sabato 17 gennaio 2009

Facebook è stupido?


Sul numero in edicola de L'Espresso Alessandro Gilioli (cliccate qui per accedere al suo blog) parte dall'interrogativo "Facebook è stupido?" per analizzare il fenomeno.
Nella scheda a destra "Un cazzeggio molto serio" vengo citato con una frase tratta da un mio post sull'argomento.

domenica 11 gennaio 2009

F. F., o della furbesca banalità dei buoni



Da cinque anni chi sintonizza il televisore su Raitre il sabato e la domenica a ora di cena ha la ventura di incontrare l'uomo più buono d'Italia. La faccia da ex ragazzo che viene dalla provincia semplice e sincera, i vestiti e le cravatte non pretenziose, il sorriso che sembra quasi stia a scusarsi del fatto che lui è sempre felice e sereno mentre in questo buio mondo c'è qualcuno che sta soffrendo già indicano una naturale predisposizione a fare e diffondere il bene. La malizia, la furberia, l'arroganza dell'uomo di successo, il sospetto sono sentimenti sconosciuti all'anima del nostro bravo conduttore. Quando qualche ospite racconta di una disavventura o di una disgrazia occorsagli egli è pronto, con tutto il suo pubblico a casa e in studio, a fare un “ohh”di indignato stupore: “possibile che esistano al mondo tali nefandezze e che qualcuno abbia potuto fare questo al nostro ammirato ospite?” Possibile. Ma il nostro conduttore è troppo timido e modesto per pensare che il programma sia “suo”: il programma è degli ascoltatori che ci stanno seguendo (quelli che non lo stanno facendo sono dei poverini che bisogna educare alla buona televisione), e soprattutto degli ospiti. Ogni ospite, seduto su una comoda poltrona rossa, è circondato da un'aura di ammirazione, di indulgenza, di gratitudine. “Siamo onorati di avere come ospite stasera...”. L'ospite è sacro, come ci hanno insegnato le vecchie zie di Imperia che conoscevano bene l'arte dell'ospitalità, e non va mai contraddetto. Se proprio una domanda introduce un tema imbarazzante su cui l'ospite ci teneva a dire la sua quando ne ha letto e concordato la lista e l'ordine, allora la voce dell'intervistatore si abbassa, quasi viene rotta dall'emozione, l'imbarazzo prende il sopravvento, si scusa di dover fare quella domanda e infine la articola, offrendo al beneamato ospite la possibilità di non rispondervi, anche se tutto è già rivisto e concordato, e lasciando il pubblico interdetto per tanto ardire. Ma l'entusiasmo che circonda l'ospite è il medesimo che riservano i fan ai loro miti e l'emozione del bravo conduttore è la medesima che hanno i suoi telespettatori a casa. Ovviamente, il bravo conduttore richiede a fine trasmissione a ogni ospite l'autografo, non per bramosia personale ma per poi metterlo all'asta per raccogliere fondi per qualche iniziativa benefica. L'ospite si mette a suo agio con qualche domanda che lo rilassi e poi parla, disquisisce, ragiona, talvolta si lamenta per richiedere la compassione del pubblico, alla fine vorrebbe ricordare che sta lì per promuovere la sua immagine, il suo libro, il suo disco, il suo film, ma sarebbe ineducato farlo ed ecco che il bravo conduttore arriva in soccorso e dedica gli ultimi 30 secondi dell'intervista non a promuovere (che brutto verbo!) ma a ricordare al suo pubblico che da domani possono andare a comprare il libro, il cd, il biglietto del film e non farlo dopo aver conosciuto una tale meravigliosa personalità sarebbe scortese e farebbe rimaner male il bravo conduttore.
Il pubblico del bravo conduttore aspetta ansiosamente il fine settimana per assistere allo show. Il successo d'altra parte testimonia che c'è ancora un'Italia migliore, pronta a commuoversi, a indignarsi, a mobilitarsi per una causa importante come un ospedale in una zona di guerra o le vendite di quel cantante o di quello scrittore che è stato sempre dalla parte giusta, cioè quella del pubblico e del bravo conduttore. Per quelli che stanno dalla parte sbagliata c'è tanta comprensione e tolleranza, anche se sotto sotto vi è una certa diffidenza perché se non stanno dalla parte giusta qualcosa di brutto o addirittura di orribile qualche volta devono averlo pensato o addirittura messo in pratica.
Ecco, ogni tanto lascia intuire il bravo conduttore, “noi siamo i migliori perché siamo i più buoni”, e il pubblico applaude, rassicurato.

mercoledì 7 gennaio 2009

Steve Jobs: la materialità dell'immateriale

Questo articolo di Paolo Madron su Il Sole 24 ORE di oggi sviluppa riflessioni che sempre mi affascinano: fino a che punto questa economia che sembra impalpabile, immateriale, finisce per rifrangersi ed essere riflessa dalla materialità delle singole esistenze?

Quanto vale il corpo di Steve Jobs? Qualche miliardo di dollari, ovvero la differenza tra la capitalizzazione della Apple di venerdì scorso e quella di ieri, nel momento in cui veniva diffuso un comunicato dello stesso Jobs che rassicura sul suo stato di salute: dietro il costante dimagrimento che lo ha accompagnato per tutto il 2008 non c'è, com'era facile paventare, lo spietato lavorio (jobs, lavori) di un vorace tumore, ma quello di un ormone impazzito che succhiandogli le proteine ne ha provocato il cristologico aspetto di questi mesi: spettralmente magro, allampanato, col viso smunto e vieppiù spigoloso.

Insomma, il genio del virtuale alle prese con un fisicissimo cortocircuito del suo apparato endocrino. Tanto è bastato perché la Borsa esultasse, dicendoci come per un ironico contrappasso i destini di una delle società emblema dell'economia immateriale siano appesi a un materialissimo impasto di ormoni, sangue e organi malfunzionanti. Qualcosa che va oltre il fatto che in America, a differenza che da noi, la salute non è mai una questione privata ma un pubblico indispensabile requisito per chi ricopre posizioni di responsabilità.

L'oltre deriva dal fatto che in questa sua via crucis con l'anomala malattia il 54enne Jobs sembra voglia incarnarsi nel corpo glorioso e martoriato del Dio dell'informatica in cerca di una sua personale redenzione. Ma da che cosa? È il presente che suggerisce le più temerarie analogie: il tunnel della sua sofferenza come metafora del travagliato riscatto di un'umanità avida che ha rovinato le economie del mondo, con lui che inconsapevolmente si immola per redimere i peccati che del diavolo Madoff.

Oppure invece la potente riaffermazione che sono le idee degli uomini e non un casuale e spesso maligno determinismo,o le asettiche geometrie dei suoi computer, a far progredire il mondo.

Chissà. Sta di fatto che il vistoso assottigliarsi di quel corpo procede di pari passo con l'evidente accrescersi della sua indispensabilità. Senza Jobs la Apple perderebbe quell'identità che anche nei momenti bui è sempre stata indissolubilmente legata al suo fondatore. Senza di lui verrebbe meno il rapporto simbiotico che ne ha sin qui giustificato esistenza e successi planetari.

Al punto che il suo ruolo non può essere surrogato da nessuno dei suoi collaboratori:e quando l'incolpevole direttore del marketing lo sostituisce al MacWorld di San Francisco, il più importante raduno mondiale dei seguaci della mela, il risultato è che viene azzerato il valore messianico dell'evento. Perché da sempre il discorso di Jobs era paragonabile alle rivelazioni di un annuncio profetico: ogni anno un prodotto, una novità, una suggestione futuribile capace di galvanizzare il popolo degli adepti.

Ma la sua malattia è anche altro. Per esempio un indizio che la potrebbe collegare all'ideologia del più assoluto individualismo di cui è permeato l'american dream, che nelle sue forme più parossistiche porta all'identificazione dell'uomo con il prodotto da lui creato. Qualche tempo fa, per definire il carattere di Jobs, industriale volutamente senza eredi designati, un suo collaboratore tirò fuori uno splendido aforisma: «La democrazia non produce prodotti grandiosi: c'è bisogno di un tiranno competente ».

Dunque in una interpretazione diabolica Jobs potrebbe giocare sulla metamorfosi del suo corpo come estrema prova di autoaffermazione,in ciò somigliante suo malgrado a certi attori di Hollywood dietro le cui modificazioni d'aspetto si cela, oltre che l'obbligo di un copione, anche una volontà di potenza che li spinge a sottomettere il fisco al totale servizio della propria creatività. O, nei casi estremi, a farlo diventare lo strumento forte di una strategia di marketing minuziosamente studiata.

Questo potrebbe spiegare, ad esempio,perché per un intero anno il corpo di Jobs abbia tenuto banco almeno quanto i suoi più concupiti oggetti del desiderio, dall'iPod all'iPhone, al computer supersottile. E questo spiega perché Jobs concluda il suo comunicato di ieri con un appello dove si dice sicuro che la comunità Apple lo sosterrà nella sua convalescenza, consapevole che lui ha sempre messo il bene di quella comunità davanti a ogni cosa. Un discorso che anche il più competente dei tiranni non esiterebbe a far suo.

giovedì 25 dicembre 2008

Appunti per una fenomenologa di FaceBook



Qualche decennio fa ci si scambiava l’indirizzo. Poi venne il telefono di casa, cui da giovani si telefonava con la certezza di passare attraverso il controllo burbero dei genitori. Poi il telefono personale e mobile: reperibilità in qualsiasi minuto e gli sms come strategia per manifestare in maniera meditata interessi, intenzioni, sentimenti. Oggi si chiede: sei su FaceBook? Ma cosa offriamo agli altri di noi su FB?
Certo, si sa: offriamo foto, pensieri, riflessioni, mettiamo addirittura la nostra rete di amici a disposizione dell’amica che ci ha appena chiesto di entrare in essa.
Eppure io mi riferisco ad altro. Come cambia la rappresentazione del proprio sé all’evolversi degli strumenti di comunicazione e di relazione con gli altri? La rete di FB è piatta: gli “amici” stanno tutti sullo stesso piano. Una persona che ci conosce per sentito dire si ritrova nella medesima lista del nostro amico del cuore. I sociologi direbbero che, per ora, FB, è indifferente al tipo di legame sociale, debole o forte che sia. Non solo. Mi ritrovo in contatto con persone che hanno oltre 2.000 amici: solo a ricordarli ci vorrebbe una segreteria efficiente come quella del più clientelare dei politici. Quindi la forza di FB non è (solo) nella moltiplicazione delle proprie reti sociali. E non penso sia solo in un mini website personale dove l’album delle foto, le proprie passioni, i post degli amici, un sistema di messaggistica personale e forum, i giochini con cui sfidarsi, e tutto il resto trovano uno spazio ben organizzato e intuitivo.
Io propongo di interpretare FB come uno strumento di racconto del proprio Io estremamente potente, il più potente e immediato che finora la tecnologia digitale ci abbia offerto.
L’ansia di autonarrazione del nostro tempo ha trovato uno sbocco nel social network. La socializzazione è importante almeno quanto il fatto che in ogni relazione noi cerchiamo un’occasione di racconto di noi stessi. Il racconto che offre FB ha una caratteristica: mentre quando conosciamo e rincontriamo una persona lasciamo in lui o lei delle impressioni frutto anche del suo lavoro soggettivo di interpretazione che vanno progressivamente a sovrapporsi per formare l’immagine che si avrà di noi, con FB possiamo presidiare un nucleo della nostra identità (foto, interessi, cause sostenute, ecc.) che vale per tutti, su cui vi può essere una certa inequivocabilità e un relativo controllo.
Non vedo d’altronde rischi per la privacy. O meglio: chi vuol far sapere agli altri il dettaglio della propria esistenza ritiene la privacy marginale rispetto all’obiettivo di sviluppare una identità quanto più ricca e sfaccettata da proporre alla comunità FB.
Resta centrale questa urgenza di cogliere l’attenzione altrui, di ricordare costantemente al mondo la nostra esistenza, di ricercare un’attenzione costante sulla propria vita minima.
Una bulimia di relazioni, di contatti, di informazioni, indizii di inquietudini ben più profonde e non risolvibili nel mondo digitale

lunedì 24 novembre 2008

Branding e imprese di nicchia: consonanza solo parziale



Possiamo definire il branding l'evoluzione in senso cognitivo-esperienziale della comunicazione di prodotto. Il brand sviluppa attorno al prodotto una costellazione di attributi che, per quel determinato mercato cui si rivolge, possono diventare dei valori, fattori di mobilitazione cognitiva. È bene sottolineare che, al contrario di quanto afferma Giampaolo Fabris in “Valore e valori della marca”, il brand non trasferisce valori in assoluto, ma solo in relazione agli orientamenti e alle persuasioni del suo target di riferimento. Il “Just do it” dello swoosh di Nike (lo slogan in questo caso è diventato a tutti gli effetti un attributo di marca sviluppando un positioning, nell'accezione classica di Al Ries e Jack Trout, ben definito) indica intraprendenza, energeticità, autostima, fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nelle capacità di Nike di esse un “enancer” di tutti questi attributi ma non significa nulla o poco per le clienti di Victoria Secrets, il cui interesse viene attivato da una costellazione di attributi quali seduttività, gioco allusivo, creatività erotica. Gli esempi sono infiniti. L'impacchettamento cognitivo che attua il brand attorno al prodotto consente di rivoluzionarne non solo la percezione, ma anche le occasioni di consumo e su questo argomento basti l'esempio classico dello jogurt che fa l'amore con il sapore. Eppure nel branding il prodotto resta sullo sfondo. Per dirla meglio: il prodotto deve senz'altro performare rispetto agli attributi del brand, i capi di Victoria Secrets devono essere davvero eroticamente creativi, le scarpe e gli indumenti Nike devono essere davvero capaci di sviluppare le potenzialità sportive di chi li indossa ma il dove e il come sono stati prodotti sono fattori pressoché indifferenti per i Global Brands, la cui strategia di produzione è spesso fondata sulla ricerca di fornitori del tutto fungibili, siano essi in Sri Lanka o Romania, in Tailandia come in Turchia.

Prevedo che il concetto di branding abbia già oltrepassato il suo acme e si trovi oggi in una fase di stasi che preannuncia un declino in cui molto inciderà la crisi globale dei consumi.

Al contrario dei brand, nelle nicchie di eccellenza il prodotto, la sua storia, le tecniche produttive, il rapporto con il territorio dove si è sviluppata quella specifica abilità o creatività, tornano a essere essenziali per la comunicazione.

Un prodotto di nicchia di eccellenza non è per forza di cose un prodotto artigianale. Non è per forza di cose prodotto su scale piccolissime. Non è per forza di cose costosissimo. Non è per forza di cose vincolato a un ambito limitato, anzi si parla di nicchie globali. Il prodotto di nicchia di eccellenza (PNE) sviluppa un legame estremamente forte tra i produttori, i clienti e il territorio. A tal riguardo parlo di prodotto denso, poiché è al contempo frutto di tecniche produttive di eccellenza e sviluppa anche una mobilitazione cognitiva sul versante emozionale ed esperienziale. I produttori mettono in gioco la loro abilità e la loro creatività per realizzare un prodotto che unisce quasi sempre un sapere antico e la sperimentazione. I consumatori di questi pne sono veri esperti, per cui il prodotto è diventato occasione per appassionarsi ancora di più al settore. Il territorio viene qualificato dalla presenza di aziende che producono pne, non solo grazie a meccanismi mimetici tipici dell'economia di distretto ma anche attraverso una ridistribuzione dei segmenti di mercato, in cui si arriva a sviluppare e a lavorare per delle sottonicchie. Tutto il territorio è trainato verso l'eccellenza. Tuttavia al centro resta l'azienda di alta gamma, la quale è la motrice di questi fenomeni. Il territorio in sé non può essere sinonimo di eccellenza se non trova espressione in realtà aziendali vive e capaci di diventare riconoscibili. Altrimenti non si spiegherebbe perché, nonostante gli alti e bassi delle congiunture, Loro Piana, Zegna, Piacenza Cashmere hanno vinto e le eccellenti (ma misconosciute) realtà tessili di Prato hanno perso.

mercoledì 19 novembre 2008

Concorsi truccati, conoscenza fittizia

Ogni tanto su questo blog si parla di economia della conoscenza. Io sono persuaso che il principale motivo per cui l'Italia è tanto indietro in tutte le classifiche mondiali del settore (leggere a riguardo questo post) risieda nella sempre maggiore autoreferenzialità dei docenti universitari, i quali, artefici del provincialismo italiano, preferiscono farla da padrone nei loro piccoli feudi di ateneo, di facoltà o di dipartimento, piuttosto che affrontare i rischi di un confronto e di una legittimazione internazionale.
La proposta provocatoria di abolire Scienze della Comunicazione nasce appunto per evidenziare come la nascita di un corso di laurea (figuriamoci i singoli insegnamenti) abbia risposto più a logiche interne alle baronìe universitarie e poco o punto ai bisogni di sapere dei giovani e alla domanda di professionalità che veniva dal mondo del lavoro.
Aggiungo al dibattito parte di questa email, apparsa sul Corriere della Sera, di una ricercatrice che ha avuto la dignità di andare all'estero pur di fare vera ricerca, piuttosto che adattarsi alla mediocrità dei concorsi truccati con cui si reclutano oggi in Italia i docenti e i ricercatori universitari.
“Sono passati tanti anni e quel che vorrei dirle in sostanza è questo: il cambiamento vero partirà dalla volontà e dal senso di dignità dei singoli di non accettare il compromesso cui le università italiane chiamano la nostra coscienza. Essere un buon ricercatore significa avere gli standard per lavorare non in quell'ateneo o quel dipartimento, ma nel mondo. La conoscenza appartiene al mondo; e quindi, a cosa serve avere il posticino messo in palio da papà, senza poi il rispetto della comunità scientifica internazionale, che è l'unico vero giudice dell'operato di un ricercatore? Mi rendo conto che è molto banale quanto le scrivo. Ma è tutto quel di cui mi sento di far da tramite e testimone, nel mio immensamente piccolo. Cordialmente, Lucia”

martedì 18 novembre 2008

A cosa serve il sapere...

A cosa serve il sapere a fronte dell'irridenza dello stolto?