sabato 21 maggio 2011

È tutta colpa di Pisapia


La pagina di Facebook “È tutta colpa di Pisapia” sembra una goliardata ma non lo è. La pagina, i cui like crescono al momento al ritmo di almeno 5 al minuto, è il fenomeno del giorno sul web italiano ma soprattutto ha disinnescato, almeno su Facebook che oramai è uno dei principali diffusori di notizie (e bufale), il rischio che la propaganda di centro destra potesse infangare la reputazione di Giuliano Pisapia facendo circolare notizie false a pochi giorni dal ballottaggio.
In un certo senso la pagina è un anticorpo al meme classico del “pericoloso estremista comunista” che Berlusconi ancora cerca di associare a Pisapia. Gli esperti di comunicazione dovrebbero studiare approfonditamente il meccanismo creato dalla pagina su fb. Da parte mia ho contribuito ad arricchire il wall di È tutta colpa di Pisapia” con i tre interventi che vi propongo di seguito:

Pisapia e il suo passato scomodo: alle elementari rubava le merende dei suoi compagni di classe

Pisapia e il suo scomodo passato: in quinta elementare diede un bacio sulla guancia alla sua fidanzatina. Manco Strauss-Kahn...
Pisapia e il suo scomodo passato: in seconda media sorpreso mentre distribuiva ai compagni di scuola pasticchette bianche. Erano Tic Tac.

venerdì 13 maggio 2011

Un nuovo paradigma professionale


Sbaglia chi pensa che i media sociali abbiano apportato cambiamenti al marketing, alla pubblicità e alle relazioni pubbliche. Più che di semplici cambiamenti bisognerebbe semmai parlare della creazione di nuove modalità lavorative, nuovi obiettivi, nuove priorità, nuovi strumenti: in una parola un nuovo paradigma professionale emerge dal radicarsi dei media sociali, un paradigma professionale che non è né solo marketing digitale né solo pr digitali, né solo digital advertising.

Qualche autore come David Meerman Scott ha provato nel 2007 ha definire “Le nuove regole del marketing e delle PR” (sciaguratamernte pubblicato in italia da Hoepli con i tipi dell’editrice Libreria dello Sport assieme a testi fondamentali per la pesca di fiume e il trekking). L’assunto di David è che nel mondo digitale queste due dimensioni storicamente antitetiche finiscono per fondersi: la comunicazione indirizza verso canali immediati di vendita grazie a transazioni gratuite o pagamenti immediati di prodotti digitali; il marketing nel mondo digitale guadagna straordinarie occasioni per diffondere informazioni e creare relazioni attorno a un prodotto. Penso che David abbia colto solo parte della questione. Il digitale ha creato innumerevoli ponti tra i due mondi ma ha anche creato nuovi ambiti in cui gli obiettivi non possono essere definiti nè sotto le classiche categorie delle relazioni con i pubblici nè sotto quelle ancora più classiche del marketing.

Ad esempio diventa difficile applicare la teoria degli stakeholder in un contesto dove si verifica una costante generazione di nuovi pubblici. Perciò lungi dall’adattare le vecchie categorie bisogna crearne di nuove. Perché gli opinion leader del mondo digitale sono diversi, perché hanno tempi e modalità di relazione tra essi diversi, perché cambiano le tecniche di dialogo e di argomentazione con essi.

Per esempio tweets e likes hanno un valore diverso rispetto al lettorato di un quotidiano, rispetto al GRP della pubblicità o rispetto a un incremento dei prospect o degli acquirenti di un prodotto. Non vanno a sostituire parametri istituzionalizzati da decenni in altri ambiti (per quanto il livello di dati quantititati e di tracciabilità dell’online sia talmente profondo e accessibile da non avere paragoni ) ma sono alcuni degli elementi da monitorare per capire meglio il buzz della rete, la reputazione di un produttore di contenuti, la sensibilità a un certo tema, lo stile più apprezzato nelle varie modalità di produzione, e così via.

Prendiamo un brillante articolo di un quotidiano. Esso viene incluso nella classica rassegna stampa di decisori politici ed economici e letto nell’impaginazione originale da decine o centinaia di migliaia di persone. Al contempo viene postato su facebook, ripreso, apprezzato, commentato, risegnalato via tweet, citato e renviato. Il contenuto è il medesimo, le modalità di fruizione diverse. Lo stesso articolo che viene commentato nei corridoi di Montecitorio come nel bar di provincia da gruppi di conoscenti diventa oggetto di dibattito online e commenti per migliaia di persone che spesso non si conoscono di persona. E dunque non si può dare preminenza a un meccanismo piuttosto che a un altro ma le due modalità richiedono dimensioni di monitoraggio e di analisi diverse, indice di due approcci professionali diversi.

Ecco dunque il punto centrale e finale di questo post: sono già emerse nuove figure professionali figlie dei social media, abili a sfruttare raffinati strumenti di analisi quantitativa, elaborare e distribuire i contenuti sulle diverse piattaforme, sviluppare strategie di SEO e SEM, definire emettere in pratica strategie di comunicazione che fondono i diversi ambiti attraversati dalla rivoluzione dei media relazionali.

È tempo dunque di aggiungere una nuova figura accanto a quelle dell’esperto di relazioni con i media e i pubblici, dell’esperto di marketing, del pubblicitario e del comunicatore d’impresa. Una figura che gestisce professionalmente contenuti e relazioni sul web 2.0. In inglese potrei definirlo "social media content manager" ma mi auguro che i miei lettori aiutino a trovare una definizione in italiano più efficace.

domenica 24 aprile 2011

Accesso universale alla conoscenza


Lawrence Lessig è uno dei massimi studiosi mondiali del tema del diritto alla conoscenza.
In questa conferenza al CERN di Ginevra Lessig tocca temi di enorme rilevanza per gli indirizzi futuri del mondo digitale: le modalità di accesso alla conoscenza di livello accademico, la tutela della creatività diffusa resa possibile dai media digitali ("Age of Remix", come l'ha chiamata in un libro del 2008), la definizione di cosa può e cosa non deve essere protetto da copyright, il ruolo dei ricercatori e degli studiosi nel rompere le barriere all'accesso che finiscono per favorire editori o altri operatori profit anche a danno di chi fa pura ricerca.
Sono temi che appassionano più di un lettore di questo blog.

P.S.: Per seguire più agevolmente la conferenza si possono seguire i sottotitoli (sempre in inglese) qui

lunedì 18 aprile 2011

Web e bufale

Alcuni mesi fa condussi un colloquio di selezione per uno stage in Serbia. Al candidato chiesi cosa sapeva del paese balcanico. “Che ci sono problemi”, rispose. “Entri nel dettaglio”. “Che c’è stata la guerra tra Serbia e Albania”. “No”. “E invece sì”, lui, assertivo. Io, conciliante: “Andiamo con ordine. Vi è stata negli anni Novanta la dissoluzione della ex Jugoslavia e le conseguenti guerre in Croazia e Bosnia. Poi nel 1999...”. “La guerra tra Serbia e Albania”, mi interruppe lui. Cercai di spiegare i dettagli del conflitto in Kosovo: non una guerra tra Serbia e Albania ma un conflitto tra esercito serbo e milizie indipendentiste kosovare di etnia albanese cui seguirono a sostegno di questi ultimi i bombardamenti della NATO. Lui mi guardò quasi con disprezzo: “Non è così”. “Come non è così???”. “Abbiamo fonti diverse”. E lì sbottai: “Senta, io vivo a Belgrado, parlo serbo, ogni mattina traduco la stampa serba. E allora mi faccia vedere le sue fonti”. Andammo davanti a un computer e lui cercò senza esito su Yahoo Answers le fonti che confermavano le sue idee. Alla fine, tra il testardo, il provocatorio e l’ingenuo : “Ma se è come dice lei mi vuole spiegare perché i tifosi serbi a Genova bruciarono la bandiera albanese?”. Io: “Non le rispondo. Lo scopra lei”.

Quello che a distanza di mesi potrebbe essere ricordato come un aneddoto divertente e all’epoca mi provocò una incazzatura feroce introduce invero il tema della capacità di selezionare, riordinare e analizzare le fonti del sapere in un’epoca in cui l’eccesso di informazione, la costante produzione di nuove fonti e pseudo tali, la moltiplicazione dei media sociali richiedono nuovi strumenti e una nuova sensibilità nella ricerca e nel confronto dei contenuti.

Nel web, dove vi sono decine di sollecitazioni quotidiane a diffondere tramite un click fatti o fattoidi, gran parte delle persone opera senza alcuna altra competenza nell’analisi delle fonti che quella acquisita durante le ricerche scolastiche negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Una volta vi erano pochi depositari della conoscenza. Un qualsiasi tema poteva essere esaustivamente affrontato andando in una biblioteca pubblica e affiancando alla Enciclopedia Treccani o alla UTET qualche buon libro di riferimento sull’argomento. Oggi pure Wikipedia, al netto degli errori possibili e delle omissioni inevitabili, è un prodotto che non può esaurire la molteplicità delle pagine web che parlano di un dato argomento. Spesso vi è una necessità di risolvere in tempi brevissimi una necessità informativa e i tempi lunghi giorni o settimane di una ricerca vecchio stile sono un sogno antistress. E poi vi sono le opinioni personali. Un post di un blog può diventare una fonte per una tesi di laurea? Certo che sì, ma quando e sotto quali condizioni? L’idea di autorevolezza che ha il mondo accademico è ben distante da quella che ha il web.

Ecco dunque che l’urgenza presente del web non è quella di dare ulteriori informazioni ma soprattutto aggregatori e riordinatori.

Google non è tanto un motore di ricerca ma un sistema di riordino delle fonti sul web in base al prestigio che lo stesso web riconosce alle singole pagine in funzione dell’algoritmo del Pagerank. Netvibes non solo aggrega i tag e gli rss feed su un determinato argomento ma consente di ridurre enormemente i tempi di monitoraggio del web. Vedere in questa luce tali strumenti dischiude anche nuove modalità di utilizzo del web.

Ma quali sono i principi su cui può basarsi un’attività di riordino delle fonti e della conoscenza sul web?

Mi permetto di indicare quattro parametri:

  • · profondità, intesa come numerosità delle pagine rilevate
  • · ampiezza, intesa come molteplicità e diversità delle fonti monitorate
  • · rilevanza, intesa come importanza relativa rispetto allo scopo della ricerca
  • · prestigio, intesa come autorevolezza della fonte, sia l’autore che la testata web

In questo senso è evidente che anche uno strumento formidabile come Google è solo una parte della soluzione. Le pagine più linkate non sono per forza quelle con i contenuti più pregnanti mentre invece nel mondo accademico (cui Pagerank si ispira) spesso accade proprio così. Le migliaia di pagine che raggruppano motori di ricerca o reader rss feed restano su un’orizzonte piatto come il monitor: non si ha profondità e non si sa da quale pagina partire per una ricerca o una analisi. Un contenuto molto pregnante e prestigioso può affondare nelle pagine più remote di google a causa di una cattiva o nulla SEO.

In un quadro magmatico e cacofonico non sembra oggi emergere un parametro unico, semplificatorio e meccanico per valutare la qualità e l’affidabilità dei contenuti. Le metriche quantitative non dicono nulla perché un hoax può avere milioni di click, di like, di share o di tweet, sia perché chi vi ha cliccato non si poneva una questione di autorevolezza e veridicità sia perché poteva essere visto come un contenuto divertente e virabile. La differenza sostanziale sarà nella capacità dei singoli di reperire sul web e nel mondo tradizionale fonti comparabili e falsificabili (per citare Popper) capaci di avere maggiore forza persuasiva di altre concorrenti. In tal senso le comunità web mettono subito alla prova le fonti e ricordo al riguardo The Smocking Gun quando svelò il falso scoop di TMZ su John Fitzgerald Kennedy che si sollazzava al sole o il recente smascheramento della sceneggiata a Forum della falsa terremotata dell’Aquila.

In ogni caso resta la domanda: come si impara a trarre dal web contenuti pregnanti e affidabili? Ho provato a proporre quattro parametri, soprattutto con la speranza di non trovarmi altri potenziali stagisti che credono alla prima pagina web che leggono.

domenica 10 aprile 2011

Precari per sempre (?)

Come e quando definire qualcuno un precario se la sua diventa una condizione di massa? E cosa significa protestare contro la precarietà in una società precaria? Oltre all’indubbio successo di comunicazione non ho capito chi erano gli interlocutori delle manifestazioni di ieri e se esse erano di natura sindacale (vogliamo più soldi e più tutele per i nostri lavori) o di tipo politico.

Le organizzazioni sindacali classiche non riescono a far presa sulla molteplicità di un fenomeno che da poco iniziano a comprendere nelle sue dimensioni, i partiti politici italiani sono poco più che cordate di potere e sottopotere costruite attorno a un leader mediatico, il Parlamento è impegnato a legiferare per proteggere Berlusconi dalle sue stesse sconsideratezze: la solitudine in cui i giovani sono relegati che veniva ieri denunciata è l’altra faccia del vuoto di una società senza idee per il futuro.

A mio avviso la questione centrale è dunque quale forma di società e quali modalità di lavoro, soprattutto intellettuale, vogliamo nel nostro futuro.

Il 6 marzo scorso Paul Krugman si è chiesto si vi è ancora una relazione diretta tra titolo di studio e reddito. Si tratta appunto del sogno spezzato di tanta classe media anche italiana, che ha fatto sacrifici per mandare i figli all’università per poi vederli sottoccupati e dipendenti dall’aiuto familiare anche oltre i 30 anni. Krugman evidenzia che da circa un ventennio negli Stati Uniti diminuiscono i lavori a reddito medio e crescono significativamente le occupazioni a reddito basso o molto alto. Per semplificare si può dire che un computer riesce a sostituire le procedure routinarie d’ufficio ma non a fare da badante o il cardiochirurgo.

Mentre Daniel Indiviglio dalle colonne della rivista Atlantic ha argomentato sbrigativamente che l’università non è per tutti, che non vi è bisogno di laurearsi in criminologia per poi fare i poliziotti e che mentre si spendono soldi studiando si perdono tante profittevoli occasioni di lavoro e di reddito, argomentazioni riprese in Italia da Marina Valensise (con il tipico gusto Barnesiano per la semplificazione brutale che ha il gruppo de Il Foglio), la questione del riordino del sistema formativo dei paesi occidentali non può essere posta solo come un costo da ridurre per lo Stato e le famiglie. Krugman evidenzia dal canto suo che vi è il dramma collettivo della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori medi e bassi e aggiunge che bisogna garantire diritti universali come quello all’assistenza sanitaria.

Mi permetto di aggiungere che vi è anche un altro problema: l’eccesso di offerta di lavoratori della conoscenza rispetto a quanto richiede il mercato. La precarietà in certi settori è almeno in parte conseguenza di questo squilibrio. A questo dobbiamo aggiungere una scarsa consapevolezza da parte di tanti giovani che pur di entrare nei settori lavorativi cui aspirano son disposti ad accettare qualsiasi negazione dei diritti di base di ogni lavoratore. Si tratta di veri e propri lumpen-cognitari, giovani che si perdono nell’illusione che fare per benino il compitino assegnato consentirà loro di trovare un vero lavoro e con le loro scelte finiscono per azzerare la capacità negoziale e la dignità professionale di intere categorie, soprattutto nei territori estesi e dagli instabili confini della comunicazione.

D’altra parte non mi sembra che il conformismo con cui schiere di giovani hanno accettato stage a ripetizione a pochi o zero euro li abbia salvati dal precariato e da condizioni di vita che sono di povertà relativa (che sfocerebbe in povertà assoluta senza l’aiuto della famiglia). Ma il lumpen cognitario vede con supponente diffidenza le esperienze di autorganizzazione di quanti sono consapevoli della loro condizione lavorativa. E quando dopo qualche anno questi si accorge che non potrà mai andare oltre i 1000 euro mensili a termine vi sono già schiere di stagisti pronti e capaci a fare le sue mansioni praticamente gratis.

Ma allora che fare? Non si può di certo immaginare che decine di migliaia di giovani, spesso fortemente spoliticizzati, possano prendere coscienza tutti insieme e iniziare ad avanzare domani le loro giuste rivendicazioni. Dunque non è con una sindacalizzazione di massa che si affronta il problema.

Il problema a mio avviso può essere affrontato facendo passare in tutti gli strati sociali l’idea che la conoscenza è un bene comune come l’acqua o l’aria. E come bene comune ogni Stato e ogni organizzazione sovranazionale deve mettere in campo azioni e iniziative per proteggerla, accrescerla e distribuirla. Se la Unione Europea avesse voluto diventare “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010” come recitava nel 2000 la strategia di Lisbona avrebbe dovuto escludere dal computo del deficit degli Stati membri gli investimenti e le spese in ricerca, formazione ed educazione.

Così come Keynes ha dimostrato che il mercato da solo non raggiunge mai la piena occupazione, una società basata sulla conoscenza deve essere consapevole che il mercato non richiederà mai conoscenza nei settori e nelle quantità (per fortuna strabordanti) in cui essa viene oggi prodotta e per questo devono intervenire gli Stati e gli organismi sovranazionali per promuovere progetti e iniziative capaci di mettere a valore le intelligenze oggi precarie. In questo modo si drenerà la domanda in determinati settori incrementando il potere negoziale di chi è più qualificato: laureate in archeologia o filologia classica potranno finalmente sviluppare progetti di ricerca consoni ai loro studi e non donarsi alle agenzie di comunicazione in stage gratuiti senza futuro.

Se nei tempi passati l’istruzione significava promozione dei cittadini i quali al contempo investivano su se stessi e sulla propria capacità di generare reddito, oggi il livello di conoscenza diffusa è il valore latente di ogni ricchezza che può generare una società.

Si può lasciare decidere il futuro di questo valore ai calcoli di un commercialista di Sondrio?

venerdì 1 aprile 2011

Visualizzazioni

Non è la prima volta ma se proprio ci tenete a seguire il mio blog devo ripeterlo: con Explorer i testi non si vedono ma con Firefox, Chrome, Safari, Opera e via visualizzando .

giovedì 31 marzo 2011

Opinione pubblica e media sociali


Come si determina l’opinione pubblica nell’epoca dei media sociali?

Sappiamo dai fondamentali studi di Habermas l’importanza che hanno avuto i quotidiani nella creazione e nella definizione degli ambiti della “sfera pubblica” e come il filosofo epigono della scuola di Francoforte critichi le distorsioni prodotte da mass media, public relations e consumismo.

L’opinione meditata, scritta, argomentata con una sua logica che può essere smentita o smontata sulla base di principi condivisi da chi partecipa alla discussione è un modello ideale, che in realtà non è mai esistito. Anzi, spesso i quotidiani sono serviti per infiammare gli animi e inculcarvi principi irrazionali, violenti e contrari ai diritti basilari delle persone. Non è un caso d’altronde che un giornalista ha tenuto in pugno per un ventennio l’Italia e che gli strumenti di propaganda attraverso un uso efficace dei mass media siano stati messi in atto da Goebbels. Già all’epoca però si stava passando da un’adesione frutto di ragionamento a un’adesione come scelta alogica dettata da immagini, miti, riti, simbologie. Il meccanismo mentale che c’è dietro le immagini di Hitler e quelle Obama e Berlusconi non è molto differente: l’immagine carismatica del leader determina di per sè l’adesione a quel che dirà. La scelta politica è dunque più simile al ribollente tifo calcistico che a un gelido discorso cartesiano.

I social media hanno introdotto meccanismi in parte nuovi: poca argomentazione, molte immagini, testi scarni, scarso coinvolgimento. Le campagne di opinione che si sviluppano su internet sono spesso sostenute da argomentazioni chiare ma brevi e dunque poco approfondite. La veicolazione di video e foto riveste un’importanza fondamentale. I testi sono brevi come impongono i mezzi (pensiamo a Twitter). Il coinvolgimento è spesso virtuale, come nelle campagne di Avaaz. Eppure anche questa è opinione pubblica e sempre più i giovani (e non) commentano quella campagna su facebook piuttosto che ragionare sull’editoriale del New York Times.

Le campagne d’opinione su internet hanno bisogno di mobilitare l’emotività delle persone nei pochi secondi di attenzione su cui possono contare. Un video o una foto sono spesso la base. Poi seguono testi, appelli, richieste di share. In alcuni casi queste campagne diventano azione concreta ma il più delle volte si rimane a una forma di sostegno virtuale o, meglio, digitale.

In ogni caso siamo di fronte a una nuova modalità di elaborazione del discorso pubblico con cui non in futuro ma già oggi bisogna confrontarsi, per capirla e anche per evitare di far sommergere il proprio senso critico da iniziative rapsodiche, spinte emotive, interpretazioni non verificate.

Dopo l’opinione pubblica raziocinante di Habermas e le simbologie acritiche dei mass media potremmo trovarci circondati da distorsioni diffuse da qualche click dato distrattamente.