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venerdì 5 aprile 2013

Minisaggio a puntate. Grillo e la crisi italiana. Parte 2: rete, gerarchia, organizzazione






Molto si è polemizzato sull’utilizzo tradizionale e broadcast che Grillo e Casaleggio farebbero del blog. Ragionamento opinabile, se non distorto dalla malafede. Il titolare del blog non risponde ai commenti promossi dai suoi post, indi non crea la conversazione, non si apre “alla diversità e al confronto”, quindi è ununiverso chiuso, autoreferenziale, “centripeto e partigiano”. Ovvio quindi il sillogismo: il MoVimento 5 Stelle non dà spazio alle critiche, è autoritario, in definitiva è antidemocratico. Fine della storia: incaselliamo Grillo con Orban e Marine Le Pen (che rimastica il timore antieuropeo nell’interpretazione di Hollande ai fini di polemica interna e lancia inviti che cadono nel vuoto della sua incomprensione del fenomeno 5 Stelle) e non se ne parli più.
Forse però le cose non sono così semplici. Il blog di Grillo è una piattaforma sociale che ha connesso finora centinaia di migliaia di vite. Un luogo virtuale dove si scatenano di continuo decine di discussioni molto concrete che vanno, per toni e concetti, dal raffinato al greve. I commenti possono essere votati e acquisire maggiore visibilità. Queste discussioni e i relativi commenti finiscono per “esondare” su altre piattafome sociali come Facebook e Twitter, suscitando interesse e polemiche, consenso e insofferenze. Tutti questi moti browniani di pensiero scatenati dal blog hanno il carattere tipicamente anomico e acefalo di una rete senza snodi. Producono consenso o polemica ma senza un ordine, una gerarchia di impatto o una prevedbilità dimostrabile, come quella che appunto della diffusione di un virus. Questo movimento acefalo si è verificato anche nelle rivolte arabe, quando hanno si sono creati sul web infiniti focolai reali o virtuali di protesta contro i regimi, facendo emergere come sentire comune pensieri e idee fino a poco prima censurate dai media tradizionali, controllati dai vari rais. Ma le rivolte libertarie non sono diventate rivoluzioni libertarie  proprio perché la natura acefala di internet non ha fatto emergere leader capaci di introdurre i principi di internet negli assetti giuridici che regolavano questi stati. Inevitabile è stata dunque la presa del potere da parte degli islamisti che avevano invece una struttura, rigorosamente gerarchica, capace di inserirsi nel vuoto di potere e legittimazione creato dalla rivolta diffusa da internet.
La contraddizione organizzativa del M5S sta propria nella gestione di una piattaforma sociale libertaria tuttavia controllata dai due fondatori Grillo e Casaleggio (il quale ha paragonato il controllo sui media italiani di massa di Berlusconi a Matrix).  La gerarchia non sta nella piattaforma sociale, ma sta dietro o sopra di essa, in chi la rende possibile. L’ipocrisia o l’ingenuità di chi accusa i due di non essere democratici sta proprio nel non rendersi conto che ogni rete, ovvero ogni sistema non gerarchico, ha almeno un livello di gerarchia in chi rende la stessa rete possibile. Mentre dentro la rete le gerarchie non esistono e possono verificarsi semmai degli snodi temporanei di consenso, il potere gerarchico di chi fa sussistere la rete è assoluto. È la gerarchia semi totale sul web che ha Google, è quella totale che hanno sulle loro piattaforme i dirigenti di Facebook e Twitter, è la gerarchia fondante dell’energia elettrica sull’internet stesso.
Penso che Casaleggio sia in grosse ambasce per questo, e non per qualche transfuga messo in conto già durante i comizi in campagna elettorale. Come gestire la rete che è stata creata senza produrre dei meccanismi di controllo gerarchico interni ad essa? Come evitare che la produzione e la diffusione virale di certi memi  non abbia effetti devastanti sui principi stessi del Movimento? Banalmente: come controllare i commenti e i dibattiti cercando un equilibrio tra rispetto dei principi di base (tra cui la libertà di opinione) e tutela degli indirizzi programmatici? Come promuovere l’intelligenza collettiva evitando che essa diventi coglionaggine di massa?  Per restare al tema di questi giorni: come essere capaci di pensare “out of the box” per la Presidenza della Repubblica senza finire per fare proposte di "outsider" fuori dai giochi che condannerebbero il M5S all’irrilevanza?
La rete per sua natura non si autoregola. Questa idea della rete come un territorio per sua natura libero da condizionamenti fa (quasi) il paio con l’esaltazione acritica del libero mercato che si autoregola fatta dagli iperliberisti. Se la rete non si autoregola per evitare il caos o l’insensatezza che ne deriva bisogna perciò accettare delle gerarchie che vengono applicate ad essa o a porzioni di essa, che possono chiamarsi Google, Facebook, Reddit (folksonomies), o Casaleggio e Grillo.
Se si comprende l’idea estrema di Casaleggio di superamento di tutte le forme di intermediazione all’interno della rete, allora diventano comprensibili e giustificate le espulsioni di chi intendeva creare delle strutture territoriali intermedie o di chi voleva utilizzare i media tradizionali per crearsi un ruolo che oltrepassasse quello del proprio ambito territoriale.
Fino a che punto, pur di far funzionare e rendere pregnante la rete che ha promosso, devi tradire o mettere tra parentesi i principi che propugni? Non sono giorni facili per Grillo e Casaleggio, e non per le gaffes di un Crimi qualsiasi.

mercoledì 20 marzo 2013

Minisaggio a puntate: Grillo e la crisi italiana. Parte 1: democrazia e internet




Chi si attarda a tentare di inquadrare il MoVimento 5 Stelle in uno schema di destra o di sinistra, chi discute su se sia stato internet o la televisione a produrre il maggior numero di voti, chi cerca un parallelo politico nelle esperienze estere o di altre epoche (ne elenco alcune: qualunquismo, poujadismo, peronismo, personaggi come Viktor Orban, Nigel Farage, Pym Fortuyn, eccetera) semplicemente non ha capito nulla non solo del MoVimento, ma soprattutto non ha capito che il cambiamento intende impattare non solo sul sistema politico ma sull’assetto sociale complessivo del paese Italia e sulle ideologie dominanti, intese come retoriche che legittimano comportamenti e assetti di potere. 

Democrazia, rete, rappresentanza
Nel 1995 la rivista Time pubblicò una copertina dell’edizione internazionale con un ritratto di George Washington con due auricolari: wired democracy, recitava il titolo. Wired come connessa, ma anche come recintata: processi decisionali basati sull’informatica che possono escludere più che includere. La rivista già parlava di un “populismo elettronico” , che, in polemica opposizione alla distanza tra eletti e cittadini, spingeva  i politici a prendere in considerazione ogni sondaggio, ogni telefonata o fax, ogni iniziativa promossa da talk show televisivi o radiofonici, con il rischio di creare un corto circuito tra media e democrazia rappresentativa. Che ne è del processo decisionale esperto se esso si fa condizionare da umori e passioni che non trovano un momento di elaborazione e confronto con visioni opposte? Dunque l’ambivalenza dei media e di internet in rapporto alle forme di partecipazione popolare non è cosa nuova a chi se ne occupa.  
All’ambiguità dei media e ancor di più di internet si aggiunge anche l’ambiguità del concetto di democrazia, parola che sembra inequivoca, bella e lucente, usata, quasi sempre a sproposito e sulla base di un equivoco, per rendere inattaccabile ogni frase in cui la si cita o la si celebra.  
Ma cosa si intende quando si parla di democrazia? Si crede comunemente che tale concetto sia nato nella Grecia classica ma si tratta di una mera assonanza fonetica. Democrazia era un termine usato spregiativamente dai nobili per indicare letteralmente “lo strapotere brutale del popolo” e Tucidide fa dire a Pericle che “La parola che utiliziamo per definire l’organizzazione del potere cittadino è democrazia per il fatto che essa, nell’amministrazione, si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”. E la maggioranza che aveva diritto di partecipare alle assemblee dell’agorà era costituita in effetti da una minoranza, composta solo dai maschi adulti che possedevano abbastanza risorse per pagarsi l’attrezzatura militare. Lo stesso Tucidide afferma che ad Atene non c’era la tanto vituperata democrazia (strapotere del popolo) ma un principato, inteso come governo di un protos aner, lo stesso Pericle, appunto. (Cfr. Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia).
Da queste ambiguità duplici e tra esse intrecciate discendono oggi tutte le idee e le false metafore che parlano di internet come la nuova “agorà”, meglio come di un’agorà digitale”. Siamo costantemente vittime di giustapposizioni logiche che quando riescono a diventare metafore finiscono per confonderci e per spingerci a non interpretare i fenomeni “iuxta propria principia”. La democrazia moderna è un’agorà greca oppure è un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, come la storica definizione di Lincoln? Quali aspetti della democrazia modernamente intesi vengono toccati da internet? Per arrivare al tema del momento: l’uso che Grillo fa della rete è davvero “democratico”?
Tra le tante declinazioni moderne della democrazia ce ne sono due che approfondirò: democrazia come diritto d’accesso (a informare, informarsi  ed essere informati) e democrazia come “governo in pubblico”.
Vediamo il primo caso. Checché ne scriva Serena Danna, il blog di Beppe Grillo è stato in questi anni il principale luogo di informazione su fatti e iniziative spesso volutamente ignorati dai media mainstream in Italia. Una serie di tematiche che il sistema dei media rifuggiva, minimizzava o censurava ha trovato spazio sul blog di Grillo. Ricordo a memoria il dramma di Federico Aldovrandi, i danni causati dagli inceneritori e dai ripetitori, il movimento No Tav. Il blog ha offerto la possibilità a tanti cittadini di dire la propria tramite un commento quando questo costume era ritenuto eretico dai principali quotidiani online. Inoltre ha consentito lo sviluppo di dibattiti tra i partecipanti attraverso i lunghi thread che si sviluppavano, ha creato degli opinion leader (alcuni di essi oggi in parlamento) che partecipavano più costantemente e con maggiore acume e preparazione alle discussioni. In questo senso sbaglia la Danna a parlare di un utilizzo vecchio del blog. Il web sociale non è dato dall’uso di piattaforme banalmente intese come social quali  Twitter o Facebook ma dalla logica di utilizzo del media stesso. Se utilizzi un blog per aggreggare sei più “2.0” di un’azienda che sulla sua pagina facebook spara aggiornamenti in una logica meramente broadcast.  Se non è sociale un blog che riesce ad aggregare persone in migliaia di incontri reali sul territorio e finisce per essere votato da 8,7 milioni di italiani non so cosa possa esseredefinito “social”.  
Ecco quindi che il blog di Grillo  (che si definisce, non a caso,  “il primo magazine solo in rete”) ha creato una zona franca di discussione che oltrepassava l’agenda setting dei media predominanti. La diffidenza se non il disprezzo verso i media tradizionali non è stata dunque una strategia elettorale ma nasce da scelte editoriali e da una critica di fondo ai media tradizionali elaborata su numerosi episodi di censura o di distorsione dei fatti denunciati per anni da Grillo.

Il secondo elemento democratico è quello del “governo in pubblico”. In questo senso il blog di Grillo si inserisce in una corrente molto più ampia che ha avuto il suo apice in Wikileaks. I rimborsi elettorali sono quasi folclore rispetto all’idea di portare le telecamere dei cellulari dentro le Camere e dentro le Commissioni parlamentari. In questo vi è una radicalità che trovo difficile non definire democratica, nel senso appunto di una costante scrutinabilità del potere da parte del cittadino informato.
Quindi una rete intesa come strumento di governo in pubblico, questo sì considerato dai grillini come un elemento di rottura rispetto all’opacità che caratterizza i processi decisionali italiani. Ovvio che questo principio, praticato da sprovvedute come Gessica Rostellato, porta a situazione patetiche e ridicole. Facile prevedere che ve ne saranno altre: la profondità di comprensione delle dinamiche della rete tra i promotori del Movimento e alcuni eletti in Parlamento è abissale. 
Questo ci porta a ragionare nel prossimo post sul modello di governo della rete. Se non vi è un centro e la rete è per sua natura acefala, la leadership non è in un punto della rete (dove al massimo ci può essere un'aggregazione di attenzione e di reputazione), ma dietro o sopra di essa, ovvero in chi crea le condizioni e l'architettura logica e ideologica della rete.

mercoledì 6 marzo 2013

Adotta anche tu un comunicatore del PD!!


  
Si potrebbe cadere nello psicologismo d'accatto per cercare di spiegare perché una trentina di militanti PD accettano di urlare "lo smacchiamo, lo smacchiamo", guidati nello scimmiottamento dell'haka dalla cattiva copia del rapper G Max dei Flaminio Maphia, però la soluzione più decorosa per il partito di Bersani è quella di negare di avere dei militanti tanto condizionati dalle gloriose parole d'ordine del Segretario da comportarsi come vengono dipinti gli odiati grillini.
Per negare ogni coinvolgimento nell'imbarazzante siparietto che Youtube ha eternato offro a Bersani (per mera pietà umana non come consulenza, sia chiaro)  una serie di spiegazioni cui possono attingere i suoi bravissimi consulenti di comunicazione:

a) in realtà son tutti condomini di quel palazzo e si preparavamo con la feroce danza haka a una epica quanto efferata assemblea condominiale

b) sono grillini travestiti da piddini e quello che sembra G Max in realtà è Casaleggio dopo la tinta e la stiratura dei boccoli in uno dei suoi molteplici travestimenti manipolatori

c) quella al centro è la Gelmini senza plastica e gli altri sono figuranti di Amici pagati dal Banana

d) "lo smacchiamo" non si riferiva all'insulso tormentone bersaniano ma al telo prendisole lasciato sul terrazzo a sporcarsi e usato dai vari condomini quando è estate

e) il video è effettivamente del PD ma lo ha commissionato Renzi, lo dimostra l'uso di "We will rock you" dei Queen mentre a Bersani, è risaputo, piace Nilla Pizzi

f) si tratta evidentemente di un fake: a un video di un gruppo di persone che fa esercizii in pausa pranzo sul terrazzo hanno sovrapposto quel ridicolo coro seguito dalla musica dei Queen e le immagini del Pierluigi per denigrare i grandi esperti di comunicazione del partito

Ecco, ce l'abbiamo messa tutta, abbiamo spremuto la nostra limitatà creatività e qualche argomentazione potrebbe forse pure risultare convincente per qualche giornalista de L'Unità o di Europa con il cervello in libera uscita, solo che in ultima fila in fondo a sinistra si vede bene Stefano di Traglia, portavoce ufficiale di Bersani...
E allora ditelo che volete farvi del male, signori del PD!
Vi è un'ultima possibilità: colleghi comunicatori, lanciamo una campagna "adotta un comunicatore del PD" e mettiamoli a fare gli assistenti dei nostri stagisti. Con rimborso spesa, sia chiaro. 

sabato 23 febbraio 2013

Nè Illusi nè ingenui

Giusto per chiarire a tutti come vedo queste elezioni pubblico anche sul blog l'appello "Né illusi nè ingenui", di cui trovate qui il gruppo su Facebook

Né illusi né ingenui

Le elezioni del prossimo 24 febbraio sono state enfaticamente presentate come le più importanti dal 1948, un’afffermazione che fa il paio con la classica promessa secondo la quale da trent’anni si dice che ogni legislatura sarà finalmente costituente.
La verità è che appunto da almeno trent’anni la politica non riesce a cogliere e a dare una risposte concrete e conseguenti alle trasformazioni della società italiana come del contesto economico internazionale. Le domande e le attese che emergono vengono frustrate e deluse, sia che vengano avanzate da comuni cittadini sia che arrivino dai vertici dello Stato: l’incapacità di approvare una nuova legge elettorale al posto dell’orrido porcellum ne è solo l’ultima riprova.
Il rischio di bancarotta dello Stato italiano non è un fatto meramente contabile né si può attribuire alla sola classe politica. Viviamo in anni in cui il fallimento di un’intera classe dirigente nazionale appare agli occhi di tutti nella sua gravità: i vertici della burocrazia di Stato come dell’industria e della finanza, i dirigenti politici come quelli di impresa, i rettori e i docenti universitari, i gruppi di poteri del paese, dalle logge massoniche alle organizzazioni cattoliche passando per i circoli intellettuali troppo spesso inclini a rinunciare alla loro onesta intellettuale, dovrebbero finalmente iniziare un’approfondita analisi della crisi italiana e delle loro responsabilità in essa.
L’incapacità di decenni nell’ elaborare un modello di sviluppo per il paese dopo la caduta del muro di Berlino, la rinuncia a dare al paese una politica industriale che rispondesse al declino o alla perdita dell’industria automobilistica, di quella chimica, di quella elettronica, di quella degli elettrodomestici, di quella aeronautica-aerospaziale (tanto per citare solo casi parziali) così come l’incapacità di sostenere e ristrutturare i distretti industriali non più in grado di affrontare la competizione internazionale, ha di fatto creato in Italia una crisi di indirizzo economico e sociale che aggrava la crisi finanziaria internazionale.
Intere aziende (vedi Telecom) sono state spolpate e appesantite da debiti che ne compromettono lo sviluppo futuro e la loro capacità di competere sul mercato mondo: straordinaria metafora del paese stesso. Altre (vedi Alitalia) sono state utilizzate come merce di scambio tra la politica, le banche e i principali imprenditori italiani a scapito delle casse pubbliche, dei clienti e degli stessi dipendenti: sintesi anche questa di come quale è stata l’idea di interesse collettivo che le classi dirigenti del paese hanno promosso in questi anni. Infine, anche la gestione della raccolta e della destinazione del credito (vedi MPS) ha dimenticato i criteri di merito per essere piegata solo a logiche speculative e di arricchimento di pochi, mentre la politica era al minimo ignava o collusa.
I giovani sono trattati come prede da parte della generazione precedente: precarietà, frutto di una legislazione e di una mentalità che ha giustificato gli stage gratuiti senza futuro come i contratti con emolumenti sotto la soglia di povertà; umiliazioni, frutto della ricattabilità di una generazione senza tutela e senza prospettive se non sperare nella benevolenza di qualche potente; disillusione, che sottrae energie al paese e spinge sempre di più tanti a rinunciare del tutto a inserirsi nel sistema produttivo o a scappare dal paese.
L’Italia è oggi un importatore netto di manodopera a basso costo (manovali, badanti, e un esportatore netto di ricercatori, intellettuali e professionisti: la bancarotta nella bilancia dei pagamenti intellettuale già è nei fatti.
Prevale un senso di conservazione del presente e delle tutele o delle licenze che piccoli ma potenti strati della popolazione riescono ancora ad attribuirsi.
Chi di noi oggi ha circa 40 anni ha vissuto il proprio percorso professionale rallentato e condizionato da un paese che, quando cresceva, comunque finiva per allontanarsi dalle economie e dalle società più evolute del mondo. Peggio è andata a chi di noi ha meno di 30 anni, che è stato vittima della paralisi del paese e dell’emersione dei peggiori istinti di sopraffazione da parte di chi era nelle condizioni di approfittare della debolezza della controparte.
Di fronte a questo quadro avremmo preferito ascoltare una proposta politica capace di indicare anche scelte radicali ma con una minima idea di futuro per il paese.
Le vicende dell’ultimo anno di politica ci hanno invece persuaso definitivamente dell’assoluta incapacità di autoriforma delle classi dirigenti del nostro paese. Le vicende degli esodati, del Sulcis, dell’Ilva di Taranto, le manganellate ai ragazzini durante le manifestazioni, la mancata abolizione del porcellum, tanto per citare alcune tra le più gravi, ci hanno definitivamente persuaso che non sarà nemmeno una “Grosse Koalition” a elaborare le scelte per rendere la società e l’economia italiana capace di valorizzare il talento e il merito, di tutelare i diritti dei meno garantiti, di rendere finalmente dinamica una società ingessata da compromessi, scambi di favori, appartenenze più o meno occulte.
Ultima indignazione quella per un primo ministro, nominato senatore a vita proprio per garantirgli terzietà e immunità, che si lancia nell’agone elettorale mentre è ancora è a capo di un governo che doveva consentire almeno l’inizio di un percorso condiviso di riforme.
Si parla di Europa solo come una minaccia o uno slogan non come un parametro su cui calibrare i diritti di cittadinanza.
Per tutto questo riteniamo che l’unica proposta politica che garantisce la possibilità di innescare un rinnovamento a tutti i livelli sia il Movimento 5 Stelle.
Non ci nascondiamo tutti i limiti del movimento di Beppe Grillo. Abbiamo forti dubbi sulla capacità dei cittadini eletti di reggere di fronte alle sirene delle profferte degli altri partiti e alla complessità del lavoro parlamentare. Ma non si può negare che i successi di Parma e in Sicilia sono stati la causa scatenante che ha portato la parte più consapevole del mondo politico a puntare su un rinnovamento di ranghi e di idee.
Questa spinta al cambiamento deve essere sostenuta oggi ancora di più. Avere dei cittadini che, anche con sana ingenuità, saranno capaci di denunciare i compromessi che, in Parlamento o altrove, paralizzano o saccheggiano il paese sarà un beneficio per l’intera nazione. Avere dei cittadini fortemente impegnati sul tema della tutela della salute e dell’ambiente dovrebbe spingere il Parlamento a spingere imprese e cittadini a stare al passo con le tendenze ambientali ed energetiche dei paesi più evoluti. È l’ora di smettere di tentare di reggere la concorrenza internazionale con trucchi, falsi o battaglie di retroguardia, scaricando gli errori di prospettiva della classe dirigenza nazionale e aziendali sulle condizioni di vita e di salute di lavoratori e cittadini.
Assieme a punti molto innovativi il programma del Movimento 5 Stelle può apparire parziale, superficiale, incoerente ma questa critica non può venire da una classe politica che da decenni presenta al paese programmi cui non credono neanche in campagna elettorale.
Non siamo illusi né ingenui: molto probabilemente queste elezioni non saranno decisive ma possono essere un punto di partenza di un percorso di rinnovamento del paese anche per quanto riguarda l’etica pubblica, poiché senza di essa nessuna istituzione può essere credibile.
Nè illusi né ingenui, ma solo consapevoli di orientare il proprio voto per innescare un cambiamento radicale delle pratiche e delle persone, capace di dare una prospettiva al paese contro le logiche di autoconservazione di una classe dirigente inadeguata e per dare finalmente spazio alle tante intelligenze ed energie, di tutte le età, cui il paese attuale non riconosce valore e a volte neanche diritti.

domenica 16 dicembre 2012

L'università della diaspora dei talenti



 
In un recente articolo sull’Huffington Post, William K. Black, professore di economia e giurisprudenza all’Università del Missouri, ha ragionato su quanto l’emigrazione di illetterati italiani a cavallo del secolo scorso dalla madrepatria agli Stati Uniti sia stata benefica per gli Stati Uniti. Egli stesso è sposato con una italoamericana dai nonni poveri illetterati calabresi ma oggi professoressa universitaria dopo la laurea a Yale e con decine di cugini dentisti, ingegneri biomedicali, infermiere, banchieri e impegnati in altre profesioni ad alta produttività.
Black appartiene a quella corrente di pensiero economico, di cui alfiere è Paul Krugman, che ritiene che le politiche di austerità stiano distruggendo ogni capacità di reazione e di uscita dalla crisi delle nazioni dell’Europa mediterranea. Con una disoccupazione giovanile da Grande Depressione, al 35%, dice Smith, l’Italia non può pensare di rilanciarsi se non mette in campo politiche attive, sostenute da significativi investimenti pubblici, per convogliare al lavoro questa massa di talenti e di energia oggi inattiva
E, ancora peggio, questa austerità viene giustificata con la necessità di salvaguardare il futuro delle generazioni più giovani quando queste, proprio a causa dell’austerità che taglia concorsi, borse di studio, sgravi, incentivi e finanziamenti, sono costretti ad andare via dal proprio paese. Una ipocrisia che finora i grandi media non hanno (ovviamente, direi) evidenziato.
È vero che l’Italia non ha Harvard o Yale e che anzi il sistema universitario è uno dei più vischiosi e poco meritocratici d’Europa, troppo spesso una fucina di mediocrità e di conformismo a uso e consumo delle classi dirigenti di un paese senza più idee. E allora Smith propone di creare delle università al sud dove possano trovare spazio proprio tutti gli italiani della diaspora intellettuale. L’idea è affascinante ma noi italiani sappiamo bene che la forte lobby dei docenti universitari farebbe di tutto per affossare qualsiasi idea di una università sganciata dalle loro cordate di potere.
Ma internet ci può venire incontro: perché non creare un’università virtuale, una piattaforma basata  forse su un wiki, dove gli italiani che ora insegnano o fanno ricerca all’estero possano riversare le loro competenze a uso e consumo di tanti giovani che non trovano nell’università sotto casa (al Sud come al Nord, perché solo quella si possono permettere) quei contenuti e quella qualità di cui hanno bisogno?
Si tratterebbe di creare la prima facoltà digitale di studiosi, ricercatori e docenti italiani che lavorano all’estero spesso perché costretti a farlo per non accettare i compromessi e le mediocrità e le meschinità delle Università come del mondo del lavoro nazionale. Un contributo di tutti assolutamente gratuito per condividere e diffondere i saperi, i percorsi di studio e anche gli approcci originali alla materia che non hanno trovato spazio in madrepatria. Vogliamo provarci?