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lunedì 9 settembre 2013

Il paradosso della privacy




Bei tempi quando i paparazzi assediavano i vip e Walter Chiari prendeva a pugni Tazio Secchiaroli. Era la Dolce Vita, la gente qualunque poteva ancora sognare di diventare famosa con la televisione e nel frattempo difendere la propria privacy. Dopotutto chi era interessato a te, tranne i parenti stretti e gli amici, se non eri famoso né tampoco ricco?
Oggi invece la vita in Italia è per tanti alquanto amarognola e si è arrivati a un paradosso: oggi per il sistema informativo globale sono più interessanti i dati delle persone comuni che le foto rubate dei personaggi celebri.
Questi ultimi oramai (dalle star globali come Rihanna, con quasi 32 milioni di follower su Twitter, all’attore di fiction di Raiuno) utilizzano i media sociali per raccontare il loro privato direttamente ai loro fan e in questa maniera finiscono per depotenziare l’invadenza e il potere di ricatto dei paparazzi. Cosa ce ne facciamo di un topless rubato dopo settimane di appostamenti se quell’attrice appena lo saprà deciderà di postare su Twitter una foto ancora più intrigante? Così come negli uffici stampa tradizionali regge oramai poco il concetto di “embargo”, anche nella gestione di un personaggio famoso i media sociali consentono di gestire in autonomia il flusso di informazioni e di diventare le vere agenzie di stampa in tempo reale della celebrità, la quale è ben consapevole che per alimentare il flusso di informazioni deve aggiornare i fan con costanza e su tutto, comprese le passeggiate e gli incontri privati. Immaginiamo una star a cena fuori con il suo nuovo partner. Lei nota che alcuni paparazzi aspettano avidi che escano per ritrarli assieme. E cosa fa la star? Semplicemente prende il suo smartphone e posta su Twitter le foto di loro due a cena. Di fronte a tale perfidia multimediale cosa può fare il tapino paparazzo, pur armato di supermacchina fotografica digitale? Potrà anche continuare ad aspettarli ma sarà stato bruciato in termini di rapidità e di autenticità delle foto e così il giorno dopo quotidiani e siti di gossip preferiranno la foto postata direttamente dalla star.
A parte il caso dei paparazzi, un media relator oggi lavora molto di più sugli account sociali del personaggio pubblico (siano essi cantanti, attori o anche politici) che con i rapporti con i media tradizionali. La comunicazione lavora su un doppio canale: uno direttamente presidiato dal personaggio, che non può essere equiparato al vecchio ufficio stampa per una radicale differenza in merito ai tempi e alle tipologie di contenuti e di relazioni, l’altro frutto delle mediazioni con i media di massa e con i media sociali curati da terzi. In generale il personaggio pubblico finisce per costruire un’immagine pubblica e una privacy a uso e consumo del suo “essere social” che gli consente di depotenziare l’invasività di chi per mestiere prova a violarne la privacy.  
Eppure vi è una privacy più profonda e recondità, patrimonio di tutti, e che anche il personaggio pubblico vuole tutelare, violata quotidianamente da noi stessi. Si tratta della privacy ricostruita attraverso le interazioni del “corpo digitale”, il quale, come ho detto precedentemente, produce migliaia di informazioni al mese che finiscono per essere riversate in archivi digitali distribuiti. Per molti vip i social media rappresentano uno scudo per la loro riservatezza mentre per le persone comuni essi sono spesso solo uno strumento di sfruttamento del loro corpo digitale
Tutte quelle informazioni su persone qualunque, che al paparazzo romano della Dolce Vita “nu gne potevano fregà de meno”, oggi diventano una nuova miniera di ricchezza, che cumulate valgono di più di un video erotico, oramai banale, di Paris Hilton o una vecchia foto di qualche avventuretta dell’avvocato Agnelli (il cui valore era definito da quanto l’ufficio stampa Fiat decideva di offrire per toglierle dalla circolazione).
La banalità delle vite di milioni di individui, aggregata e analizzata da software come Hadoop e MapReduce, finisce per valere più dei singoli momenti esaltanti o imbarazzanti di tante celebrità. Ecco dunque spiegato il paradosso: le persone comuni, grazie alla possibilità di estrarre da esse petabyte di informazioni, anche estremamente private, producono collettivamente più valore monetizzabile di quanto ne possa produrre qualsiasi paparazzata di qualche celebrità e quindi violare la privacy di centinaia di milioni di persone è diventato più conveniente e utile (e in un certo senso facile) che violare la privacy di poche celebrità privilegiate.
In questo scenario non è difficile immaginare un mondo in cui la riservatezza sarà esclusiva di una classe relativamente piccola di privilegiati globali, capaci, per influenza e ricchezza, di vivere in un anonimato digitale.

domenica 23 giugno 2013

Chi guadagna dal mio “essere social”?



“Bisogna essere assolutamente moderni”, scrive Arthur Rimbaud nel 1873. “Bisogna essere assolutamente social”, dicono in tanti nel 2013, giusto 140 anni dopo. Ma che cosa implica “essere social”?
Nel 1979 Jean François Lyotard teorizzò, in un librettodestinato a grande fama, l’avvento dell’età post-moderna, la cui caratteristica principale era la fine delle “grandi narrazioni”, politiche, religiose, nazionali. Da allora il prefisso post è stato messo un po’ a tutto: fino a teorizzare i post-italiani e la post-nazione, di cui l’Italia attuale è (sarebbe, per gli ottimisti) un paradigmatico esempio.
Se risulta innegabile che le grandi narrrazioni politiche che hanno alimentato le opzioni sociali per gran parte del Novecento sono oggi affievolite o marginali (illuminismo, comunismo-socialismo, liberalismo), è pur vero che gli ultimi trent’anni la grande narrazione del mercato nella sua accezione neoliberista ha dominato e condizionato la scena politica e sociale. Sbagliava dunque Lyotard a ritenere che non sarebbero emerse altre idee totalizzanti, capaci di imporsi per alcuni addirittura come verità incontrovertibili. Quante persone, ad esempio, hanno rinunciato alle loro inclinazioni umanistiche e si sono adattate a crearsi una professione che rispondesse alle esigenze del mercato? Quanto la propaganda neoliberista veicolata dai mass media ha imposto certe logiche e certe retoriche ad organizzazioni come ad interi stati? Non è questa una grande manipolazione dei bisogni e delle aspirazioni simile a quella che impongono i regimi totalitari? Ancora oggi “il mercato” o “i mercati finanziari” sono usati per far accettare decisioni anche arbitrarie prese da chi queste entità, rappresentate quasi come ipostasi apofantiche, le muove in funzione dei propri interessi.
Oggi la nuova grande narrazione si chiama “social”. Siamo spinti a essere presenti sui media sociali e a interagirvi, a creare contenuti, a relazionarci con innumerevoli soggetti, il tutto per giustificare, confermare, rafforzare la nostra presenza, ovvero la nostra esistenza “social”. Come dice David Meerman Scott “on the web you are what you publish” e aggiunge: “if you publish nothing you are nothing”. Se produci contenuti interessanti creerai attorno a te interesse, reputazione e forse anche possibilità di sfruttare commercialmente tutto questo. Ma le modalità che i singoli hanno di estrarre valore dalla loro identità e dai loro comportamenti digitali sono infinitesime rispetto a quanto ottengono da essi le grandi piattaforme di comunicazione come Google, Facebook e tutti i media sociali. Per essi, questo “essere social” produce valore, anche monetario, poiché viene incanalato nei meccanismi di analisi dei Big Data. Il “valore social” di un fatto, di un contenuto, di una relazione finisce per essere pari alla possibilità di immetterlo nei processi di estrazione del valore, di metterlo in connessione con altri dati e di rendere questi dati immediatamente utilizzabili per azioni commerciali o politiche o di qualsiasi altro genere purché trovino un acquirente.
Le piattaforme social sono oggi lo strumento di sfruttamento biocapitalistico della naturale tendenza sociale delle persone. In realtà, non basta che Facebook prometta di essere per sempre gratuito: tutti i media sociali dovrebbero pagare gli utenti per ogni contenuto postato, sia pure pochi centesimi di dollaro, come fa Google AdSense.
Questa spinta a “essere social” è la grande narrazione dei nostri giorni e come ogni grande narrazione finisce per condizionare le scelte e le vite di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ci sono ambiti professionali in cui non si può scomparire dal proprio “mondo social” per più di qualche settimana se non si vuole rischiare di scomparire nella visibilità e quindi nella possibilità di essere ingaggiati come esperti.

L’ “essere social” è dunque la socialità attraverso i media sociali e il web, con regole sue proprie e non confondibile con la socievolezza personale: un timidone può essere un social influencer nel mondo digitale.  
Soprattutto l’ “essere social” ha la caratteristica di essere monetizzabile, anche quando il messaggio postato sul media sociale sembra il più intimo e soggettivo possibile.
Prendiamo il caso di due amiche che si incontrano, staccano i cellulari e parlano fittamente di scelte legate alle loro esistenze. Esse producono molto meno “valore social” di due conoscenti che su facebook sviluppano un thread di politica anche fatto di insulti. Dalla secoda situazione si traggono dati utili a tracciare una tendenza e quindi a produrre analisi e dinamiche di comportamento elettorale. Nel primo caso il contenuto, essendo non tracciato, non ha “valore social” eppure può rappresentare un momento essenziale nel rapporto tra due persone.
Dunque, così come milioni di persone in tutto il mondo nei decenni passati sono stati spinti a applicare alle loro scelte e ai loro comportamenti una logica di “mercato”, oggi milioni di persone sono spinte a ragionare in termini “social”. È un bene o un male? Non esiste una risposta univoca. Che il mercato abbia aiutato milioni di persone ad uscire dalla povertà è un fatto come lo sono anche le condizioni di sfruttamento in cui ancora vivono tante altre decine di milioni di persone a causa delle “logiche di mercato”. Quando interagiamo in termini “social” dobbiamo essere consapevoli che stiamo producendo e regalando valore a chi utilizzerà quelle interazioni. Finquando riterremo che il vantaggio che ne otteniamo è maggiore di quanto regaliamo nessuno porrà dubbi. Il fatto divertente è che quasi nessuno di noi conosce il controvalore del nostro "essere social" e veniamo costantemente persuasi che “essere social” sia un valore di per sè. Pensate, per parallelo, a come le tematiche relative alla privacy abbiano perso vigore e urgenza all’interno del dibattito pubblico mentre al contempo i sistemi di tracciamento delle nostre vite diventavano sempre più raffinati. Il sistema Prism scava nelle vitedigitali degli europei, cosa vietata negli USA: avete sentito il Garante della Privacy o il Governo italiano inoltrare una pesante protesta all’amministrazione Obama? Non solo perché ci troviamo, noi itaiani, in una posizione di minorità economica  politica, ma anche perché i cosiddetti “nativi digitali” under 30 sono in genere poco sensibili verso la tematica.
Ecco, torniamo al punto di partenza: la persuasione diffusa è che “bisogna essere assolutamente social” ma siamo sicuri di sapere cosa rischiamo di perdere attraveso il nostro ”essere social”?

mercoledì 6 marzo 2013

Adotta anche tu un comunicatore del PD!!


  
Si potrebbe cadere nello psicologismo d'accatto per cercare di spiegare perché una trentina di militanti PD accettano di urlare "lo smacchiamo, lo smacchiamo", guidati nello scimmiottamento dell'haka dalla cattiva copia del rapper G Max dei Flaminio Maphia, però la soluzione più decorosa per il partito di Bersani è quella di negare di avere dei militanti tanto condizionati dalle gloriose parole d'ordine del Segretario da comportarsi come vengono dipinti gli odiati grillini.
Per negare ogni coinvolgimento nell'imbarazzante siparietto che Youtube ha eternato offro a Bersani (per mera pietà umana non come consulenza, sia chiaro)  una serie di spiegazioni cui possono attingere i suoi bravissimi consulenti di comunicazione:

a) in realtà son tutti condomini di quel palazzo e si preparavamo con la feroce danza haka a una epica quanto efferata assemblea condominiale

b) sono grillini travestiti da piddini e quello che sembra G Max in realtà è Casaleggio dopo la tinta e la stiratura dei boccoli in uno dei suoi molteplici travestimenti manipolatori

c) quella al centro è la Gelmini senza plastica e gli altri sono figuranti di Amici pagati dal Banana

d) "lo smacchiamo" non si riferiva all'insulso tormentone bersaniano ma al telo prendisole lasciato sul terrazzo a sporcarsi e usato dai vari condomini quando è estate

e) il video è effettivamente del PD ma lo ha commissionato Renzi, lo dimostra l'uso di "We will rock you" dei Queen mentre a Bersani, è risaputo, piace Nilla Pizzi

f) si tratta evidentemente di un fake: a un video di un gruppo di persone che fa esercizii in pausa pranzo sul terrazzo hanno sovrapposto quel ridicolo coro seguito dalla musica dei Queen e le immagini del Pierluigi per denigrare i grandi esperti di comunicazione del partito

Ecco, ce l'abbiamo messa tutta, abbiamo spremuto la nostra limitatà creatività e qualche argomentazione potrebbe forse pure risultare convincente per qualche giornalista de L'Unità o di Europa con il cervello in libera uscita, solo che in ultima fila in fondo a sinistra si vede bene Stefano di Traglia, portavoce ufficiale di Bersani...
E allora ditelo che volete farvi del male, signori del PD!
Vi è un'ultima possibilità: colleghi comunicatori, lanciamo una campagna "adotta un comunicatore del PD" e mettiamoli a fare gli assistenti dei nostri stagisti. Con rimborso spesa, sia chiaro. 

mercoledì 20 febbraio 2013

I comunicatori dell'immediato, gli schiavi dell'istante




Al professionista di marketing, di comunicazione, di pr non si chiede più solo (tra le tante altre cose) di essere competente sugli strumenti e sugli obiettivi, di sapere trasferire un sapere reale e oggettivo al cliente, di essere capace di raggiungere risultati quantificabili. I media sociali hanno imposto un’ulteriore torsione alle vite stesse dei professionisti di questi ambiti: l’obbligo costante a essere vigili senza requie, a monitorare ogni occasione per garantire visibilità a se stessi o alla propria azienda nella conversazione globale, a intervenire con spunti non banali per destare l’attenzione,l’interesse, la stima di tutti gli altri soggetti che interagiscono sul web.  
Come David Meerman Scott evidenzia in questo post il focus non è più solo sulla campagna e sui risultati da raggiungere ma sullo sviluppo di un “mindset”, di una forma mentis diremo noi latini, che richiede attenzione e reattività costanti, capaci di cogliere tatticamente le opportunità che possono crearsi o di individuare per tempo i focolai di potenziali crisi di immagine o di vendite grazie a un monitoraggio continuo dell’ambiente di mercato e comunicazionale in cui si opera.
La conoscenza è diventata sempre più una commodity  (o almeno tende ad essere tale, ed è giusto che sia così) e non esistono quasi più ambiti di sapere recintati. Nessuno è depositario di competenze esclusive. Un esperto bravo non disponibile oggi può essere rapidamente sostituito da un altro contattato attraverso una ricerca su google: quel punto della rete che occupi tu può essere facilmente preso da qualcun altro, come i neuroni morti vengono sostituiti da altri, più o meno vicini, capaci di esplicare le stesse funzioni.
A due dimensioni tipiche della competenza, ovvero la profondità e l’ampiezza, si va ad aggiungere la tempestività, che non è solo pronta risposta a sollecitazioni varie ma implica dare continuità alla propria presenza digitale in maniera pregnante.   
In termini di impatto sui tempi e la qualità della vita siamo ben oltre la tradizionale colonizzazione della vita privata. Oltrepassare i tradizionali orari di lavoro o essere reperibili quasi h24 erano già caratteristiche, spesso lautamente retribuite, di alcune storiche categorie professionali come medici o avvocati. Ora non si tratta tanto di mandare l’ultimo tweet dal letto, il più tardi possibile, ma di sviluppare un di più di attenzione attiva che porta ad analizzare i flussi di comunicazione provando sempre a cogliere da essi uno spunto innovativo, al minimo per alimentare la propria visibilità digitale fino a cogliere un’opportunità o sviluppare intuizioni sfuggite ad altri.
Non a caso all’inizio parlavo di torsione esistenziale: chi sceglie di lavorare negli ambiti del marketing, delle pr e della comunicazione sceglie oggi una professione totalizzante, in cui il carico di coinvolgimento emotivo, di passione, di entusiasmo deve essere tale da non far nemmeno sentire come lavoro quello che è un impegno senza soluzione di continuità.
In una fase di atomizzazione professionale, in cui contiamo se riusciamo a dare un qualche contributo a una conversazione globale che comunque ci trascende, i veri privilegiati saranno coloro che potranno permettersi tempi medio lunghi di riflessione e di  risposta. Tutti gli altri professionisti saranno costretti a essere schiavi della comunicazione istantanea, dell’istante sempre rincorso.