competitivo sui suoi colleghi di zona per un periodo di tempo ma il contesto attorno riuscirà a garantirgli risorse economiche e competenze per meglio elaborare e magari sviluppare a livello industriale la sua intuizione? Oppure, come tante innovazioni isolate, rimarrà un vantaggio temporaneo, dal fiato corto e destinato a venire imitato da tutti?

I paesi e i territori vincenti nell’economia della conoscenza sono quelli capaci di sviluppare in maniera più frequente e intensa processi di innovazione.

Una politica per l’innovazione dovrebbe partire dalla detassazione di tutti gli investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, sia a livello aziendale che a titolo personale. Investimenti detassati, sgravi sui contributi per tutte le assunzioni a tempo indeterminato di personale impiegato negli ambiti di ricerca e sviluppo di prodotto come in quelli legati alla comprensione dei mercati (analisi, comunicazione. distribuzione), riduzione dell’Iva al 4% per tutti i corsi di formazione. E l’elenco è talmente lungo che invito i lettori a integrarlo.

L’innovazione non è frutto di una botta di culo, ma di una strategia che non definisce a priori i risultati finali ma che sa creare in maniera efficace le condizioni di base affinché questa avvenga.

Ma la classe dirigente italiana da tempo ha perso la capacità di elaborare delle strategie di sistema.