Visualizzazione post con etichetta sociologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sociologia. Mostra tutti i post

mercoledì 20 marzo 2013

Minisaggio a puntate: Grillo e la crisi italiana. Parte 1: democrazia e internet




Chi si attarda a tentare di inquadrare il MoVimento 5 Stelle in uno schema di destra o di sinistra, chi discute su se sia stato internet o la televisione a produrre il maggior numero di voti, chi cerca un parallelo politico nelle esperienze estere o di altre epoche (ne elenco alcune: qualunquismo, poujadismo, peronismo, personaggi come Viktor Orban, Nigel Farage, Pym Fortuyn, eccetera) semplicemente non ha capito nulla non solo del MoVimento, ma soprattutto non ha capito che il cambiamento intende impattare non solo sul sistema politico ma sull’assetto sociale complessivo del paese Italia e sulle ideologie dominanti, intese come retoriche che legittimano comportamenti e assetti di potere. 

Democrazia, rete, rappresentanza
Nel 1995 la rivista Time pubblicò una copertina dell’edizione internazionale con un ritratto di George Washington con due auricolari: wired democracy, recitava il titolo. Wired come connessa, ma anche come recintata: processi decisionali basati sull’informatica che possono escludere più che includere. La rivista già parlava di un “populismo elettronico” , che, in polemica opposizione alla distanza tra eletti e cittadini, spingeva  i politici a prendere in considerazione ogni sondaggio, ogni telefonata o fax, ogni iniziativa promossa da talk show televisivi o radiofonici, con il rischio di creare un corto circuito tra media e democrazia rappresentativa. Che ne è del processo decisionale esperto se esso si fa condizionare da umori e passioni che non trovano un momento di elaborazione e confronto con visioni opposte? Dunque l’ambivalenza dei media e di internet in rapporto alle forme di partecipazione popolare non è cosa nuova a chi se ne occupa.  
All’ambiguità dei media e ancor di più di internet si aggiunge anche l’ambiguità del concetto di democrazia, parola che sembra inequivoca, bella e lucente, usata, quasi sempre a sproposito e sulla base di un equivoco, per rendere inattaccabile ogni frase in cui la si cita o la si celebra.  
Ma cosa si intende quando si parla di democrazia? Si crede comunemente che tale concetto sia nato nella Grecia classica ma si tratta di una mera assonanza fonetica. Democrazia era un termine usato spregiativamente dai nobili per indicare letteralmente “lo strapotere brutale del popolo” e Tucidide fa dire a Pericle che “La parola che utiliziamo per definire l’organizzazione del potere cittadino è democrazia per il fatto che essa, nell’amministrazione, si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”. E la maggioranza che aveva diritto di partecipare alle assemblee dell’agorà era costituita in effetti da una minoranza, composta solo dai maschi adulti che possedevano abbastanza risorse per pagarsi l’attrezzatura militare. Lo stesso Tucidide afferma che ad Atene non c’era la tanto vituperata democrazia (strapotere del popolo) ma un principato, inteso come governo di un protos aner, lo stesso Pericle, appunto. (Cfr. Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia).
Da queste ambiguità duplici e tra esse intrecciate discendono oggi tutte le idee e le false metafore che parlano di internet come la nuova “agorà”, meglio come di un’agorà digitale”. Siamo costantemente vittime di giustapposizioni logiche che quando riescono a diventare metafore finiscono per confonderci e per spingerci a non interpretare i fenomeni “iuxta propria principia”. La democrazia moderna è un’agorà greca oppure è un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, come la storica definizione di Lincoln? Quali aspetti della democrazia modernamente intesi vengono toccati da internet? Per arrivare al tema del momento: l’uso che Grillo fa della rete è davvero “democratico”?
Tra le tante declinazioni moderne della democrazia ce ne sono due che approfondirò: democrazia come diritto d’accesso (a informare, informarsi  ed essere informati) e democrazia come “governo in pubblico”.
Vediamo il primo caso. Checché ne scriva Serena Danna, il blog di Beppe Grillo è stato in questi anni il principale luogo di informazione su fatti e iniziative spesso volutamente ignorati dai media mainstream in Italia. Una serie di tematiche che il sistema dei media rifuggiva, minimizzava o censurava ha trovato spazio sul blog di Grillo. Ricordo a memoria il dramma di Federico Aldovrandi, i danni causati dagli inceneritori e dai ripetitori, il movimento No Tav. Il blog ha offerto la possibilità a tanti cittadini di dire la propria tramite un commento quando questo costume era ritenuto eretico dai principali quotidiani online. Inoltre ha consentito lo sviluppo di dibattiti tra i partecipanti attraverso i lunghi thread che si sviluppavano, ha creato degli opinion leader (alcuni di essi oggi in parlamento) che partecipavano più costantemente e con maggiore acume e preparazione alle discussioni. In questo senso sbaglia la Danna a parlare di un utilizzo vecchio del blog. Il web sociale non è dato dall’uso di piattaforme banalmente intese come social quali  Twitter o Facebook ma dalla logica di utilizzo del media stesso. Se utilizzi un blog per aggreggare sei più “2.0” di un’azienda che sulla sua pagina facebook spara aggiornamenti in una logica meramente broadcast.  Se non è sociale un blog che riesce ad aggregare persone in migliaia di incontri reali sul territorio e finisce per essere votato da 8,7 milioni di italiani non so cosa possa esseredefinito “social”.  
Ecco quindi che il blog di Grillo  (che si definisce, non a caso,  “il primo magazine solo in rete”) ha creato una zona franca di discussione che oltrepassava l’agenda setting dei media predominanti. La diffidenza se non il disprezzo verso i media tradizionali non è stata dunque una strategia elettorale ma nasce da scelte editoriali e da una critica di fondo ai media tradizionali elaborata su numerosi episodi di censura o di distorsione dei fatti denunciati per anni da Grillo.

Il secondo elemento democratico è quello del “governo in pubblico”. In questo senso il blog di Grillo si inserisce in una corrente molto più ampia che ha avuto il suo apice in Wikileaks. I rimborsi elettorali sono quasi folclore rispetto all’idea di portare le telecamere dei cellulari dentro le Camere e dentro le Commissioni parlamentari. In questo vi è una radicalità che trovo difficile non definire democratica, nel senso appunto di una costante scrutinabilità del potere da parte del cittadino informato.
Quindi una rete intesa come strumento di governo in pubblico, questo sì considerato dai grillini come un elemento di rottura rispetto all’opacità che caratterizza i processi decisionali italiani. Ovvio che questo principio, praticato da sprovvedute come Gessica Rostellato, porta a situazione patetiche e ridicole. Facile prevedere che ve ne saranno altre: la profondità di comprensione delle dinamiche della rete tra i promotori del Movimento e alcuni eletti in Parlamento è abissale. 
Questo ci porta a ragionare nel prossimo post sul modello di governo della rete. Se non vi è un centro e la rete è per sua natura acefala, la leadership non è in un punto della rete (dove al massimo ci può essere un'aggregazione di attenzione e di reputazione), ma dietro o sopra di essa, ovvero in chi crea le condizioni e l'architettura logica e ideologica della rete.

lunedì 14 maggio 2012

La comunicazione crea valore?/3



Comunicazione e biocapitalismo sono strettamente interrelati poiché non sarebbe stato possibile mettere in pratica le tecniche di sfruttamento biocapitalistico senza la promozione e la diffusione di un sistema di persuasione capace di spingere i soggetti a mettere a valore i loro interessi privati, le loro relazioni sociali, il loro vissuto psichico, in una parola:  le loro identità.
Il bios e psiche sono state le ultime frontiere da conquistare di un capitalismo alla ricerca costante di una redditività del capitale sempre maggiore, raggiungibile o attraverso la matematica dei derivati o attraverso un induzione di senso su oggetti e pratiche capace di sganciare definitivamente gli stessi da ogniparametro oggettivo di valore
Negli ultimi decenni, in maniera consapevole o meno, quasi chiunque abbia lavorato nel mondo della comunicazione ha partecipato alla costruzione di un modello economico e sociale il cui obiettivo è stato e resta quello di sfruttare in contemporanea la digitalizzazione dei beni, la pervasività delle tecnologie della comunicazione, l’incremento del livello di conoscenza dei soggetti e il loro istinto per la socialità per colonizzare i tempi di vita e i parametri di giudizio (diciamo pure i valori) di centinaia di migliaia di persone nelle nazioni più evolute della terra. E quale è stato il risultato? Gran parte delle vite coinvolte in questa fabbrica transnazionale di conoscenza e relazioni hanno subito un impoverimento relazionale, culturale ed economico di cui spesso hanno preso contezza solo grazie alla crisi attuale.  
Allora ci si accorge che vi è un continuum di tecniche e strumenti che vanno dalla reperibilità totale offerta dal cellulare all’utilizzo del proprio privato pur essere visibili su Facebook: tutte queste sono al contempo forme di comando biocapitalistico sulle identità degli individui, i quali “esistono” solo in quanto e finquando inseriti in una rete di legami capaci di valorizzare il loro vissuto e le loro competenze.   Il valore nasce dai tempi di vita, dall’esperienze di vita, dal proprio vissuto psichico messo a disposizione di un’impresa, sia essa datrice di lavoro o azienda creatrice di un media socializzante.
Al centro di tutto vi è la necessità di massimizzare il valore per gli azionisti. E la imminente quotazione di Facebook per 100 miliardi di dollari non rappresenta in maniera palmare questa nuova fase in cui la massimizzazione del profitto per gli azionisti diventa intimamente legata alla messa a valore del vissuto delle persone?
Di fronte alla crisi tutti coloro che fanno comunicazione dovrebbero chiedersi: per chi ha creato valore la comunicazione in questi anni? Per i committenti, certo, qualche volta anche per i comunicatori stessi, meno spesso per i fruitori della medesima ma tutto è confluito nell’esaltazione di un assetto sociale ed economico la cui crisi corrode gradualmente, dal basso verso l’alto, le certezze di strati sociali che mai si sarebbero immaginati a rischio.
Allora mi chiedo se i comunicatori non debbano lasciarsi alle spalle i dibattiti triti tra advocacy e trasparency e avere il coraggio di immaginare nuovi parametri e nuovi valori necessari per affrontare declino, decrescita e impoverimento generalizzato come anche la costruzione di nuovi percorsi di vita scevri o almeno parzialemnte protetti dallo sfruttamento biocapitalistico.
In Italia mi sovviene solo il nome di Simone Perotti se penso a qualcuno capace di riguadagnare se stesso rinunciando alla carriera e alla fascinazione della manipolazione da cui tanti comunicatori sono attratti.  Vi è una modernità che sa usare i media sociali senza farsene vampirizzare. E vi sono delle vie di fuga,  quali la cultura slow e i modelli di downshifting diffusi proprio da Perotti. Ma ce ne sono altri che devono essere ancora sviluppati, argomentati, fatti conoscere. I limiti del pensiero pensabile, come dice Chomsky, devono essere oggi più che mai oltrepassati.
La comunicazione sarà capace di farlo? saprà diffondere questi nuovi valori, alternativi oggi ma forse essenziali per sopravvivere al futuro?

martedì 29 settembre 2009

Una generazione (de)qualificata?


Centinaia di “nuove professionalità” hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro negli ultimi due decenni. Ma quante di esse si sono sedimentate nel tessuto sociale come nuove professioni, con un loro statuto, principi, percorsi formativi? E quante presunte professionalità non sono state invece nient'altro che la conseguenza di una serie di processi di scomposizione, riaggregazione ed esternalizzazione di mansioni tradizionalmente seguite internamente all'azienda da soggetti che venivano genericamente definiti “impiegati”?
Queste “nuove professionalità” sono state per lo più proposte alla fascia di età che oggi è compresa tra i 40 e i 25 anni. Lo stipendio mediamente basso (la generazione “mille euro”) è già un indizio di mansioni oggettivamente di bassa qualità oppure altamente fungibili.
Il mondo del marketing e della comunicazione non sfugge a questa tendenza, anzi. A fronte di società medio-grandi, capaci di offrire dei percorsi di crescita professionale, vi è una miriade di realtà piccole o micro in cui spesso la compressione dei costi porta ad utilizzare il personale per mansioni ripetitive, esternalizzate dai clienti proprio perché povere di valore aggiunto. Entrare in queste realtà a volte significa vivere un percorso frustrante, una paralisi professionale, l'abbassamento delle prospettive di vita. Ogni giorno si rischia di perdere qualcosa e di sentirsi sempre più dequalificati.
Se associamo questo fenomeno di “outsourcing povero” al fatto che gli investimenti in formazione nel settore del marketing e della comunicazione in Italia sono cronicamente scarsi, viene fuori il quadro di una fascia di lavoratori e lavoratrici oggettivamente dequalificata, a forte rischio di essere espulsa dal settore non appena superata la soglia dei quarant'anni o nel momento in cui avanzerà delle richieste legate al suo ambito privato (mobilità, flessibilità di orari, parentalità, ecc.). Tanto vi è un piccolo esercito intellettuale di riserva, più giovane, più motivato, più manipolabile, più ricattabile, pronto a prendere il loro posto.
Uno scenario tanto realistico quanto inquietante, in cui si trovano avviluppate tante persone che non possono neanche contare se nessuna forma di ammortizzatore sociale.
Ma quali sono le esperienze dei miei quattro lettori a tal proposito?

martedì 26 maggio 2009

Il corpo delle donne, il cervello dei maschi (televisivi)

Il blog Il corpo delle donne ha riproposto con forza la questione dello sfruttamento mediatico delle donne, anche grazie alle qualità del bel documentario da esso realizzato. Da un punto di vista morale sono più che d’accordo con le tematiche e le denunce che porta avanti Lorella Zanardo. Da un punto di vista sociologico e di analisi delle idee molto meno. E mi spiego.

Il corpo della donna rappresentato nella televisione italiana, specialmente quella berlusconiana, assume più che altro i connotati di un simulacro (approfondisci qui), nell’accezione di Jean Baudrillard. Lo spettatore maschio, l’essere di sesso maschile che guarda quel corpo, che desidera toccare quelle chiappe o quei seni, che rimane sintonizzato su quel canale in preda a una eccitazione inane e sterile, è un maschio regredito allo stato pre adolescenziale. Egli è l’imberbe che si diverte a ripetere le prime parole sconce che ha conosciuto, quello che si bea di intravedere i vicini mentre fanno l’amore con la finestra aperta, di spiare la sorella grande dal buco della serratura mentre si cambia, è lo sguardo che prova a inoltrarsi oltre i confini della gonna senza però saper dialogare con la persona che la indossa.

Questi maschi sono vittime della seduzione di corpi irrangiungibili, troppo perfetti per non vivere poi una qualche delusione l'avvicinarsi a un corpo reale. Una seduzione gestita dagli addetti ai palinsesti e dagli autori dei programmi, non dalle donne stesse come strumento di legittimo potere. Per questo il corpo della donna in tv, anche quando è pressoché nudo, non viene utilizzato per rimandare a un piacere carnale, il quale, anche nelle sue forme più epidermiche, richiede all’uomo un minimo di sforzo di relazione con la donna. Peggio, il corpo delle donne viene usato per creare una eccitazione sterile, funzionale solo a paralizzare le capacità di scelta (di cambio canale) del telespettatore.

Intendiamoci, si tratta di una deprivazione delle qualità del corpo femminile ancora più grave, speculare alla deprivazione relazionale e sensoriale che innesta nel maschio.

Non vedo pertanto la donna sottomessa soltanto alle tradizionali logiche reificanti del dominio maschile. Peggio: la reificazione del corpo femminile è funzionale al controllo, all’assoggettamento di una fetta significativa di maschi telespettatori, ovvero di cittadini, ovvero di elettori.

domenica 17 maggio 2009

Mitografi




In Miti d'oggi Roland Barthes ci ha fatto capire cosa significassero per il senso comune il volto della Garbo, l'iconografia dell'Abbè Pierre, il matrimonio della Regina Elisabetta.
Era il tempo (gli anni Cinquanta) dei persuasori occulti e la televisione, la cui debordante mitologia ha fagocitato poi tutte le altre (il cinema, il teatro, la musica), appena lumeggiava nelle prime case, ancora elettrodomestico e ben lontana dal diventare il mondo in cui tanti vivono oggi.
Ma attraversiamo cinquant'anni e veniamo a due mitologie recenti: Jade Goody e Susan Boyle. L'una senza alcuna qualità, l'altra voce talentuosa. L'una facile al sesso, l'altra pressoché improponibile. Una con un linguaggio sboccato e volgare, l'altra timida e volontaria in chiesa. Due dimensioni distanti, eppure esse non sono accomunate solo dal successo televisivo.
L'isteria collettiva che ha accompagnato la malattia e la morte della Goody non è solo frutto di un genio delle pr come Max Clifford. La diffusione planetaria di un'unica, di certo significativa, performance di Susan Boyle non è solo merito dell'abilità a intuire e a indirizzare i gusti musicali di Simon Cowell. Domandiamoci semmai: cosa vede il pubblico, noi, in queste due storie? Quale è la narrazione e il messaggio che, come tutte le mitologie, ci acquieta e ci fa accettare meglio la realtà di tutti i giorni?
Lungi dall'essere solo pr e creatori di format televisivi, Max Clifford e Simon Cowell sono due moderni mitografi. Essi identificano un bisogno, un'attesa, una pulsione, una ricerca di senso della società o del pubblico televisivo (si possono davvero distinguere i due termini?) e li elaborano in un personaggio in cui vi possa essere identificazione e distacco al tempo stesso. Quel personaggio da reality o da show è di certo simile a me spettatore per certi aspetti, ma anche abbastanza dissimile da non riconoscermi del tutto in esso. In una società classista come quella inglese una ragazza ignorante e sguaiata può di certo rappresentare il 95% della popolazione che non entrerà mai nei salotti buoni e nelle scuole di eccellenza, ma il personaggio è anche abbastanza estremo da lasciare alle persone la possibilità di dire “io non sono messa tanto male come lei”. Il riconoscimento tardivo delle qualità vocali di una ridicola signora obesa, che per il suo aspetto fisico è finita per essere uno scarto della società (disoccupata, e per ciò volontaria in chiesa), può rappresentare una speranza e una giustificazione ad andare avanti per i tanti espulsi dal sistema sociale e produttivo, ma anche una pietra di paragone per rinfrancarsi: “io non sono proprio così, un lavoretto ce l'ho, e anche un marito”. Risultà così più agevole accettare la società, e anche se stessi.
Certo, i personaggi di queste nuove mitologie durano poco, poiché i tempi dei media richiedono un continuo ricambio di narrazioni. Ma non importa. In questo nuovo pantheon postmoderno, dove gli dei non calano più dai cieli per soccorrere le vicende umane ma vengono selezionati tra le persone di tutti i giorni e innalzati al nuovo rango dagli esperti di immagine, quello che conta non è l'eternità ma la possibilità per tutti di poterci entrare un giorno e potervi restare per un po'.
La redenzione dai propri fallimenti non verrà attraverso la fede o il duro lavoro ma attraverso uno show televisivo.

mercoledì 16 luglio 2008

Italia: grande svendita talenti (fino ad esaurimento scorte)



Questo libro aiuta a capire meglio di tante analisi strettamente economiche perché l'Italia si è inoltrata in un declino che non vede al momento barlumi di svolta.
Un modello sociale in cui le classi dirigenti badano esclusivamente alla tutela delle proprie rendite di posizione, in cui il declinante numero di chances lavorative ed esistenziali di qualità viene ripartito esclusivamente tra i pargoli dei privilegiati, dove avere giovani di talento in azienda diventa un problema dato che non si sa come utilizzarli.
Un paese le cui elites hanno abdicato all'impegno di elaborare una qualsiasi idea di futuro e di sperimentare nuovi modelli di convivenza e di sviluppo adeguati al nuovo contesto internazionale.
Irene Tinagli (una ricercatrice emigrata, ça va sans dire) analizza nel dettaglio tutti gli ambiti, dalle Università alle imprese passando per la politica, dove i talentuosi si devono inchinare umiliati al servilismo dei mediocri verso i capetti di turno.
L'autrice nutre speranze che si possa ripartire proprio dalla voglia di farcela di tanti talenti che ancora non riescono ad esprimersi. Chi scrive ne ha meno.

Irene Tinagli, Talento da svendere, Einaudi 2008

domenica 29 giugno 2008

I peggiori posti dove lavorare


Per parafrasare Marx: siamo passati dall’esercito industriale di riserva dei contadini dell’Ottocento, disposti a farsi sfruttare nelle fabbriche per pochi soldi certi piuttosto che vivere gli stenti delle campagne, all’esercito intellettuale di riserva, ovvero i giovani laureati e “masterizzati”, disposti a farsi sfruttare in aziende e in agenzie di pubblicità o di comunicazione pur di fare esperienza e non rimanere a spasso.

I tassi di sostituzione degli stagisti sono altissimi e spesso bisogna attivare intricate reti di conoscenze per sapere se quell’agenzia ha una buona reputazione o se quel dirigente con cui si andrà a lavorare non è prossimo allo schizofrenia.

Propongo allora ai quattro lettori del mio blog un gioco di società: perché non evidenziare nei vostri commenti, in modalità anonima se volete, le peggiori agenzie e aziende dove lavorare, quelle insomma, per esperienza diretta o di amici a voi vicini, dove la convivenza è pari a quella di un lager, dove il grande capo è un cialtrone amante dei leccapiedi, dove gli stagisti dovrebbero chiamare in soccorso la lega anti vivisezione.

Un giochino con il quale parecchi di voi potrebbero togliersi qualche sassolino dalle scarpe…


sabato 9 febbraio 2008

Prepararsi al naufragio

Nel 1961 il Presidente del Consiglio dei ministri Amintore Fanfani nominò il 39enne Ettore Bernabei direttore generale della Rai, il quale restò capoazienda per quasi 14 anni, fino al 1974.
Nell'Italia del 2008 la nomina di un 39enne a ruoli rilevanti ci appare impossibile. In effetti se un politico osasse fare una tale scelta verrebbe accusato di incoscienza a dare a un "bambino" tanto potere.
Ma perché e quando in Italia si è radicata una tale gerontocrazia?
Senza poter dare risposte definitive in poche righe di un blog, penso che vi sia un legame stretto tra debolezza della classe dirigente e gerontocrazia. Più una classe dirigente si considera legittimata, forte e ritiene di poter restare al potere sul medio-lungo periodo, tanto più potrà delegare potere alla generazione successiva senza temere di venirne scalzata dall'oggi al domani. Al contrario una classe dirigente cosciente dei propri limiti si circonderà di lacché e incapaci; nominerà in ruoli di responsabilità persone avanti con gli anni, più ricattabili e, per ragioni strettamente anagrafiche, poco aduse a ragionare sul lungo termine. Questo meccanismo garantisce la classe dirigente in sella ma paralizza il Paese, come accade oggi in Italia.
In realtà non sembra che al di sotto dell'attuale classe dirigente italiana non vi sia nessuno pronto e capace a prenderne il potere. I boss italiani sono screditati ma hanno ancora la forza per soffocare sul nascere ogni cambiamento. Questo è il vero dramma italiano. L'unica soluzione sembra essere quella di attendere il naufragio definitivo dell'Italia e di questa classe dirigente per lasciare ai sopravvissuti il compito della ricostruzione. E non è detto che sopravviveranno i migliori.

martedì 8 gennaio 2008

Una generazione fungibile?

Ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro italiano migliaia di giovani laureati con competenze significative (lingue straniere parlate, master post laurea, esperienze all'estero), eppure destinati a galleggiare attorno ai mille euro di stipendio dopo un lungo tirocinio e comunque sempre a rischio di venir sostituiti da uno stagista.

A mio avviso questa è la dimostrazione più evidente di come l'Italia stia fallendo la migrazione verso il quaternario. La “Piena Disoccupazione”, che Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi raccontano nel loro libro dedicato appunto ai nuovi modelli di vita e lavoro dell'economia del quaternario, assume per tanti giovani laureati e masterizzati le sembianze di stages ad oltranza.

Paradossalmente, oggi in Italia ogni nuovo laureato rischia di essere una perdita secca per il sistema Italia: i costi che la collettività e le famiglie sostengono per far laureare uno studente spesso non verranno nemmeno lontanamente pareggiati dal valore che quest'ultimo verrà messo in grado di produrre. Discorso che vale soprattutto per le lauree cosiddette “deboli” (Scienze della Comunicazione, Scienze Politiche, lauree umanistiche in genere), ma Gaggi e Narduzzi rimarcano come “i professionisti italiani della conoscenza sono già nei fatti 'gli indiani dell'Unione Europea', nel senso che i nostri ingegneri sono valutati sul mercato meno di quelli tedeschi e inglesi” (pag. 117). E questo, aggiungo, a dispetto di una laurea più lunga e più faticosa da raggiungere rispetto ai loro colleghi europei.

Assistiamo a un enorme spreco di capitale intellettuale, di cui si dividono le responsabilità la politica, le imprese e l'Università. Quest'ultima (una casta con una percentuale di mediocrità non inferiore a quella politica), che da secoli sapeva insegnare bene un approccio metodologico e una prospettiva storica agli studenti delle varie facoltà, ha deciso di moltiplicare all'infinito le cattedre e i corsi di laurea (figli, amanti, amici, parenti più o meno lontani aspettavano una sistemazione) tentando di insegnare tecniche e pratiche per ogni professione. Tecniche e pratiche che vengono da sempre imparate lavorando (se prima si sono appunto imparati il metodo e la prospettiva storica del proprio ambito lavorativo) e non su un manuale. Così migliaia di studenti si trovano ad aver studiato tecniche che non useranno mai e a mancare degli strumenti di analisi per capire lo scenario socio-economico in cui opereranno. In realtà il successo di questi laureati dipenderà più da come sapranno mettere a frutto nell'economia della conoscenza le loro inclinazioni, passioni, interessi personali che dalla formazione conseguita nelle aule universitarie.

Le imprese italiane raramente investono in formazione e la prima forma di investimento dovrebbe essere l'assunzione dei talenti che incrociano, i quali invece a volte non vengono notati e altre vengono considerati comunque facilmente sostituibili da altri stagisti talentuosi. In realtà le nuove modalità contrattuali flessibili sono state intese da molte imprese italiane solo come uno strumento per tenere sotto controllo il costo del lavoro e i risparmi ottenuti sono andati solo in parte in formazione, in nuovi modelli organizzativi, in strategie di internazionalizzazione. Il nanismo dimensionale delle imprese italiane riflette anche il nanismo culturale della loro proprietà, tranne le eccezioni che confermano la regola (tanto che vengono portate a esempi virtuosi quasi sempre le stesse imprese).

La politica italiana non si è posta nemmeno il problema della migrazione verso il quaternario. Qualche tentativo di confronto (quello di Pierluigi Bersani ed Enrico Letta nel 2004) ha puntato al massimo a sostenere la sopravvivenza dei distretti industriali. La politica italiana si è divisa tra conservatori ad oltranza e liberisti all'amatriciana (ovvero tutto fa brodo pur di pagare meno tasse e meno salari): la crisi del potere di acquisto di salari e stipendi si sta ritorcendo anche sulle vendite di tante imprese che hanno applicato un tale approccio. E rispetto a tale pseudo liberismo le posizioni conservatrici hanno una loro dignità.

In conclusione, non penso che la sfida del quaternario potrà essere vinta da poche imprese lungimiranti e dai soli trentenni italiani. Vi sono e vi saranno di certo percorsi individuali di successo, dovuti a protezioni, intuizioni, autoimprenditorialità. Ma le soluzioni dei singoli non possono essere considerate la via d'uscita dall'affanno con cui il nostro paese affronta il Quaternario. E dopotutto che ne sarà di tutti i trentenni, pur capaci e motivati, che non intendono o non sanno affrontare le strade perigliose dell'autoimprenditorialità? Il rischio di trovarsi a quarant'anni già fuori dal mercato del lavoro non è irrealistico.

C'è bisogno di una soluzione di sistema, ovvero politica. Ma la politica dov'è?

lunedì 19 novembre 2007

La forza dei legami deboli

Il titolo di questo post richiama quello di un famoso saggio di Mark Granovetter, sociologo americano tra i più importanti al mondo.
Granovetter già negli anni Settanta scoprì che nella ricerca di un lavoro le relazioni deboli, i contatti occasionali, insomma quelli che noi italiani chiamiamo conoscenti per distinguerli dagli amici, sono in realtà quelli più utili.
Ognuno di noi ha un'area di relazioni densa e prossima al proprio sé, composta dalle amiche e amici più intimi, con cui condividiamo passioni, interessi, affinità. Poi abbiamo i conoscenti, tanti o pochi a seconda dei casi, di cui conosciamo solo qualche aspetto. I conoscenti hanno a loro volta un'area di amicizie dense e intime attorno a loro. Pertanto i conoscenti sono i realtà dei "ponti" verso altre reti di relazioni di amicizia, dove vengono elaborati e diffusi interessi e nuove idee.
Secondo questo schema confermato da molte ricerche chi ha poche amicizie fidate e riduce al minimo le "conoscenze" finisce per restare escluso dalle ultime idee e tendenze ma incontra anche più difficoltà a cercare o cambiare lavoro.
I lavoratori dell'economia della conoscenza, gli immateriali come li chiamo io, hanno la necessità di costruire e ampliare continuamente le loro reti sociali così come devono investire in formazione continua.
Per questi lavoratori il confronto con altri percorsi lavorativi ed esistenziali diventa fondamentale per arricchire la loro conoscenza della società in cui operano e delle problematiche cui verranno chiamati a proporre soluzioni in termini di comunicazione, di marketing, legali, politiche, tecnologiche, di ricerca tout court.
Sulla base di questo schema potremmo anche dire che se i politici italiani sanno solo parlarsi addosso è anche perché non hanno più meccanismi di produzione di legami deboli con la società: si parlano solo tra loro, e raramente e in ritardo colgono le trasformazioni e le attese della società.
Ma anche di questo possiamo parlarne martedì 20 alle ore 20.30 all'incontro del network dei lavoratori dell'immateriale.


sabato 20 ottobre 2007

Era meglio fare i tassisti...

Che futuro può avere un modello sociale come quello italiano in cui un tassista con la terza media arriva a guadagnare in città come Roma o Milano fino a 5.000 euro al mese, in gran parte esentasse, mentre un trentenne con lauree, specializzazioni anche all'estero e conoscenza di piu' lingue straniere spesso non arriva a 1200 euro al mese?

martedì 16 ottobre 2007

Tutti capitalisti?

Per Enzo Rullani e Aldo Bonomi (vedi scheda: http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880616119&ed=87)
i "capitalisti personali" sono "l'asse portante della nuova composizione sociale che sta emergendo nella transizione verso il postfordismo". Ma chi sono questi capitalisti personali? I due autori mettono dentro questa definizione imprenditori, liberi professionisti, lavoratori della conoscenza, addirittura sportivi e artisti. Facile così arrivare a dire che questa categoria-ombrellone più che ombrello, rappresenta il 50% dell'intera forza lavoro nazionale.
Uno dei temi di questo blog, se non il principale, sono i lavoratori della conoscenza, i quali in grandissima parte, nonostante gli auspici di Rullani e Bonomi, non avranno mai il controllo autonomo del loro lavoro, saranno pertanto lavoratori subordinati e comandati, al di là delle definizioni formali dei contratti che firmeranno.
La vera questione, secondo chi scrive, non è diventare tutti capitalisti quanto semmai il dramma di un paese come l'Italia che punta pochissimo sull'economia della conoscenza e dell'intangibile e finisce quindi per deprimere la creatività e frustrare le ambizioni salariali e le aspettative sulla qualità della vita di coloro che vi lavorano.

venerdì 12 ottobre 2007

Non si vive di solo salario

Molti studiosi sociali, economisti, giornalisti evidenziano la precarietà e l'esigità dei salari delle nuove professioni legate all'economia dell'immateriale. Sono considerazioni giuste ma estremamente riduttive, eppure finora dominanti, basti pensare anche agli slogan come la "generazione milleuro" in Italia o ai "milleuristas" spagnoli. Ma partire dal puro dato salariale crea numerose distorsioni di prospettiva. Si mettono così nello stesso calderone sociale soggetti diversissimi: un cocopro ministeriale, che guadagna mille euro e lavora dalle sei alle otto ore al giorno fa un lavoro radicalmente diverso da quello di un junior account di un agenzia di comunicazione o di pubblicità, da un tirocinante in un studio legale (che guadagna ancora meno, se li guadagna), da uno sviluppatore software che galleggiano anch'essi attorno ai mille euro di entrate mensili. In un caso si tratta di classiche mansioni burocratiche oggi profondamente precarizzate da scelte legislative sciagurate, ma almeno alle 14 o alle 16 si stacca e si può usare la seconda parte della giornata per se stessi. Nel secondo caso magari si esce dall'ufficio a notte fonda e mai prima delle 20, ti viene richiesto di attivare la tua creatività, le tue abilità relazionali, i tuoi hobby a volte, e anche la tua resistenza fisica. Salta la separazione tra mondo del lavoro e mondo privato, visto che usciti dall'ufficio a una certa ora si vuole solo mangiare e dormire. Per i sentimenti, le amicizie, le passioni resta il weekend, se non si hanno scadenze su cui lavorare.
Appare allora paradossale il rovesciamento che viene operato nelle esistenze dei soggetti dell'immateriale: tanto piu' densa e creativa diventa la giornata lavorativa, tanto piu' povera e basilare diventa la vita privata.
Le pulsioni all'autorealizzazione delle proprie potenzialità esistenziali, della propria creatività, che hanno spinto in tanti a lavorare nell'immateriale, si sviluppano e vengono sfruttate solo dal e nel ciclo lavorativo, il quale finisce per controllare l'intera giornata di questi soggetti.
Eppure c'è ancora chi pensa che basterebbe solo aumentare i salari.

martedì 9 ottobre 2007

Le professioni dell'economia dell'immateriale sono sempre più numerose quanto prive di visibilità, di diritti, spesso di prospettive e di progetti di vita. Consulenti in svariati ambiti, product manager, pubblicitari, informatici, formatori, ricercatori, giornalisti free lance, giovani professionisti delle vecchie attività liberali (architetti, ingegneri, avvocati, ecc.) vivono tutti in una duplice contraddizione: un lavoro senza un output materiale, in cui non ci si sporca né si suda, spesso con una significativa componente creativa, considerati dall'esterno "fighi", ad alta relazionalità, e tuttavia queste attività lavorative sono spesse pagate poco, richiedono la destrutturazione dei tempi di vita mentre interessi passioni relazioni dei singoli sono spesso utilizzati per produrre nuova creatività o nuovi servizi a vantaggio dei "clienti".
Milano offre un osservatorio privilegiato su queste nuove dimensioni professionali ed esistenziali, eppure nessuno finora ha tematizzato questa condizione. Pertanto le nuove professionalità restano per lo più invisibili o, peggio, incomprese e trattate con sufficienza.
Ne può (deve) nascere una riflessione collettiva, anche attraverso la successiva realizzazione di un sito web, di una mailing list, di meet ups e una rete di soggettività che condividono le medesime istanze e l'obiettivo di portare nell'arena del dibattito nazionale la riflessione sulle nuove forme di lavoro e di vita.