mercoledì 4 giugno 2008

Rai, di pochi, di meno

La sinistra celebra da sempre la RAI come la più grande industria culturale del Paese. Potrebbe anche essere vero, solo che la sinistra (figuriamoci la destra) non ha mai proposto un piano strategico che coinvolgesse la RAI nello sviluppo culturale degli italiani. Ci si è sempre accontentati di dividersi scranni, poltrone, seggiole e strapuntini, senza dimenticare i posti in piedi. D’altra parte se c’è proprio un’azienda italiana che smentisce la presunta diversità della sinistra nella gestione della spartitocrazia questa è proprio la RAI.

Se fosse vero che la RAI è un’azienda culturale qualcuno dovrebbe proporre di arricchirla con giovani intelligenze e nuovi percorsi culturali. Insomma, un piano di assunzioni attraverso un concorso rigorosissimo (almeno più duro degli esami di ammissione alla Normale di Pisa) di cinquanta giovani all’anno per i prossimi dieci anni, aperto a giovani più colti e intelligenti d’Italia. Per ridurre il rischio di raccomandazioni si potrebbero mettere online i risultati e le prove di tutti i candidati, così la commissione di valutazione si troverebbe sotto il controllo dell’intera nazione.

Ma nessun politico potrebbe mai appoggiare una proposta del genere. Il signor Valter, che da sempre è attentissimo alla spartitocrazia televisiva, e Re (Viagra) Silvio si troverebbero troppe persone non più controllabili dentro un baraccone che fa comodo tenere nello stato da encefalogramma piatto in cui si trova.

Troppa poca competenza e troppa politica: la tradizionale pozione italiana per distruggere le aziende pubbliche.

lunedì 26 maggio 2008

Finzioni televisive


Tra i tanti argomenti che possono essere usati per evidenziare lo stato disastroso della creatività televisiva in Italia ne propongo uno che finora non ho sentito o letto.
Potremmo dire allora che mentre le fiction italiane danno una rappresentazione didascalica della realtà, quelle prodotte negli USA tendono a proporre metafore forti della medesima. Mentre una storia italiana ha un unico livello di interpretazione, quello del mero plot, dello svolgimento dei fatti, le storie televisive americane si offrono a molteplici interpretazioni, come ogni opera d'arte aperta al contributo interpretativo creativo del suo fruitore, come ha teorizzato il nostro Umberto Eco quasi 40 anni fa in Opera Aperta.
Prendiamo ad esempio delle fiction seriali di successo come "I Cesaroni" o "Don Matteo” o anche il celebratissimo e più cinematografico "Commissario Montalbano". A volte vi sono bravi attori altre volte meno, a volte la regia è curata altre volte è più approssimativa ma comunque la storia è nulla più che un racconto, a volte avvincente. Da parte loro i serial americani affiancano al plot una proposta metaforica della realtà. “Sex and the city” non racconta solo degli incontri erotici delle quattro protagoniste ma soprattutto la solitudine delle stesse. “Lost” non racconta solo di un gruppo di superstiti ma di un sentimento di smarrimento collettivo. “Prison break” non racconta solo le storie di un gruppo di detenuti ma della ricerca di vie di fuga di esistenze che si sentono senza scampo.
Potremmo continuare a lungo, e ogni lettore di questo post potrebbe aggiungere le sue proposte. Potremmo anche chiederci il perché di queste differenze. Certo, la televisione in Italia è considerata ancora come uno svago e non come una forma d'arte ma il sospetto è anche un altro: che in Italia la fiction televisiva venga utilizzata meno per comprendere e raccontare l'esistenza che per edulcorarla o addirittura mistificarla.

giovedì 22 maggio 2008

Di passaggio

[È la stessa cosa, che è viva e morta,
che è desta e dormiente, che è giovane
e vecchia. Queste cose infatti,
ricadono nel mutamento in quelle,
e quelle viceversa in queste.]



In questo periodo della mia vita questo capolavoro di Manlio Sgalambro e Franco Battiato mi sembra una perfetta rappresentazione dei miei pensieri.

domenica 4 maggio 2008

La sinistra smentita dall'economia della conoscenza

Con questo post chiudo quelli politico-elettorali di questa fase e ritorno ai temi piu' specifici del blog.
Diciamo subito che non ha perso (solo) l'idea della Sinistra Arcobaleno. E' finita l'ipotesi politico sociale di rifondare-rielaborare l'esperienza storica del Partito Comunista Italiano. I risultati amministrativi ottenuti in centro Italia per decenni, una certa, storica, faticosa autonomia rispetto a Mosca, l'essere stato per decenni il partito che si definiva comunista (a mio avviso era assolutamente socialdemocratico) piu' votato al mondo in elezioni libere erano tutti fattori che potevano far immaginare una rielaborazione innovativa del fallimento storico dei regimi sovietici. Purtroppo, i politici che si erano chiamati a questo compito ambizioso erano ben poco attrezzati. Nelle rapide righe di un blog non entro in dettagli che chiederebbero volumi densi e pesanti, tuttavia ritengo che l'idea di qualsiasi forma di Rifondazione sia del tutto naufragata, smentita questa volta non dalla Storia ma piu' banalmente dagli elettori. Quelli che a sinistra continuano ad azzannarsi su questo tema sono come quegli eredi che litigano per come spartirsi la casa senza sapere che essa e' stata distrutta da un terremoto.
La questione politica del presente e' il lavoro cognitivo-simbolico-relazionale, di cui gran parte dei politici di sinistra non ha capito un cazzo.
Quindi la scomparsa in Italia della sinistra storica non e' un fenomeno passeggero, ma e' la conseguenza di una profonda trasformazione nelle modalita' e nell'idea stessa di lavoro. Resteranno ancora dei partiti che si considereranno addirittura comunisti ma saranno folclore colorato come quei papagalli domestici che ripetono le stesse parole da decenni.
Le sfide poste dall'economia della conoscenza attendono ben altre risposte.

domenica 27 aprile 2008

Consigli di lettura per top managers e non...


Insomma, per quelli che parlano di patria e di italianità (e usano in modo poco patriottico le casse dello Stato), per coloro che fanno risalire la fondazione di Roma a Romolo e Remolo, per i tanti che pensano che l’identità nazionale sia fatta di pizza, spaghetti e mandolino, e mettiamoci pure per i troppi che semplicemente se ne fregano dell’Italia visto che gli basta il loro paesello, già troppo esteso per le loro facoltà mentali, è uscito il libro della mia amica Amelia Italia Italia! Il piccolo libro della nostra Patria.

Costa meno di una pizza da asporto (oramai per le pizze a tavolino il parametro di costo sono i manuali universitari), e vi offre la possibilità di conoscere date, aneddoti, invenzioni che sono parte del nostro essere italiani e anche di ricordare tante cose imparate alle elementari o al liceo e poi disperse nella nostra memoria satura di troppi impegni e urgenze.

Quindi un ripasso che serve a tutti, non solo agli strapagati manager che non conoscono le date basilari della storia, ma a chiunque voglia riflettere su un Paese comunque ammirato nel mondo e migliore della stima che troppi suoi cittadini hanno di esso.

domenica 20 aprile 2008

Game over



Lo dico semplice e diretto: la piu' grave colpa che bisogna imputare al regno di Bertinotti I su Rifondazione (Bertinotti II, gia' in attesa scalpitante di raccoglierne l'eredita' sarebbe Gennaro Migliore ma rischia di fare la fine di Carlo di Inghilterra) e' stata quella di voler supplire mediaticamente alla carenza di insediamento sociale e alle evidenti inadeguatezze del gruppo dirigente.
Rifondazione, al di la' delle chiacchiere e degli slogan, e' stato uno dei partiti piu' mediatizzati della cosidetta Seconda Repubblica. Questo meccanismo di supplenza mediatica ha funzionato fino a quando la realta', ovvero il peggioramento delle condizioni di vita delle classi piu' povere e non solo, non ha messo a nudo l'inadeguatezza delle risposte (leggi slogan) di Rifondazione rispetto alle urgenze quotidiane del suo elettorato di riferimento.
In questo quadro il fallimento dell'esperienza di governo e' solo una conseguenza di un progressivo scollamento tra Rifondazione e il suo insediamento sociale. L'autoreferenzialita' dei gruppi dirigenti del partito, il rifiuto supponente di questi a un dialogo o almeno alla comprensione del malessere che emergeva tra i sostenitori, i tesserati o addirittura ex dirigenti o eletti avrebbe dovuto far presagire i rischi della catastrofe, se solo ci fosse stato qualcuno dei dirigenti capace di andare tra la gente comune e non soltanto tra quelli gia' "del giro".
Aldo Cazzullo da Santoro ha giustamente evidenziato che in questi anni la sinistra, e in primis Rifondazione, ha pensato piu' alla rappresentazione di se' che a rappresentare gli interessi e i bisogni del suo elettorato. Filippo Ceccarelli su Repubblica ha evidenziato che
" non si puo' dire che Bertinotti non abbia vissuto al massimo i suoi anni d'oro".
Peccato che per i suoi elettori questi sono stati e continuano ad essere anni di latta.

lunedì 7 aprile 2008

Luca Luciani, un manager adatto all'Italia



Poi, in tempo di elezioni, ce la prendiamo con i politici... Prima o poi capiremo che la crisi del nostro paese dipende non solo dalla politica ma dalle classi dirigenti nel loro complesso.
Un manager che prende oltre 800 mila euro all'anno, da cui dipendono i destini di lavoratori, risparmiatori, fornitori, collaboratori, ha avuto solo la sfortuna di essere ripreso dalle telecamere mentre mette in mostra la sua incultura. Quanti altri dirigenti, in quante altre aziende e in quanti altri settori, sono altrettanto incolti e incapaci in questo paese in cui gli unici meriti sono le appartenenze e le fedeltà incondizionate a capi mediocri, che scelgono collaboratori e vice ancora più mediocri?
Non mi piacciono i capri espiatori. Se il paese è in declino da quindici anni non è colpa solo dei politici, se Telecom è oramai un'azienda senza prospettive non è solo colpa di Luciani, se le Università di presunta eccellenza come la Luiss producono questi personaggi non è colpa solo di chi le dirige e di chi vi insegna.
Ma nessuno in questa campagna elettorale si pone il problema di come affrontare una crisi di cui l'aspetto economico è una conseguenza drammatica ma non l'elemento più rilevante.
Quando parlo delle reciproche difficoltà nazionali con i miei amici dell'Europa orientale paragono i loro paesi ad adolescenti con un grande potenziale che proprio per questo faticano a trovare una loro stabilità e l'Italia a un cinquantenne in crisi di identità e senza prospettive.
Di solito molti cinquantenni in queste condizioni si suicidano.