lunedì 18 luglio 2011

Una modesta proposta a sostegno delle intelligenze locali


In tempi di crisi dei bilanci statali e locali una politica mediocre infierisce con esplicito sadismo sulle attività culturali e di ricerca, le cui risorse vengono tagliate con la miopia di un ragioniere tardo che non ha mai capito cosa e chi c’è dietro i numeri che compila.

Le attività culturali, la ricerca di base, le iniziative che diffondono quel bene comune per eccellenza che è la conoscenza hanno bisogno di nuovi modelli non solo per raccogliere finanziamenti ma anche per sviluppare consapevolezza collettiva della loro importanza, proprio in un momento in cui una certa vulgata tende a considerare la cultura un orpello buono e utile solo in tempi di vacche grasse.

La proposta non è del tutta originale ma ritengo molto facile da realizzare ed economicamente sostenibile specialmente nelle piccole realtà locali o di quartiere. Essa punta a sostenere non le attività di ricerca complesse che richiedono grandi investimenti in capitale fisso (macchinari, laboratori, staff altamente professionalizzati) e nemmeno le attività culturali di eccellenza, quali le stagioni teatrali, liriche e sinfoniche oppure le grandi mostre. Semmai la mia proposta punta a incentivare le risorse intellettuali locali, che spesso sono destinate all’emigrazione o a un limbo pervaso dalla frustrazione di non venire valorizzati.

Uno studioso giovane e senza grandi referenze che intende sviluppare una ricerca su un tema antropologico o storico o economico di ambito locale si trova spesso nell’impossibilità di ottenere risorse, condizione che condivide con tanti altri colleghi ricercatori in campo musicale, teatrale, letterario, ambientale e così via. Il ricercatore bussa a tante porte: quella porta è destinata ai grandi accademici, quell’altra tratta solo di cultura letteraria del Quattrocento, quell’altra è gestita dalla famiglia del cattedratico, quell’altra è riservata agli amici di.

Il problema potrebbe essere scavalcato nel modo seguente. Se una ricerca costa tra spese vive e onorari dello studioso 3.000 euro, il Comune invece di dire che non ha soldi può contribuire con un minimo, per esempio 500 euro, e farsi promotore e garante di una sottoscrizione di associazioni, altri enti locali e privati che sono interessati a sostenere quella ricerca. In cambio tutti i sottoscrittori fruiranno gratuitamente del risultato della ricerca, sia esso un saggio, un libro, uno spettacolo teatrale, una mostra fotografica o delle tracce audio, risultato che comunque dovrà essere messo a disposizione di tutti con licenza Creative Commons.

Naturalmente anche associazioni e privati cittadini possono farsi promotori di queste sottoscrizioni. Chi promuove la sottoscrizione sarà anche il garante della realizzazione o meno del progetto di ricerca, anche nei confronti di chi ci metterà solo 5 euro, che dovrà venire rimborsato in caso di fallimento della racolta fondi.

Quali sarebbero i vantaggi di questo modello? Innanzitutto i comuni potrebbero far fronte alle scarse risorse a loro disposizione, distribuendo le risorse su molti progetti di ricerca micro ma fortemente legati a certi territori e a certi contesti sociali e convogliando su di essi le risorse di altri soggetti della comunità. La comunità stessa vedrebbe accresciuto il suo capitale intellettuale, grazie alle ricerche e grazie al libero accesso ai risultati delle ricerche stesse. I giovani ricercatori, speso di nicchia, avrebbero l’opportunità di “pubblicare” in senso lato, ovvero rendere pubblico il frutto di ricerche altrimenti per loro inaffrontabili.

Si innesterebbe, come risultato non secondario, un circuito di sostanziale gratuità nella produzione e distribuzione del sapere.

Questa modesta proposta non punta a risolvere l’incuria di Pompei o i tagli ai teatri lirici quanto semmai a promuovere il rafforzamento del capitale intellettuale locale. In tempi di crisi economica esso è il miglior investimento che le comunità locali italiane possono fare.

4 commenti:

Alessia ha detto...

Ecco il motivo per cui finalmente anche l'Italia sta aprendo gradualmente alle fondazioni di comunità. A Torino la prima dedicata solamente alla cultura!

Gabriele ha detto...

Mi sembra un'ottima proposta: personalmente l'ho collegata subito ad un sistema di raccolta fondi "allargato" come il crowdfunding, che sta prendendo piede anche in Italia. Penso che il radicamento territoriale di questa proposta possa essere un punto di forza, rispetto al crowdfunding, dove i donatori sono sostanzialmente anonimi e non entrano in contatto fra loro.

marco liuzzi ha detto...

Cultura, innovazione o qualsivoglia bene che non estrinseca subito un prezzo rappresenta qualcosa che dal punto di vista economico trova difficile quantificazione. Quindi l'offerta a una domanda latente ma esistente non si diffonde su microscala.
Purtroppo se c'è un problema di esternalià positive non valorizzabili , il cane si morde la coda ed il tutto rimane in stallo , come per tutta l'italia locale ...in pratica i 500 euro , comunque il sindaco o l'assessore non te li danno nemmeno se parli in cinese, a meno che non sei "sotto" la giusta stella.
La soluzione: creare network glocali in cui un forte e copioso network locale si avvale della spinta e del nome di un pur piccolo agente che opera negli HUB ( economici, di potere, decisionali).
In breve finanziamo il raccordo rapido, direi quasi neurale per economizzare, tra hub e periferie sui progetti ad alto rischio di esternalità non quantizzabili.

PS : scusate se il testo è un pò tecnico, ma è necessario che intenda chi debba intendere e crei il suo filo neurale HUB - periferia per supportare anche questo blog che è un chiaro ed alto esempio di innovazione nella comunicazione sviluppata a network

Marco Liuzzi

alessandra ha detto...

Ciao, a proposito di crowdfunding vi segnalo http://www.crowdsourcing.org/community/crowdfunding/7


alessandra