mercoledì 16 dicembre 2009

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martedì 15 dicembre 2009

Professionisti senza identità


Due domeniche fa sul Sole 24 ORE Aldo Bonomi rifletteva sulle contraddizioni in cui si ritrovano i professionisti della conoscenza.

Al di là dei risultati di un'indagine sociale presentati, il passaggio più significativo era il seguente: “Emerge una coscienza triste del proprio individualismo. Dell'essere stretti in un limbo in cui non si riesce a fare il salto verso la condizione di capitalisti personali e si teme di rimanere intrappolati nella condizione di cognitari più precari che professionisti” Bonomi si augura che possa emergere la figura che, orrendamente, chiama del “Commartigiano”, ovvero un professionista capace di vendere quanto produce. Chiusura forzata e riduttiva di un tema e di un articolo che meritava altro epilogo.

In realtà questo arcipelago di professionalità cerca innanzitutto una sua identità sociale. Le parole e la società sono in enorme ritardo. Se parliamo di operai abbiamo ben chiaro il concetto generale e solo in un secondo momento pensiamo alla distinzione tra generici e specializzati e poi a operai tessili, metallurgici, chimici, minerari, e così via. In questi anni invece abbiamo avuto un rincorrersi evanescente di definizioni quali terziario avanzato, professionisti della conoscenza o dell'immateriale, lavoratori autonomi di seconda generazione, cognitari, capitalisti personali, e nessuno di essi è riuscito ad affermarsi come capace di dar conto della variegatezza cangiante degli ambiti di applicazione di queste forme di conoscenza. Riuscire finalmente a fare marketing di se stessi o a elaborare un nuovo modello di welfare o a trovare finalmente una qualche rappresentanza sindacale sarebbero le naturali conseguenze di una identità e di una legittimità sociale cui oggi si aspira senza cercarle.

Ma chi dovrebbe elaborare l'identità? Gli studiosi accademici hanno spesso fatto un lavoro importante di individuazione e valorizzazione di queste soggettività, ma spesso non vanno oltre il momento della ricerca, distanti per mentalità, luoghi e condizione di lavoro da questi professionisti. Il sindacato si ritrova a gestire questa complessità incasellando nello storico sindacato dei postali, l'SNC (Sindacato Lavoratori Comunicazione), tanto i dipendenti e i collaboratori dei teatri lirici e di prosa quanto i dipendenti delle televisioni, i webmaster e gli sviluppatori informatici. In più inserisce altre categorie nel NIDIL (Nuove Identità del Lavoro), dove la responsabile ufficio stampa licenziata dovrebbe trovare ascolto assieme al personale di un'impresa di pulizie messo in mobilità. I lavoratori stessi provano a costruire zattere e ponti tra i vari arcipelaghi, affidati alla buona volontà e alla passione di singoli che creano blog, gruppi di discussione, network informali di lavoratori con le stesse qualificazioni. Tutto questo non può bastare per costruire una coscienza diffusa in tutta la società del ruolo e delle competenze di decine di migliaia di professionisti. Vi è però un grande assente, la politica.

Senza una tematizzazione politica dell'importanza dei lavoratori della conoscenza non vi potrà essere né identità condivisa né legittimazione diffusa.

Se ne dovrebbero accorgere i politici, ma prima di tutto i lavoratori stessi, i quali, vittime di una smania individualistica, dimenticano di chiedersi chi sono, come sono visti dal resto della società, e come dovrebbero essere rappresentanti.

domenica 6 dicembre 2009

I parrucchieri virtuali


Il video che riporto sopra è una stronzata, peggio di quella che abbracciava la gente per strada.
I social media non faranno recuperare un senso della socialità che sta svanendo. A occhio l'80% dei post su Fb sono autoreferenziali o narcisisti. L'idea che i social media possano essere la svolta per migliorare la società fa il paio con le attese messianiche che certi presunti guru nutrivano per la diffusione dell'internet. Gli strumenti di comunicazione e di relazione rendono le interrelazioni più rapide ed efficaci. Ma la qualità dell'interrelazione è sempre data dalla qualità dei soggetti coinvolti.
Non possiamo dunque illuderci che in una società sempre più deresponsabilizzata, spoliticizzata, deculturata quale è quella italiana i nuovi media possano essere davvero d'aiuto, anche quando promuovono manifestazioni che rompono gli schemi della comunicazione e della politica tradizionale (al di là degli obiettivi, dei risultati e degli slogan) come il NoBDay. La parte più evoluta della popolazione, quella che ancora riesce ad elaborare un qualsiasi pensiero critico, troverà nei social media e nel citizen journalism alleati insperati per diffondere in maniera innovativa i suoi contenuti. Ma in un paese dove la penetrazione e l'utilizzo di internet è tra i più bassi dell'Europa occidentale, dove la banda larga è un miraggio dei pubblicitari, dove il wi-fi libero è sostanzialmente vietato per legge, non ci sono oggi spazi per sviluppare movimenti come Move On negli Usa od OhMyNews in Sud Corea, capaci di contrinuire all'elezione di presidenti dei rispettivi Stati.
Il che non significa rinunciare. Significa non pensarsi come delle avanguardie ma come delle sentinelle per la diffusione di idee e di una democrazia partecipata e vigile.
Per citare De Andrè, vi saranno sempre troppe "regine del tua culpa" ad affollare i parrucchieri virtuali.

mercoledì 18 novembre 2009

Lo specchio del presente

Si può giudicare il passato di una persona solo in relazione al suo presente. Giudicare fatti o errori del passato di per sè, nel vuoto pneumatico dell'astrazione, ci può consentire solo di dare un giudizio meno definitivo che ingannevole.
Solo il presente è capace di dare un significato al passato. E sempre si tratta di un significato ex post, dunque parziale, omissivo, posticcio, inevitabilmente mutevole. Ma è l'unico che possiamo permetterci.

venerdì 30 ottobre 2009

Inneres Auge




"I tibetani hanno scritto cose magnifiche sull'occhio interiore, che ti consente di vedere l'aura degli uomini: qualcuno ce l'ha nera, come certi politici senza scrupoli, mossi da bassa cupidigia; altri ce l'hanno rossa, come la loro rabbia"
Intervista di Franco Battiato a Marco Travaglio. Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2009.

domenica 11 ottobre 2009

Microsaggio: modelli aspirazionali Vs. modelli ispirazionali


Come si legittima una élite? Quali sono i modelli e i valori che una classe dirigente propone (o impone) a una società affinché venga riconosciuta come tale?

Nei tempi antichi era facile: si era re (e giù giù principi, marchesi, baroni, conti) per grazia di Dio e c'era poco da discutere, tant'è che questo modello in Occidente è durato un buon migliaio di anni. Con l'emergere della borghesia diventa necessario escogitare nuovi meccanismi di legittimazione. Nessun ricco commerciante dell'età moderna pretese mai di far parte dell'èlite solo perché era ricco. Il successo economico poteva essere la dimostrazione di capacità superiori ma non consentiva di per se stesso l'accesso alla classe dei dominanti. L'accordo tra nobili e borghesi si trovò sull'istruzione superiore che i rampolli delle due classi avevano l'obbligo di conseguire se volevano avere ruoli di comando o di indirizzo nella società. Da allora vale in molte società non solo occidentali (basi pernsare alla Cina dai tempi di Confucio) questa regola: fai parte della classe dirigente se condividi un certo livello di formazione e cultura, se quindi hai introiettato dei valori in base ai quali riconosci i tuoi pari e sei legittimato da essi. Che poi si diventasse più o meno ricchi o più o meno potenti grazie alla finanza o alla politica o a un buon matrimonio questo non toccava la sostanza del meccanismo.

Meccanismo di cui i mezzi di comunicazione sono sempre stati parte integrante. Dalle mitologie classiche che facevano discendere le stirpi reali da amplessi con gli dei fino ai rotocalchi e alle grandi cerimonie dei media che raccontano matrimoni e funerali delle élite mondiali, il potere ha sempre sentito il bisogno di essere narrato ai soggetti subalterni attraverso una forma tanto comprensibile quanto innavicinabile.

In realtà non tutte le classi dirigenti si raccontano nello stesso modo. Per questo propongo due modelli radicalmente differenti attraverso i quali nel mondo contemporaneo le classi dirigenti si legittimano: un modello aspirazionale e un modello ispirazionale.

I modelli aspirazionali sono quelli in cui le classi dominanti esibiscono potere e ricchezza, un meccanismo già illustrato nel 1899 da Thorstein Veblen nel libro The Theory of the Leisure Class.

I modelli ispirazionali si basano invece su comportamenti o storie di vita capaci di rappresentare valori e principi in cui un'intera nazione possa ritrovarsi e da cui tutti possono trarre spunti di emulazione.In realtà qualsiasi classe dirigente è per definizione potente e (direttamente o no) ricca. La differenza sta in come essa si racconta e per cosa intende proporsi come fonte di emulazione.


La classe dominante italiana impone da trent'anni solo modelli aspirazionali, vellicando le aspirazioni più basilari (sesso, bellezza, salute, soldi, lusso) delle classi inferiori. In questo senso i media di massa hanno operato una colonizzazione cognitiva, che ha riordinato le priorità di vita e gli schemi valoriali di milioni di italiani. Non è un caso il successo genuinamente popolare di Silvio Berlusconi, al tempo stesso demiurgo ed esempio massimo di una nuova estetica del vivere.


I modelli ispirazionali sono quelli capaci di ispirare scelte di vita che mettono, a volte magari solo per un periodo limitato, i propri talenti al servizio della società e di una causa oppure che rafforzano l'adesione ai valori della società attraverso percorsi di vita emblematici . Non si tratta di scelte rinunciatarie o monastiche, anzi: la scala dei valori di queste società premierà comunque questi soggetti in modalità non monetarie o in tempi dilatati.

Se ci limitiamo agli Stati Uniti possiamo citare il caso di Christofer Reeve, l'attore celebre per la sua interpretazione di superman che, rimasto paralizzato a seguito di una caduta da cavallo, divenne un paladino della ricerca sulle cellule staminali. Erin Brockovich, la ragazza madre che da semplice impiegata in uno studio legale riesce a sconfiggere il gigante energetico che inquinava il paese dove viveva. Oprah Winfrey, la quale, nata da una poverissima ragazza madre, violentata all'età di nove anni, diventa un'influentissima star televisiva mondiale, la donna nera più ricca degli Stati Uniti ma anche la maggior filantropa di colore. E in tema di filantropia ricordiamo anche Bill Gates, il quale da uomo più ricco del mondo (e più odiato dagli appassionati di computer) si ritira e crea la fondazione filantropica più ricca al mondo. Infine anche Barack Obama, che fa sempre ricordare il fatto che rinunciò a una prestigiosa carriera legale per fare il “community organizer” nei quartieri più poveri di Chicago.

Le classi dirigenti statunitensi hanno affrontato la disgregazione sociale elaborando questi modelli ispirazionali. Si tratta anche di una necessità retorica: la mentalità nordamericana non viene mobilitata da grandi concetti o da grandi narrazioni, ma da storie di vita che fattualmente possano dimostrare certi principi. L'individualismo d'oltreoceano richiede che un movimento di massa trovi sempre la sua scintilla scatenante da un singolo leader: i soggetti vengono ispirati dal suo esempio molto più o prima ancora che dai valori che egli promuove.

È evidente che su questo terreno Italia e Stati Uniti non potrebbero essere più distanti. Per chi non avesse ancora a fuoco il concetto e volesse contrapporre i pur tanti esempi di dedizione e generosità che ci sono in Italia, ribadisco che si sta parlando di modelli di legittimazione, non di una gara a chi è più caritatevole. Una società dove Oprah Winfrey può diventare quel che è diventata è di certo più legittimata di una società dove una ragazza povera sa che dovrà puntare più sul suo corpo che sugli studi per ottenere qualcosa nella vita. Una società dove un tetraplegico come Christofer Reeve diventa un esempio è molto più legittimata di una società dove i disabili sui media non esistono oppure sono trattati come è stato trattato Pier Giorgio Welby. E invece dei tanti milionari che si godono i soldi in Florida tra un cocktail e una playmate, i media americani esaltano grandi filantropi come George Soros, Bill Gates o Warren Buffett.

Ovvio dunque rilevare che diverse scale di valori organizzano diversamente le società. Ma la questione più profonda è se quella data scala di valori che propone quella data classe dirigente riesce a tener coesa la società, poiché nessuna classe dirigente può durare a lungo senza coesione sociale e un certo welfare “dal basso”, di stampo mediterraneo, basato sulle famiglie e i legami amicali oggi è fortemente messo alla corda.

La storia insegna che vi sono valori e principi comportamentali più duraturi degli altri. Il rischio insito nei modelli aspirazionali è quello di spingere per persone verso un individualismo ossessivo e frustrante, dove l'unico vincente si ritroverà solo e le migliaia di perdenti frustrati. Un modello di società in cui senso di insicurezza, diffidenza reciproca, ansietà economiche eradicano ogni sentimento di appartenenza collettiva.

Una società atomizzata, che qualche politico populista può pensare di controllare più agevolmente, finquando essa non collassa trasformandosi in un pulviscolo anomico e amorale, come in certe aree del Meridione.

Se in Italia esistesse ancora una classe dirigente degna di questo nome forse si accorgerebbe che questo è il rischio più grave che corre oggi il nostro paese.

mercoledì 30 settembre 2009

Tanto di cappello

Ho appena finito di guardare su "Quest means business" in onda sulla CNN un'intervista ad Alain de Botton (una sorta di Alberoni anglosassone, ma ricco di famiglia, chiaro?), che per una settimana ha vissuto dentro l'aeroporto di Heatrow e ne ha ricavato un libretto intitolato "A week in the airport".
Operazione ovviamente promossa dalle direzione comunicazione della BAA, che gestisce i tre aeroporti londinesi e i tre principali in Scozia.
Tanto di cappello per un'idea che nessun comunicatore italiano avrebbe mai potuto avere e se per caso gli fosse venuta di certo sarebbe stata annegata dai timori dei veri decisori: "e se lo scrittore si trovasse nel bel mezzo di una protesta di passeggeri ?", "e se lo scrittore scopre come funzionano male i servizi di terra?", " e se lo scrittore parla con gli equipaggi che spifferano tutte le magagne a bordo degli aerei (indovinate di quale compagnia?)?". Mica si può proprio dargli torto?
Certo, abbiamo la pigrizia mentale dei comunicatori italiani che tante volte denuncio. Ma cosa puoi comunicare, cosa vuoi inventarti quando i servizi di base della tua azienda funzionano male e la comunicazione è chiamata a fare da cerimoniale o da cortina fumogena?
Intervistato da Richard Quest, de Botton ha detto che il solo vedere sui monitor centinaia di destinazioni crea nelle persone un sentimento di possibilità, e questo rende loro piacevole l'aeroporto. Ma l'esatto opposto delle possibilità è la frustrazione, che prende tanti viaggiatori italiani intrappolati per ore negli aeroporti, pregando con gli occhi ai monitor che finalmente appaia l'orario di partenza del loro aereo.

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martedì 29 settembre 2009

Una generazione (de)qualificata?


Centinaia di “nuove professionalità” hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro negli ultimi due decenni. Ma quante di esse si sono sedimentate nel tessuto sociale come nuove professioni, con un loro statuto, principi, percorsi formativi? E quante presunte professionalità non sono state invece nient'altro che la conseguenza di una serie di processi di scomposizione, riaggregazione ed esternalizzazione di mansioni tradizionalmente seguite internamente all'azienda da soggetti che venivano genericamente definiti “impiegati”?
Queste “nuove professionalità” sono state per lo più proposte alla fascia di età che oggi è compresa tra i 40 e i 25 anni. Lo stipendio mediamente basso (la generazione “mille euro”) è già un indizio di mansioni oggettivamente di bassa qualità oppure altamente fungibili.
Il mondo del marketing e della comunicazione non sfugge a questa tendenza, anzi. A fronte di società medio-grandi, capaci di offrire dei percorsi di crescita professionale, vi è una miriade di realtà piccole o micro in cui spesso la compressione dei costi porta ad utilizzare il personale per mansioni ripetitive, esternalizzate dai clienti proprio perché povere di valore aggiunto. Entrare in queste realtà a volte significa vivere un percorso frustrante, una paralisi professionale, l'abbassamento delle prospettive di vita. Ogni giorno si rischia di perdere qualcosa e di sentirsi sempre più dequalificati.
Se associamo questo fenomeno di “outsourcing povero” al fatto che gli investimenti in formazione nel settore del marketing e della comunicazione in Italia sono cronicamente scarsi, viene fuori il quadro di una fascia di lavoratori e lavoratrici oggettivamente dequalificata, a forte rischio di essere espulsa dal settore non appena superata la soglia dei quarant'anni o nel momento in cui avanzerà delle richieste legate al suo ambito privato (mobilità, flessibilità di orari, parentalità, ecc.). Tanto vi è un piccolo esercito intellettuale di riserva, più giovane, più motivato, più manipolabile, più ricattabile, pronto a prendere il loro posto.
Uno scenario tanto realistico quanto inquietante, in cui si trovano avviluppate tante persone che non possono neanche contare se nessuna forma di ammortizzatore sociale.
Ma quali sono le esperienze dei miei quattro lettori a tal proposito?

lunedì 28 settembre 2009

Persone-discount

Ogni persona ha un suo prezzo, si sa. Ma troppe oggi hanno un prezzo da discount.

domenica 6 settembre 2009

Arie

Karl Kraus: "Ci sono donne che non sono belle, hanno solo l'aria di esserlo".
E ci sono anche donne che si danno arie di essere belle, e trovano sempre qualche uomo che ci casca.

sabato 29 agosto 2009

Agosto, rilevanza non ti conosco

Da circa vent’anni la Lega Nord domina le cronache politiche estive. Fatto risaputo: con le redazioni dimezzate dalle ferie e la necessità di riempire le pagine, Bossi e i suoi hanno per anni offerto eventi pittoreschi e dichiarazioni provocatorie che hanno fatto la gioia di giornalisti in panico da pagina vuota.
In realtà il meccanismo è più sottile. Non si tratta solo di riempire gli spazi lasciati liberi da altri concorrenti sul mercato della visibilità politica, così come fanno certe aziendine che d’estate comprano blocchi di spot televisivi a prezzi di realizzo.
Al contrario, i temi e le polemiche d’estate finiscono per dare il passo a tutto il dibattito dei mesi seguenti.
Con quelle che per troppi anni la spocchia di sinistra ha liquidato con sparate, rodomontate buone per avere i titoli dei giornali, Bossi ha fatto slittare la percezione media degli italiani verso soluzioni populiste, politiche razziste, semplificazioni giustificatorie dei peggiori istinti. In maniera più sottile (dichiarazione-smentita, oppure articolo/commento ospite), si lanciano poi ballon d’essai per verificare la tenuta tra le classi dirigenti di certi principi che hanno bene o male retto dal dopoguerra in avanti.
Nel ventre molle delle redazioni accaldate e sottostaffate d’agosto, Bossi ha fatto entrare tematiche e argomenti inauditi fino a pochi anni fa. Ha aperto ogni anno delle brecce, dove con inevitabile ingenuità tutti si sono gettati per puntualizzare, criticare, fare distinguo.
Grande colpevole di questo slittamento culturale e civico è la categoria giornalistica. Il ritardo culturale di tanti giornalisti che ancora pensano ad agosto come un mese irrilevante, destinato a venir dimenticato dai temi della “ripresa autunnale”, ha dato ampio spazio a questa strategia. La ricerca del clamoroso, della polemica, del titolo gridato ha poi portato ad abbassare qualsiasi parametro professionale basato sulla rilevanza, sulla notiziabilità, sulla qualità dei concetti espressi.
Un Bossi che riempie l’ampolla di acqua del Po è un fatto inessenziale. Il Parlamento del Nord è stato un flop ridicolo, l’annuale gita a Venezia riempie una piazzetta con poche migliaia di militanti. Ma la Lega ha saputo sfruttare al meglio la presbiopia astigmatica dei media italiani: avere centinaia di sezioni attive sparse in tutto il Nord, unico partito attivo davvero nella parte più produttiva del paese, era e resta per i giornalisti italiani un fatto meno interessante che una dichiarazione violenta sugli immigrati da parte di un leghista di terza fila. Ma, dopotutto, quando la Lega era in crisi di consensi e di militanti è stata mantenuta a galla in termini di visibilità dalle sparate del suo leader riprese acriticamente dai giornalisti.

Agosto non è più un mese di caldo e noia per i media, ma il mese più importante dell’anno, in cui si fanno sedimentare idee fino ad allora eterodosse o marginali, si scardinano dei principi e si plasma il senso comune. Se si studiasse la copertura dei media dei mesi di agosto degli ultimi dieci anni vedremo come alcune proposte considerate provocatorie o assurde al loro emergere (le ronde, per esempio) oggi sono diventate prassi o leggi dello Stato.

Tanti supponenti massmediologi e politologi di sinistra dovrebbero riflettere sul perché l’unico politico che negli ultimi due decenni abbia saputo creare un circolo virtuoso tra gestione dei media e dialogo con il territorio è stato un elettrotecnico di Varese.
Non si ha notizia che Bossi si sia mai fatto consigliare da tali luminari.

lunedì 24 agosto 2009

A tutte le lettrici di questo blog

Ho scritto una rielaborazione del monologo "Accetta un consiglio" tratto dal film "The Big Kahuna".
La dedico alle lettrici di questo blog, soprattutto a coloro che hanno mostrato attenzione e affetto verso di me negli ultimi tre anni.


“Accetta il Consiglio”… remix!

Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù
lo capirai solo una volta appassite.


Allo specchio non guardare sempre quelli che tu giudichi difetti:

a cinquant’anni quando rivedrai le foto di oggi ti troverai meravigliosa.

E per essere sicura scegli qualcuno che ti troverà incantevole anche quando avrai settant’anni.


Non bere vini di scarsa qualità,

ma ricorda sempre che ce ne sono di ottimi a prezzi accettabili.


Non affliggerti se i tuoi desideri non si avverano subito,

ma non smettere mai di far di tutto per realizzarli.


Anche quando sei a Milano

cerca un posto dove la sera si possano vedere le stelle.


Non stare in pena per il tuo futuro professionale:

le persone più noiose sono quelle che hanno sempre fatto lo stesso lavoro.


Ricorda che il sorriso resiste meglio delle tette

alla forza di gravità.


Butta via le bollette e gli scontrini, ma conserva le lettere d’amore.

E se ne hai collezionate poche finora ricordati che esse valgono più di 100 regali.

Diffida di chi non te le scrive pur dicendoti di amarti.


Quando ti ubriachi cerca di avere sempre accanto persone che ti piacciono:

non si sa mai…


Forse ti sposerai o forse no,

forse avrai figli o forse no

ma non accettare mai compromessi:

non potresti vivere con un marito cafone e dei figli buzzurri.


Andare bene di corpo

rende più lieve

anche la giornata più pesante.


Riconosci i tuoi errori ma evita chi te li rinfaccia:

senza errori non possiamo né cambiare né migliorare.


Compra sempre scarpe di qualità: per lo stile, la comodità e perché

la puzza dei piedi può abbattere la più potente delle erezioni.


Ci saranno persone che apposta proveranno a far riemergere le tue insicurezze per poterti manipolare.

Digli in faccia che hai capito il loro gioco: di solito poi smettono.


Discuti e litiga solo con chi è capace di capirti o di cambiare idea:

con gli altri è meno inutile che controproducente.


Sorridi.


Ogni giorno prova a fare una piccola scoperta o a imparare qualcosa di nuovo:

la curiosità aiuta a rimanere giovani.


Non ti vergognare di cantare ad alta voce la tua musica preferita.


Non confrontare mai il tuo lavoro con quello degli altri, il tuo stipendio con quello degli altri. Queste graduatorie lasciale a chi non sa andare oltre le apparenze materiali.


Non sei grassa: non iniziare con quest’altra fisima. Però fare palestra aiuta.


Solo i morti e gli esaltati non fanno mai errori: ma almeno i primi hanno una scusa accettabile.


Nella tua vita possono anche susseguirsi le delusioni e le sconfitte

ma si perde davvero solo quando si smette di aver fiducia in se stessi


Sorridi.


Forse troverai alcuni di questi consigli banali e altri no,

alcuni di essi divertenti e altri no.

Ma per questa volta accetta almeno un ultimo consiglio:

non dimenticare mai di essere una ragazza speciale.


venerdì 7 agosto 2009

In memoria di Oscar Marchisio

Una mente mobilissima, capace di trasformare le idee in fatti vivi e operanti, dote tanto rara a sinistra.
Non sei vissuto invano, Oscar: hai offerto intuizioni, proposte, spunti mai banali a chiunque ha avuto la fortuna di conoscerti o almeno di ascoltarti o leggerti.
Per uno con la tua curiosità intellettuale il mondo era l'orizzonte e al contempo un orto poteva dischiudere gli infiniti universi di un sapere attaccato alla terra, ai suoi saperi, ai suoi frutti e al sudore del lavoro che essi richiedono.
Non hai mai dimenticato che dietro ogni cosa, anche la più astratta, c'è il lavoro e la fatica vera, concreta, quotidiana di persone in carne ed ossa. Anche per questo resti un modello per chi ancora si definisce di sinistra.
Grazie per la stima e la fiducia che mi hai dimostrato tante volte.

mercoledì 5 agosto 2009

Pictures of you



I've been looking so long at these pictures of you

That I almost believe that they're real
I've been living so long with my pictures of you
That I almost believe that the pictures are
All I can feel

Remembering
You standing quiet in the rain
As I ran to your heart to be near
And we kissed as the sky fell in
Holding you close
How I always held close in your fear
Remembering
You running soft through the night
You were bigger and brighter and wider than snow
And screamed at the make-believe
Screamed at the sky
And you finally found all your courage
To let it all go

Remembering
You fallen into my arms
Crying for the death of your heart
You were stone white
So delicate
Lost in the cold
You were always so lost in the dark
Remembering
You how you used to be
Slow drowned
You were angels
So much more than everything
Hold for the last time then slip away quietly
Open my eyes
But I never see anything

Looking so long at these pictures of you
But I never hold on to your heart
Looking so long for the words to be true
But always just breaking apart
My pictures of you

There was nothing in the world
That I ever wanted more
Than to feel you deep in my heart
There was nothing in the world
That I ever wanted more
Than to never feel the breaking apart
All my pictures of you

venerdì 31 luglio 2009

Qualcosa di inusuale


I lettori di questo blog sanno che una particolare attenzione viene riservata alle innovative strategie di comunicazione che lo staff di Barack Obama ha realizzato durante la campagna presidenziale e che continua ad elaborare anche dopo l'elezione del 4 novembre scorso.
L'ultima iniziativa è talmente originale che è stata definita "something unusual" dallo stesso Mitch Stewart, direttore di "Organizing for America", la campagna di mobilitazione dal basso nata a sostegno della candidatura presidenziale di Obama.
Obama è fortemente impegnato a far passare la legge di copertura sanitaria universale per tutti gli americani. Decisione storica, se passasse, e Obama vuole passare alla storia per ben altro che essere il primo presidente non bianco.
I Repubblicani provano a rallentare i tempi di approvazione nella speranza che la maggioranza sui cui Obama può contare al Senato come alla Camera possa sfaldarsi sotto i colpi delle lobby e delle campagne dei media.
Organising for America ha lanciato la campagna "Chip in a dollar a day". La logica è la seguente. Se i Repubblicani vogliono sfibrare il movimento con una tattica dilatoria i sostenitori finanzino con un dollaro al giorno il movimento stesso: più dureranno i lavori di approvazione della riforma sanitaria a causa dell'ostruzionismo repubblicano, tanto più il movimento sarà più ricco e capace di investire i soldi raccolti in altre iniziative di comunicazione e propaganda. E' evidente che un'iniziativa del genere può basarsi solo su una strordinaria mobilitazione costruita nei due anni precedenti. Ma è altrettanto vero che è la prima volta che un leader politico di una democrazia "occidentale" utilizza in maniera tanto serrata la capacità di mobilitare la sua base.
L'unico altro caso che mi viene in mente è Chavez, con il filo diretto televisivo della trasmissione "Olà presidente". Già immagino il rossore che apparirà sulle guance di qualche obamiano acritico nostrano a leggere questo esempio.
Ma vi lascio ora alla email di Mitch Stewart:


Organizing for America
Biagio --

You've probably seen the headlines: Opponents of change are doing everything they can to delay health insurance reform. As a Republican strategy memo concluded, "If we slow this sausage-making process down, we can defeat it."

They're betting that as time goes by, our energy will flag, our movement will weaken, and they'll ultimately be able to block any change.

But they just don't get it -- thanks to the regular Americans who are reaching out in neighborhoods nationwide, our movement is expanding every day. In fact, over the weekend, we surpassed our big goal of 1 million people taking action for health insurance reform. And with your help, we'll keep growing and prove that our opponents' strategy of "delay, delay, delay" simply won't work.

So I want to ask you for something unusual: Can you chip in $1 each day until we pass real health insurance reform? A huge response will show the insurance companies and their allies in Congress that their delay tactics will only make our movement stronger.

Chip in a dollar a day

Here's how it works: We'll bill your credit card for 30 days' worth of donations now and once a month until the President signs real health insurance reform into law.

The cost of inaction on health insurance reform is astounding. Every day, 14,000 more Americans lose their coverage. Premiums continue to rise at three times the rate of wages. And each day, more small businesses are forced to choose between covering their employees and keeping their doors open.

But that doesn't stop our opponents from trying to bog down the process with legislative tricks. And at the same time, they're attacking the President for "moving too fast," even though Washington has been talking about the need for comprehensive health insurance reform since the days of Harry Truman!

What they don't realize is that outside of Washington, our campaign keeps growing. We've reached our "million" milestone, but the stories behind that number are even more impressive: grassroots press conferences with small-business owners in Missouri, more than 1,200 people at an organizing meeting in Minnesota, huge events outside local Senate offices in Florida, and so much more.

That's why our dollar-a-day campaign is so important: If the few senators and representatives who are opposing reform understand that dragging their heels makes us stronger every day -- and that the grassroots pressure on them will increase -- they'll be far less willing to keep slowing down the process.

Can you help? Please donate $1 per day until we pass real health insurance reform:

https://donate.barackobama.com/dollar

Thank you,

Mitch

Mitch Stewart
Director
Organizing for America

sabato 25 luglio 2009

Uno scoreboard per la valutazione dei clienti


Spesso ci si interroga sul valore aggiunto che un consulente può trasmettere al suo cliente, sia esso un'azienda o un privato.

Raramente capita invece di fare il contrario. Di chiedersi, ovvero, quanto valore apporti un nuovo cliente. Non tutti i clienti sono uguali, lo sappiamo, ma finora pochi si sono cimentati a sviluppare una metodologia capace di classificare i clienti in maniera almeno condivisa. Per lo più il giudizio sulla qualità dei clienti è prerogativa indiscutibile del capo il quale tiene conto di rapporti personali, impegno personale richiesto, consetudini e pigrizie mentali, pagamenti paralleli e mi fermo qui.

Quello che propongo di seguito è invece un modello di valutazione che si base su un analisi ponderata di 5 variabili.

Le cinque variabili che prendo in esame sono:

  • prestigio del cliente, inteso come capacità di accreditare il consulente presso altri potenziali clienti grazie alla sua riconoscibilità, alla sua storia, al suo potere;

  • disponibilità economica e fee pagati, ovvero se il cliente è ricco o meno e se i fee pagati sono significativi oppure sono bassi ma vi è la possibilità di fare upselling grazie alla floridezza del cliente;

  • livello di interlocuzione con il top management: insomma chi valuta i servizi erogati? L'amministratore, la prima linea o un product manager o anche una funzione più bassa. È evidente che un rapporto diretto con i vertici aziendali consente sia una negoziazione migliore dei fee come dei rinnovi e dei servizi futuri sia la possibilità di ottenere referenze efficaci;

  • durata del servizio, visto che, banalmente, un contratto a breve senza possibilità di venir rinnovato vale molto meno di uno a lungo termine;

  • complessità e costi nascosti del servizio erogato: spesso un ottimo contratto nasconde costi non rifatturabili e un impegno che mette sotto pressione il consulente o un'intera organizzazione e non le consente di sviluppare l'acquisizione di altri clienti.



Le variabili possono avere un voto da 0 a 1, con una metrica a cinquine (0,05-0,1-0,15 ecc.). La somma dei pesi fa 100, che è ovviamente il valore massimo ipotetico di un cliente, e ogni società o azienda può liberamente decidere se pesare tutte le variabili allo stesso modo (ognuna di esse con valore 20) oppure, sulla base delle proprie priorità strategiche e organizzative, pesarle in maniera differenziata. Ovviamente una volta definiti i valori dei pesi questi devono essere applicati in maniera omogenea a tutti i clienti.

Il carattere intersoggettivo e negoziale di questa metodologia permette anche di valutare se vi sono delle pesature eccessive e se, riducendole, cambia radicalmente il ranking dei clienti, ovviamente a parità valutazione delle variabili.

Passiamo a fare un esempio. Un cliente stipula un contratto da 60.000 euro all'anno per dei servizi di media relations e monitoring. Questo cliente non è particolarmente conosciuto e prestigioso e chi dirige la struttura italiana non ha un capitale relazionale particolarmente alto. I rapporti con l'agenzia sono tenuti dalla sua giovane pr manager. Il budget è stabilito dal quartier generale europeo in funzione dei risultati annuali della consociata italiana. Il contratto dura dodici mesi e si rinnova di anno in anno. Per il media monitoring bisogna stipulare un contratto con una società di media monitoring per coprire anche le uscite radiofoniche e televisive dei concorrenti. Ogni giorno bisogna inoltrare la rassegna al cliente e accompagnarla con un report. A questo si affianca l'attività di media relations con la ricerca di uscite sui media sia di qualità sia in termini numerici per rafforzare la memorabilità del brand.

Sulla base di queste generiche informazioni immaginiamo di calcolare il valore di questo cliente con un'ipotesi semplificatoria di pesatura omogenea (valore=20) di tutte e cinque le variabili. Non chiedetemi il dettaglio dei miei ragionamenti (facilmente ricavabili dalla descrizione del cliente che ho fatto or ora) e quindi alla variabile “prestigio” assegneremo il valore 0,4, alla variabile “disponibilità economica e fee pagati” il valore 0,35, alla variabile “livello di interlocuzione” il valore 0,3, alla variabile “durata del contratto” il valore 0,5, al valore “complessità e costi nascosti” ahimé appena il valore 0,20, dopo un attento esame di quanto costa il personale e i contratti di media monitoring. La somma che otteniamo è 35/100. Si tratta di un valore abbastanza basso, dopotutto solo in un caso una variabile viene valutata almeno a metà della scala.

Applicando questo scoreboard a tutti gli altri clienti otterremo una graduatoria piuttosto condivisa di quanto essi valgono per il consulente free lance come per la società di consulenza. A mio avviso le pesatura delle variabili non deve essere mai omogenea (tutte pari a 20) ma davvero fondamentale è che le pesature sia condivise e discusse dal board e cambino a seconda degli obiettivi che si pone l'azienda di anno in anno.

Quello che propongo è uno strumento dinamico, che consente di vedere il valore aggiunto offerto da un cliente sotto diversi punti di vista, a seconda delle priorità che si pone la società o il consulente al variare dello scenario in cui opera.

giovedì 23 luglio 2009

Il sesso è un cerone che copre le imperfezioni delle anime

giovedì 16 luglio 2009

gdgt, il blog sociale


Paul Royas, il fondatore di Gizmodo ed Engadget è stato da tempo celebrato come uno dei più grandi blogger del mondo (sull'argomento leggere The New Influencers di Paul Gillin, ovviamente non tradotto in Italia)
Entrambi i blog trattano di quelli che in inglese sono i gadget, ovvero apparecchiature e dispositivi elettronici. Entrambi sono tra i primi 10 blog al mondo secondo Technorati.
gdgt è la nuova creatura di Royas. gdgt non è un blog, è una piattaforma di contenuti prodotti dagli utenti stessi. Insomma, è l'applicazione del web 2.0 (o web sociale che dir si voglia) a un determinato ambito di interessi.
È anche un social network che costruisce relazioni tra i suoi aderenti sulla base dei loro interessi. Ti interessano le consolle Wii? Allora sarai interessato a conoscere altre persone con il tuo stesso interesse, scambiarvi pareri e consigli sui dispositivi prodotti dalla Nintendo.
gdgt apre il mondo dei blog tematici verso una nuova frontiera: non più un unico blogger o una redazione a presidiare i contenuti ma l'integrazione del modello tradizionale con il concetto di content aggregator e quello di community.
L'autore del contenuto passa in secondo piano. Al centro vi è solo il contenuto e la sua capacità di generare relazioni tra gli utenti che genereranno altri contenut, in un processo ricorsivo.

martedì 14 luglio 2009

Oggi, 14 luglio, questo blog aderisce all'appello di Diritto alla Rete contro il Ddl Alfano che imbavaglia la Internet italiana.

lunedì 13 luglio 2009

Commento alla StRagista


Nel suo ironico, crudele, sarcastico, realistico e al contempo surreale blog Luce la StRagista ci offre racconti di quotidiano stagismo (mio neologismo: la condizione di stagista come ideologia delle aziende e vissuto dei giovani) che sono anche una biografia collettiva di una generazione usa-e-getta.
Ho lasciato un commento al suo ultimo post che pubblico di seguito.


cara Luce,
potremmo spendere lunghe analisi sociologiche sulla passività dei giovani italiani, sulla loro scarsa consapevolezza di farsi sfruttare pur di fare un lavoro "figo" (comunicazione, marketing, pubblicità, ecc.: guarda caso tutto quello che ha a che fare con un immaginario legato ai media, che non sono solo il messaggio, sono gli unici produttori di identità del nostro tempo), sulla loro incapacità di coordinarsi, di incontrarsi, di comunicare tra loro la condizione di subalternità cui sono costretti, e questo nonostante una enorme capacità tecnica che ognuno di essi ha ad usare media e dispositivi di comunicazione.
Ma a cosa servirebbe un'altra analisi?
Ad oggi, l'Italia è un paese irreversibilmente gerontocratico. E i vecchi, si sa, hanno poco futuro. L'Italia ha poco futuro.
Rinchiudersi nel proprio privato, nel tentativo di inseguire da soli un percorso di realizzazione umana e professionale, porta al fallimento nella quasi totalità delle esperienze.
Quando i giovani riscopriranno la socialità non come mera comunicazione ma come condivisione di un medesimo progetto di società forse, ma solo allora, potremo vedere un cambiamento di prospettiva.

domenica 5 luglio 2009

A ognuno la sua rappresentazione


Come l'Atene del V secolo avanti Cristo rappresentava se stessa e i suoi valori attraverso la tragedia classica e la società dell'Ottocento attraverso l'opera lirica, la società attuale rappresenta se stessa e i suoi valori con i reality show.

domenica 28 giugno 2009

Newsy

Se state cercando le ultime notizie in formato video sulla morte di Michael Jackson o sulla rivolta in Iran provate a fare un salto anche su www.newsy.com.

Newsy raccoglie i filmati dai principali canali televisivi all-news degli Stati Uniti e del resto del mondo, la sua redazione li riaggrega, offre la possibilità di comparare fonti diverse e propone i contenuti così ottenuti sul suo sito in modalità on demand, anche ad altri canali via cavo, a siti web oppure li distribuisce sui cellulari.

Al di là della mera estrapolazione di notizie o siti rilevanti, vi dovrà essere sempre un lavoro redazionale di rielaborazione dei contenuti. Stiamo passando dalla ricerca e selezione di contenuti alla loro rielaborazione. iGoogle punta a riordinare i contenuti estrapolati dal web sulla base delle preferenze del singolo utente. Ma il passo successivo è l’inevitabile riscoperta del lavoro umano, redazionale, capace di riscrivere i contenuti in funzione dei diversi modelli di distribuzione (stampa, internet, radio, tv via cavo, pda, blackberry, iPhone, podcast, ecc.), così come di commentare, analizzare ed inferire ulteriori informazioni dalle fonti primarie.

Di certo le news on demand sono una delle frontiere prossime del giornalismo: tante persone oggi preferiscono avere un’informazione di lunga durata e molto dettagliata su poche tematiche del momento, piuttosto che aspettare i cinque minuti dedicati ad esse nel corso dei telegiornali, anche dei canali all-news.

In questo senso l’esperimento di Newsy deve essere seguito attentamente: quante persone vorranno cercare le news on demand sul loro televisore digitale e cablato? quanto le immagini riprese da altri canali verranno arricchite dai contributi della redazione? il modello sarà capace di trovare una redditività, adesso che le fonti originarie di news non intendono più venir saccheggiate pretendono un pagamento?

Se il quotidiano deve profondamente ripensarsi perché non lo dovrebbe fare anche il classico telegiornale? Forse non sono lontani i tempi in cui anche i mezzobusti televisivi, impegnati più a leggere veline che a informare, saranno un risibile ricordo.

venerdì 26 giugno 2009

Un blogger alla Casa Bianca

Raramente inserisco sul blog contributi non originali ma questo articolo del New York Times di oggi racconta icasticamente il senso della trasformazione nel mondo dei media che Barack Obama sta cavalcando e non subendo come tutti gli altri leader mondiali (e non parlo di quelli impegnati a controbattere a signore che saranno pur mignotte, ma abilissime a usare i media).

How a Blogger’s News Conference Query Came About

By PETER BAKER

WASHINGTON — Here is the dirty little secret about White House news conferences: The president almost always knows the questions in advance.

But here is the rest of that secret: It is not because White House officials are planting questions or reporters are colluding with them.

In fact, despite widespread speculation to the contrary, the White House does not give reporters much if any notice that they will be called on, and reporters almost never tell the White House what they will ask. But everyone has a pretty good idea anyway. In the day leading up to a White House news conference, a president and his staff typically spend hours gaming out likely questions and rehearing responses.

The truth is, it is not all that hard for an administration to figure out what will be asked. The news of the day usually makes at least the opening queries pretty obvious. And the president’s press secretary spends an hour each day fielding questions on camera from the same reporters, so it becomes clear what lines of inquiry are on their minds. Veterans of the last several White Houses have always said that they were able to correctly forecast nearly all of the questions, though not necessarily the precise wording.

All this has come up again because President Obama called on Nico Pitney, a blogger for the left-leaning Huffington Post, in an orchestrated move during Tuesday’s news conference. As Kate Phillips outlined on The New York Times’s Caucus blog, Mr. Pitney has been writing extensively about the protests in Iran and soliciting questions from Iranians, so the White House asked him to come to the news conference so the president could call on him and address an inquiry forwarded from an Iranian.

The move generated complaints from Mr. Obama’s critics about the staging of an ostensibly unscripted news conference and deep consternation among White House reporters worried about the increasingly blurry line between traditional news organizations and ideological outlets. But it also generated plenty of scorn from new media representatives about how privileged old-line media types were whining about their turf while missing the profound changes of the information age.

The topic dominated Wednesday’s briefing by the press secretary, Robert Gibbs, who adamantly defended the move, noting that Mr. Pitney was not told that he would get a question for sure and did not tell the White House what it would be if he did. When reporters complained that it fueled the perception that they shared questions with the White House, Mr. Gibbs went around the room asking them if they had ever done that.

“Have you ever told us what your question is?” he asked one reporter.

“Certainly not,” the reporter responded.

“Have you?” he asked another.

“Of course not.”

“Have you?” he asked a third.

“Nope.”

Some of the reporters were not satisfied.

“My main feeling is they could have accomplished this without taking what in my experience is the unprecedented step of planting a designated hitter in the briefing room,” Peter Maer of CBS Radio, who has covered every president since Jimmy Carter, said after the briefing. “I can’t remember anybody ever doing something like this.”

Reached later, Mr. Gibbs said he had no regrets.

“I wouldn’t do it differently, and I would do it again,” he said. “We thought it was very important to get a question in from someone in Iran, to have somebody to be able to ask the president a question who’s living with this. There’s no other way to do this.”

He noted that the question — wouldn’t acceptance of Iran’s disputed election results be “a betrayal of what the demonstrators there are working toward”? — was “a very legitimate, tough question,” and hardly a softball.

Arianna Huffington, the founder of The Huffington Post, has dismissed the brouhaha as the braying of a dying but self-important news media establishment.

“He wasn’t sure he’d be called on,” she said of Mr. Pitney, the Web site's national editor. “The president had no idea what the question would be. So much for an orchestrated conspiracy. This was an exciting moment for new media and citizen engagement. It’s a pity so many in the traditional media didn’t get it.”

There has always been a certain amount of orchestration to White House news conferences. When Dwight D. Eisenhower became the first president to hold such a session on television, reporters in that era sometimes did tell the press secretary, James Hagerty, what they would ask, according to Martha Joynt Kumar, a professor at Towson University who has studied presidential communication.

She pointed to one news conference where a reporter asked Eisenhower a question and he replied, “I’m glad you asked that question,” prompting a round of knowing laughter.

That sort of collaboration fell out of favor as reporters took on a more adversarial approach. But presidents could manipulate a news conference by selecting reporters they knew would ask certain questions. Ronald Reagan, Bill Clinton and George W. Bush all had seating charts in front of them, and when they ran into trouble could pick a questioner they perceived to be friendlier or one they knew would change the topic.

Mr. Obama follows a list of reporters to call on that is prepared by his staff in advance.

“The current situation compromises both sides as reporters appear to be presidential tools even though very few are informed beforehand they will be called on,” Ms. Kumar said. “When a president works from a list prepared by his staff, it raises questions about his knowledge of the press corps that follows him and his confidence in his ability to respond to queries wherever they come from.”

Like other White House veterans, Dana Perino, who was Mr. Bush’s last White House press secretary, said she generally could predict what reporters would ask just by knowing their work, interests and patterns. But she said that if the Obama White House wanted to find a way to answer an Iranian’s question, it could have done so by giving Mr. Pitney an exclusive interview.

“People overseas watch these press conferences closely — and I can guarantee that the story they’ll walk away with is that it’s perfectly appropriate to orchestrate a press question,” she said. “Are we, as Americans, ready to agree with that? No, I don’t think so.”

Joe Lockhart, who was a press secretary for Mr. Clinton, said the problem with the tactic involving Mr. Pitney was that it created a distraction from the more important issue, namely Mr. Obama’s response to the crisis in Iran.

“The idea was a good one,” he said, “but it would have worked better if they told everyone in advance what they were planning. They’re now getting an object lesson that the most interesting story in the briefing room to reporters is a story about themselves.”

lunedì 22 giugno 2009

Il lavoro cognitivo/2



Possiamo dunque affermare che tutti i lavori sono cognitivi. E questo non implica che se tutti lo sono, nessuno lo è davvero, perché ogni lavoro è inserito in una filiera cognitiva a intensità maggiore o minore. Ma la domanda da porsi diventa: chi sono i soggetti e i processi che producono maggiormente innovazione, ovvero valore? Enzo Rullani, nel saggio “L’economia della conoscenza e il lavoro che innova” sempre nel volume “Knowledge working” distingue tra conoscenza e innovazione. L’innovazione rompe un equilibrio (o stasi) cognitiva, la conoscenza alterna propagazione (l’insegnamento, ad esempio) e nuove conoscenze.

Come nasce e come si afferma un’innovazione? Ancora manca un saggio che provi a fare la biografia di alcune innovazioni, a capire come, dopo aver avuto l’intuizione giusta, i vari innovatori hanno difeso e diffuso le loro acquisizioni, e quali contesti sono stati più recettivi o più ostativi verso l’innovazione.

Come una società promuove modelli di innovazione? L’insieme di variabili è ampio: tra i quali di certo contano l’educazione diffusa, gli investimenti in ricerca pura ed applicata, l’anticonformismo (Richard Florida la chiama Tolleranza) inteso come capacità di accettare e sostenere percorsi e approcci eterodossi negli ambiti più vari. Rullani evidenzia la triade accesso-uso-moltiplicazione: non si innova se non c’è accesso diffuso alle conoscenze, capacità di utilizzarle e di moltiplicarne gli ambiti e le occasioni di applicazione. Ma nello scenario attuale l’Italia ha troppe imprese che hanno sfruttato il capitale sociale circostante senza investire in capitale intellettuale.

Vi sono dei meccanismi di innovazione riconosciuti e valorizzati da secoli, come i brevetti. Certo, non tutti i brevetti producono un valore capace di ripagare la lunga filiera cognitiva, relazionale e sociale che li ha resi possibili., Ma di certo all’incrementare del numero dei brevetti aumenta anche la probabilità che essi producano un valore significativo e prolungato nel tempo. Accanto ai brevetti vi sono tantissime altre innovazioni meno definite, più fluide che attraversano tutti gli ambiti professionali. L’innovazione di un idraulico può dargli un vantaggio competitivo sui suoi colleghi di zona per un periodo di tempo ma il contesto attorno riuscirà a garantirgli risorse economiche e competenze per meglio elaborare e magari sviluppare a livello industriale la sua intuizione? Oppure, come tante innovazioni isolate, rimarrà un vantaggio temporaneo, dal fiato corto e destinato a venire imitato da tutti?

I paesi e i territori vincenti nell’economia della conoscenza sono quelli capaci di sviluppare in maniera più frequente e intensa processi di innovazione.

Una politica per l’innovazione dovrebbe partire dalla detassazione di tutti gli investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, sia a livello aziendale che a titolo personale. Investimenti detassati, sgravi sui contributi per tutte le assunzioni a tempo indeterminato di personale impiegato negli ambiti di ricerca e sviluppo di prodotto come in quelli legati alla comprensione dei mercati (analisi, comunicazione. distribuzione), riduzione dell’Iva al 4% per tutti i corsi di formazione. E l’elenco è talmente lungo che invito i lettori a integrarlo.

L’innovazione non è frutto di una botta di culo, ma di una strategia che non definisce a priori i risultati finali ma che sa creare in maniera efficace le condizioni di base affinché questa avvenga.

Ma la classe dirigente italiana da tempo ha perso la capacità di elaborare delle strategie di sistema.

domenica 14 giugno 2009

Il lavoro cognitivo/1



Certo, dire che viviamo nella società e nell'economia della conoscenza è diventato uno slogan talmente triviale da essere usato persino dai politici italiani.
Eppure i contorni di questa definizione sfuggono anche agli studiosi più profondi. È questa l'impressione che si ricava dopo aver letto “Knowledge working”, il libro a cura di Butera, Bagnara, Cesaria, Di Guardo che prova a fare il punto su una galassia in continua dilatazione.
La definizione che dei lavoratori della conoscenza danno gli autori è la seguente: “(coloro) che operano su processi immateriali per i quali la conoscenza è il principale input e output di processi di lavori, che impiegano diversi tipi di conoscenza per svolgere il lavoro. Il loro processo di lavoro, cioè, ha per oggetto non materiai e informazioni, ma conoscenze (...)” Lascio correre l'italiano stentato dei docenti universitari e mi chiedo: premesso che oggi nessun mestiere è privo di una componente cognitiva (pensiamo all'operazioni di facchinaggio e trasloco che richiedono un certo know how nella manipolazione dei pezzi, oppure alle attività di pulizia urbana che richiedono coordinamento, progettazione e capacità dell'operatore di differenziare i diversi materiali, tanto per dirne due) così come pochi lavori hanno una compnente meramente speculativa, cosa significa che la conoscenza è il principale input e output di certi lavori? La definizione è talmente vasta che gli stessi autori fanno rientrare tra i lavori della conoscenza un elenco sterminato tra i quali: scienziati, ricercatori, insegnanti, professionisti, parlamentari e burocrati, imprenditori, dirigenti e quadri, professionals nei settori più disparati (informatica, marketing, comunicazione, finanza, tributaristi, ecc.), venditori qualificati (quali sarebbero i non qualificati?), artigiani, conduttori di impianti, operai e impiegati qualificati (ancora: chi definisce i non qualificati?). Gli stessi autori si chiedono se valga la pena identificare una categoria di lavoro così estesa e si rispondono indicando ancora una volta una pletora di caratteristiche comuni a questi lavoratori. Ma evidenziare delle comunanze di attributi non significa definire in automatico le caratteristiche essenziali di una nuova categoria: il fatto che l'uomo e la papera siano entrambi bipedi non ci porta a considerarli simili, così come il fatto che un animale è mammifero e l'altro è oviparo è di certo una demarcazione ma non la più importante tra le due specie.
In realtà economia della conoscenza o società della conoscenza sembrano oggi più dei termini-ombrello che fanno tanto tendenza, che definizioni capaci di farci leggere meglio le trasformazioni nel mondo del lavoro. Ma gli autori hanno voluto proseguire in questo modo, con un approccio a tentoni e qualche contributo di riepilogo veramente poco innovativo come quelli di Bagnara e Butera nella seconda parte, per proporci alla fine cinque esperienze del tutto eteroclite: un'azienda di soluzioni tecnologiche (Loccioni), una di microchip (ST Microelectornics), l'ambito scolastico in genere, la scuola di restauro della Venaria Reale, un team di medici di terapia intensiva.
Ok, tutte realtà che lavorano con la conoscenza ma la domanda è: se nella società e nell'economia della conoscenza tutto è (banalmente) conoscenza quale è la cassetta degli attrezzi che ci aiuta ad affrontare le sfide di questo nuovo contesto sociale e lavorativo? Gli autori non danno risposta.
Da parte mia propongo di cambiare del tutto approccio. I lavoratori della conoscenza non sono una categoria, per quanto vasta ed eteroclita, da studiare con gli strumenti tradizionali, un po' come fecero con i lavoratori autonomi della seconda generazione Sergio Bologna e Andrea Fumagalli. Al contrario l'uso della conoscenza è la forma che assume il lavoro (a fortiori, tutti i lavoratori) all'interno della società della conoscenza. Quindi, non una categoria ma una forma, anzi la forma del lavoro che caratterizza la nostra epoca.

La dilatazione delle categorie proposte dagli autori del testo indica nient'altro che lo Charlot di Tempi Moderni (1936!), l'operaio-macchina ingranaggio dell'organizzazione taylorista, non esiste più da tempo. Gli stessi autori sembrano tralasciare volutamente tutte le innovazioni che nella stessa fabbrica sono state apportate dalle teorie ohniste-toyotiste. E anche la stessa Fiat di Melfi potrebbe dimostrare come la messa a valore del dispositivo cognitivo-linguistico degli stessi operai di base è un fatto assodato (e sull'argomento ha scritto parole fondamentali oltre dieci anni fa Cristian Marazzi). Eppure gli autori si ostinano a ragionare per categorie professionali, e, non riuscendo più a individuare una frontiera certa tra lavoro materiale e cognitivo (perché semplicemente non c'è più), finiscono per aggiungere all'infinito nuove categorie lavorative “cognitive”.
Ma definito questo punto si apre un altro ragionamento: se l'uso a vari livelli della conoscenza è la forma del lavoro contemporaneo, quale è la demarcazione tra le varie attività lavorative la quale riesce a identificare anche una strategia di definizione e di valorizzazione dei diversi lavori?
A tal riguardo l'intervento di Enzo Rullani è quello più illuminante. La distinzione tra innovazione e conoscenza ci aiuta a determinare meglio lo scenario in cui oggi si lavora. Ma questo sarà oggetto del prossimo post.

lunedì 8 giugno 2009

L'economia della conoscenza studiata con i Pet Shop Boys


Conoscevo poco dei PSB fino a un anno fa. Oggi potrei essere annoverato tra i loro appassionati. Cosa è successo nel frattempo e che c'entra questo con l'economia della conoscenza? Parecchio, perciò seguite il mio ragionamento.

Tramite un vagabondaggio su Wikipedia scoprii il sito dei PSB che offre la possibilità di ascoltare la loro musica in streaming. In più trovate notizie aggiornate, i testi dei brani, foto, la possibilità di acquistare online prodotti in licensing attraverso un sito dedicato.

Fino a pochi anni fa per conoscere meglio certa musica avrei dovuto comprare a scatola chiusa degli album interi, regolarmente o copie pirata, oppure chiedere all'amico appassionato di duplicarmi qualcosa. I PSB offrono 24 ore al giorno tutta la loro musica completamente gratis. In più, il canale della Parlophone (la loro casa di produzione) su YouTube offre decine di video ad alta definizione che con l'ultimo Real Player possono anche essere scaricati sul proprio computer.

Tutto questo sembra contraddire il vecchio buon senso commerciale, specialmente nel settore della musica e dei libri. Come si potranno mai ripagare le spese di produzione e il lavoro artistico se i contenuti sono gratis? Invece accade esattamente il contrario.

Ogni volta che fruisco della loro musica incremento la mia conoscenza del gruppo inglese. Chris Anderson ha già spiegato ne La Coda Lunga come si propaga la conoscenza marginale delle nicchie musicali o artistiche. Il direttore di Wired non ha però approfondito il tema della crescita intensiva di conoscenza di contenuti cognitivi o artistici. Questa conoscenza si traduce in sostegno, interesse, si diventa dei veri promoter: ho scoperto che la moglie di un amico ha tutti gli album dei PSB e sono stato io a comunicarle che era in uscita il loro nuovo album Yes.

A dire il vero finora non ho comprato nulla. Quindi dovrei essere calcolato nella schiera infinita degli scrocconi via internet. E tuttavia, a parte che grazie a me è stata venduta almeno una copia del nuovo album a poche settimane dalla sua uscita, i PSB hanno un nuovo fan pronto ad andare ai loro concerti, a proporre ad altri amici di farlo, a comprare singoli su iTunes, soprattutto a promuovere a sua volta la loro musica. Se suddividiamo i costi di progettazione, realizzazione e manutenzione del sito web su base annua (mentre i video su You Tube sono stati già prodotti anni fa e ammortizzati nelle spese di promozione) per tutti gli utenti unici che annualmente accedono al sito, ci accorgeremo che il costo contatto è pressoché nullo. Ho acquistato zero (per ora); sono costato pressoché zero (e costerò sempre di meno).

In realtà all'aumentare della conoscenza disponibile, con qualsiasi supporto, su un dato argomento o contenuto, aumenterà anche il numero di persone che conosceranno e apprezzeranno l'argomento o il contenuto. Le barriere tradizionali alla conoscenza non tengono il passo: il prezzo, la prova gratuita, la vetrina. Amazon dovrebbe offrire non poche pagine ma interi capitoli o l'intero libro in libera lettura: per qualche scroccone che si affaticherebbe a leggerli sul monitor molti altri si convincerebbero a comprarli. Le tracce-esempio di 30 secondi dovrebbero lasciare il passo all'ascolto completo e in streaming dell'album, con ovvi rimandi all'acquisto su iTunes e simili. Ma ancora: mettere online dispense e materiali di interi corsi universitari dovrebbe essere la prima strategia di marketing degli atenei. E poi: gli avvocati potrebbero mettere liberamente a disposizione di tutti alcuni casi e sentenze che meglio dimostrino le loro qualità. Last but not least: chiunque lavoratore della conoscenza (e molti già lo fanno) dovrebbe farsi conoscere nell'unico modo possibile, ovvero mettendo a disposizione di tutti la conoscenza elaborata.

Bisogna iniziare ad elaborare un nuovo ratio economico, il RoK, il Return on Knowledge, basato sul rapporto tra flussi economici ricavati su 3, 5 e 10 anni e conoscenza prodotta e diffusa nel medesimo periodo. Anche se si tratta di due dimensioni non comparabili, si otterrebbe una valorizzazione quantitativa su un arco di tempo congruo. E rimarrebbero fuori dal computo (giustamente) tutte le ricadute aggiuntive e non monetizzabili della conoscenza diffusa

Dopotutto, se per i vini di eccellenza si aspetta decenni per degustarli perché i contenuti di eccellenza dovrebbero avere un ritorno economico immediato?

martedì 26 maggio 2009

Il corpo delle donne, il cervello dei maschi (televisivi)

Il blog Il corpo delle donne ha riproposto con forza la questione dello sfruttamento mediatico delle donne, anche grazie alle qualità del bel documentario da esso realizzato. Da un punto di vista morale sono più che d’accordo con le tematiche e le denunce che porta avanti Lorella Zanardo. Da un punto di vista sociologico e di analisi delle idee molto meno. E mi spiego.

Il corpo della donna rappresentato nella televisione italiana, specialmente quella berlusconiana, assume più che altro i connotati di un simulacro (approfondisci qui), nell’accezione di Jean Baudrillard. Lo spettatore maschio, l’essere di sesso maschile che guarda quel corpo, che desidera toccare quelle chiappe o quei seni, che rimane sintonizzato su quel canale in preda a una eccitazione inane e sterile, è un maschio regredito allo stato pre adolescenziale. Egli è l’imberbe che si diverte a ripetere le prime parole sconce che ha conosciuto, quello che si bea di intravedere i vicini mentre fanno l’amore con la finestra aperta, di spiare la sorella grande dal buco della serratura mentre si cambia, è lo sguardo che prova a inoltrarsi oltre i confini della gonna senza però saper dialogare con la persona che la indossa.

Questi maschi sono vittime della seduzione di corpi irrangiungibili, troppo perfetti per non vivere poi una qualche delusione l'avvicinarsi a un corpo reale. Una seduzione gestita dagli addetti ai palinsesti e dagli autori dei programmi, non dalle donne stesse come strumento di legittimo potere. Per questo il corpo della donna in tv, anche quando è pressoché nudo, non viene utilizzato per rimandare a un piacere carnale, il quale, anche nelle sue forme più epidermiche, richiede all’uomo un minimo di sforzo di relazione con la donna. Peggio, il corpo delle donne viene usato per creare una eccitazione sterile, funzionale solo a paralizzare le capacità di scelta (di cambio canale) del telespettatore.

Intendiamoci, si tratta di una deprivazione delle qualità del corpo femminile ancora più grave, speculare alla deprivazione relazionale e sensoriale che innesta nel maschio.

Non vedo pertanto la donna sottomessa soltanto alle tradizionali logiche reificanti del dominio maschile. Peggio: la reificazione del corpo femminile è funzionale al controllo, all’assoggettamento di una fetta significativa di maschi telespettatori, ovvero di cittadini, ovvero di elettori.